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Namibia, sentenza storica depenalizza l’omosessualità

Namibia, sentenza storica depenalizza l’omosessualità

Dopo mesi di preoccupanti escalation nella repressione delle identità lgbt in Africa, arriva finalmente una buona notizia. L’alta corte della Namibia ha affossato la legge che criminalizzava i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso.

Il paese ereditò tali pesanti norme coloniali – che penalizzavano la “sodomia” e “le offese contronatura” – quando diventò indipendente dal Sudafrica negli anni 90. Seppur quasi mai applicate, esse contribuirono a marginalizzare ed esporre alla violenza – anche quella istituzionale – la comunità lgbt.

La sentenza è arrivata grazie al successo di un’iniziativa dell’attivista Friedel Dausab supportata da un’ONG britannica, che al Guardian ha espresso sollievo e soddisfazione per una decisione destinata ad avere un grande impatto positivo sulla qualità della vita delle cittadine lgbt, ma anche per quella che definisce “una vittoria per la democrazia”.

Tre giudici dell’alta corte hanno decretato l’incostituzionalità della normativa, che criminalizza l’esistenza stessa di un* cittadin*, perché discriminatoria. A detta dei giudici, se un determinato atto sessuale è vietato a una persona LGBTQIA+, o si vieta il sesso per tutti, o per nessuno.

Quale minaccia rappresenta un uomo gay per la società? Chi dobbiamo proteggere da lui?” – si legge nei documenti processuali – “Siamo fermamente convinti che non sia legittimo imporre regole morali basate su nient’altro che pregiudizio”.

Non è però ancora chiaro se il governo ultraconservatore namibiano intenda cercare l’appello in Corte Suprema, anche se secondo gli osservatori è molto probabile.

Intanto, arrivano le prime reazioni delle principali ONG, tra cui anche UNAids – impegnata nella lotta all’HIV – che in un comunicato ha elogiato il lavoro dell’alta corte, sostenendo come la legge estremamente discriminatoria avesse finora legittimato abusi e violenze contro l* cittadini* LGBTQIA+ anche all’interno del sistema sanitario. Oggi, molte più persone saranno inclini a sottoporsi ai test e seguire i trattamenti.

La Namibia è, dopotutto, uno dei paesi più tolleranti del continente africano, ma anche uno dei più democraticamente stabili. Le tutele ai diritti umani e civili sono prevalentemente robuste, ed il paese ha un punteggio di 77/100 nel Global Index di Freedom House, ONG di monitoraggio statunitense.

In un sondaggio condotto tra il 2019 e il 2021, il 64% dell* intervistat* ha inoltre espresso contentezza o indifferenza alla prospettiva di una o più persone omosessuali residenti nel loro vicinato.

Eppure, se da una parte troviamo una popolazione a maggioranza tollerante nei confronti delle minoranze sessuali, le istituzioni esprimono frequentemente una posizione nettamente opposta. Ed è proprio questa dicotomia ad aver ispirato l’iniziativa di Dausab.

Solo l’anno scorso, infatti, la Corte Suprema namibiana affossò la sentenza di una corte minore volta a garantire la cittadinanza all* figli* di coppie omogenitoriali nati con GPA o PMA. Per poi, ambiguamente, riconoscere solo pochi mesi dopo un matrimonio egualitario registrato all’estero da un cittadino e un coniuge straniero.

Il parlamento procedette in seguito a redigere una proposta di legge, passata  a pieni voti, per definire il matrimonio un unione esclusivamente “tra persone di sesso opposto”, anche se per la promulgazione si attende ancora la firma del presidente.

Come conseguenza, i gruppi di attivisti registrarono un’impennata di crimini d’odio. Sei cittadin* LGBTQIA+ furono assassinati a pochi mesi dall’approvazione della norma – stando ai dati di Equal Namibia, ONG per la tutela e la promozione dei diritti umani e civili.

Oggi, l’incoraggiante notizia della depenalizzazione degli atti omosessuali è accolta con entusiasmo da coloro che credono fermamente nel potere delle istituzioni di influenzare il discorso pubblico, e riqualificare le identità non conformi agli occhi della popolazione. Tuttavia, una rondine non fa primavera.

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