Centrosinistra

[Storia] Idv, il partito incubatore del grillismo

Il 10 e 11 gennaio 2003 si svolge l’assemblea generale dei “girotondi”, la pratica lanciata dal regista Nanni Moretti per sollecitare la sinistra a tornare ad essere competitiva. L’IdV vi partecipa convintamente, facendosi spazio nella coalizione e cominciando a partecipare in via ufficiale agli incontri di schieramento.

Di Pietro è favorevole alla proposta di Prodi (simile a quanto accaduto nel 1999) di presentare una lista unitaria nel segno dell’Ulivo per le elezioni europee del 2004. IdV è pronta per l’adesione alla lista Uniti nell’Ulivo, ma al suo ingresso si oppongono i socialisti dello SDI con il loro Segretario Enrico Boselli, che non giudica l’IdV un soggetto riformista, tale da poter entrare nella federazione. Secondo Di Pietro, in realtà, alla base c’è ancora un risentimento per l’azione sgominatrice che ebbe, all’epoca, Mani pulite nei confronti dei socialisti.

Chiuso il capitolo unitario, l’IdV tiene aperto il dialogo con la società civile e raggiunge un’intesa con Achille Occhetto, dando vita alla Lista Di Pietro – Occhetto – Società Civile (che inizialmente conteneva anche l’iscrizione «per il nuovo Ulivo», bloccata due mesi dopo circa dai partiti di Uniti nell’Ulivo). Occhetto, infatti, aveva abbandonato i Democratici di Sinistra non condividendo l’impostazione della lista unitaria e il progetto del grande partito riformista.

La lista raccoglie il 2,1% dei voti con l’elezione di due deputati europei, Di Pietro e Occhetto. Quest’ultimo, però, decide di lasciare il seggio in favore di Giulietto Chiesa, abbandonando definitivamente il progetto e sciogliendo, così, l’intesa. Occhetto torna però a sedere nell’europarlamento all’indomani delle elezioni politiche del 2006 in seguito alle quali Di Pietro entra nel Parlamento italiano e si dimette da Strasburgo. I due europarlamentari eletti (Chiesa e Occhetto) non appartengono all’IdV e sono iscritti al gruppo socialista europeo.

L’IdV torna quella di sempre, con il suo unico leader storico, che, tuttavia, elimina dal simbolo la denominazione predominante di Lista Di Pietro e mette in risalto il titolo Italia dei Valori, lasciando al nome del suo fondatore un riferimento meno marcato.

Con il seggio vacante al Senato della Repubblica nel collegio elettorale di Rovigo, lasciato tale per via della morte del forzista Guido Mainardi, la coalizione di centro-sinistra L’Ulivo decide di candidare alle elezioni suppletive del 23 gennaio 2005, dove viene eletto senatore, il braccio destro di Di Pietro, Massimo Donadi.

Alle elezioni regionali del 2005 l’IdV è parte integrante della nuova coalizione dell’Unione e si aggira sulla media nazionale dell’1,4%, superando il 2% soltanto in Abruzzo e Basilicata. Fra tutte le 14 regioni chiamate al voto (in 12 delle quali l’Unione è risultata vittoriosa), le viene concesso soltanto un assessorato regionale, in Calabria, occupato da Beniamino Donnici, che presto fonderà una corrente interna in aperta polemica con Di Pietro e, più tardi, verrà espulso dal partito, dando vita ad un nuovo movimento denominato Partecipazione.

Romano Prodi, leader della coalizione, rilancia, nel frattempo, l’organizzazione di elezioni primarie per scegliere il candidato premier dell’Unione. Di Pietro raccoglie la proposta e si presenta all’appuntamento del 16 ottobre 2005, nel quale deve confrontarsi con altri sei candidati: il risultato raggiunto è del 3,3%, alle spalle di Romano Prodi, Fausto Bertinotti e Clemente Mastella.

Negli ultimi tre anni vi è un intensificarsi dell’attività dei dipartimenti tematici dell’IdV, guidati da Giorgio Calò. In questa ottica emerge anche una nuova vocazione dell’IdV nel campo dell’energia e dell’ambiente, settore guidato da Giuseppe Vatinno.

In vista delle elezioni politiche del 2006 ed in seguito all’approvazione della nuova legge elettorale proporzionale, l’IdV modifica il suo simbolo, ora composto dall’epigrafe Di Pietro in rilievo. Il partito si impegna a correre con il proprio simbolo, sia alla Camera che al Senato, nell’alleanza di centro-sinistra dell’Unione guidata da Romano Prodi. Con lo sbarramento al 2% alla Camera ed al 3% al Senato, Di Pietro cerca di stringere alleanze con piccoli movimenti, partiti e personalità presenti a livello locale, ma capaci di raccogliere consensi utili:

  • il 31 gennaio 2006 viene formalizzato un accordo in base al quale la Federazione dei Liberaldemocratici di Marco Marsili appoggerà l’IdV e schiererà alcuni suoi candidati in tali liste, in nome della comune appartenenza al gruppo europeo dell’ALDE.
  • Il 22 febbraio viene formalizzato l’accordo con i “Repubblicani per l’Unione”, coordinamento composto dai “Repubblicani Democratici” di Giuseppe Ossorio e da “Democrazia Repubblicana”, per la candidatura di propri esponenti nelle liste dell’Italia dei Valori.
  • Aderisce all’IdV il movimento “Cristiano Democratici Europei” con il suo leader Stefano Pedica.
  • Si schiera con Di Pietro anche il presidente dell’associazione Italiani nel Mondo Sergio De Gregorio (ex socialista, per dieci anni esponente campano di Forza Italia e poi della Democrazia Cristiana per le Autonomie) ed il simbolo Italiani nel mondo sarà inserito nel simbolo dell’IdV per le elezioni nelle circoscrizioni estere.
  • In seguito a una rottura con La Margherita, aderisce all’IdV anche Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo e già leader de La Rete, ed altri esponenti siciliani a lui vicini.
  • Poco prima delle elezioni confluiscono nel movimento anche alcuni dissidenti dell’Udeur, come Tancredi Cimmino, Pino Pisicchio, Egidio Enrico Pedrini, Cristina Matranga e l’ex assessore regionale calabrese di centrodestra Aurelio Misiti.
  • Aderisce al movimento anche la presidente della Federcasalinghe Federica Rossi Gasparrini.
  • Viene candidata al Senato l’attrice Franca Rame, moglie di Dario Fo.
  • Viene offerta la candidatura anche a Beppe Grillo, legato a Di Pietro da amicizia e da un comune sentire, che però declina l’offerta. Durante la campagna elettorale però Di Pietro partecipa ad alcune iniziative, come Parlamento pulito e Le Primarie dei Cittadini, dove testimonia simpatia per lo strumento del Blog e della democrazia diretta. In seguito decide di aprire un suo blog dove esprimere le proprie idee e i valori che il partito intende trasmettere con la partecipazione del pubblico.

Alle elezioni il centrosinistra vince per poche decine di migliaia di voti alla Camera dei deputati, dove ottiene il 49,81% dei consensi contro il 49,74% della CdL; al Senato si rivela determinante il voto della circoscrizione Estero, che consente all’Unione, pur avendo conseguito meno voti della CdL, di ottenere due seggi in più. La lista di Italia dei Valori raccoglie 877 000 voti, il 2,3%, alla Camera ed un risultato ancora maggiore, 986 000 voti ed il 2,9%, al Senato, eleggendo così 17 deputati, a cui se ne aggiunsero tre che erano stati eletti per un accordo elettorale nelle liste dell’Ulivo, e quattro senatori (cui si aggiunse Aniello Formisano, eletto nelle liste dei DS). Questi ultimi aderiscono al Gruppo misto, alla cui presidenza viene eletto lo stesso Formisano; alla Camera invece l’IdV forma un gruppo autonomo con Massimo Donadi come presidente.

Antonio Di Pietro viene nominato Ministro delle Infrastrutture nel Governo Prodi II; Luigi Li Gotti e Giorgio Calò entrano nella squadra di governo, in qualità di sottosegretari alla giustizia ed alle comunicazioni. Leoluca Orlando diviene il nuovo portavoce del partito.

Pochi giorni dopo l’insediamento del Senato, dove la maggioranza può contare su due seggi di vantaggio sul centrodestra, in occasione dell’elezione dei presidenti di commissione l’Unione va sotto nella Commissione Difesa: al posto della candidata ufficiale Lidia Menapace di Rifondazione viene eletto con il sostegno del centrodestra l’esponente del partito di Di Pietro Sergio De Gregorio, già esponente campano di Forza Italia. De Gregorio, contro le indicazioni del suo stesso partito, accetta l’incarico ma, in seguito a questo fatto, viene sospeso dall’incarico di direttore del giornale dell’IdV.

Nel luglio del 2006 scoppia una polemica all’interno della coalizione di governo che vede protagonista l’Italia dei Valori ed il suo leader Di Pietro, contrari all’approvazione di un provvedimento di indulto, sostenuto, invece, in maniera trasversale da esponenti e partiti di entrambi gli schieramenti. Tale indulto avrebbe effetti su circa 12 000 carcerati. Di Pietro manifesta davanti a Palazzo Madama prima dell’approvazione del provvedimento al Senato, insieme alla Lega Nord, anch’essa contraria. In seguito Di Pietro sostenne:

«È sconcertante, davvero sconcertante, vedere l’Unione rinnegare nei fatti, con questo indulto, il programma che ha presentato ai cittadini e per cui è stata eletta. Il cittadino conta meno di zero, non può scegliere i suoi rappresentanti (con riferimento alla legge elettorale senza preferenze, ndr) e neppure vedere rispettato il programma di governo. A cosa serve l’istituzione parlamentare oggi? Quanto è lontana dagli elettori? È una domanda che noi politici dobbiamo farci e alla quale è necessario dare presto delle risposte.»

La richiesta avanzata da Di Pietro, ma non accolta, era quella di escludere dall’indulto i reati finanziari, societari e di corruzione. Ha votato a favore dell’indulto, però, anche la deputata dell’IdV Federica Rossi Gasparrini, esponente di Federcasalinghe, ed al Senato si è distinto ancora il senatore Sergio De Gregorio, che si è astenuto anziché votare contro.

Il 7 settembre 2006 il senatore De Gregorio annuncia ufficialmente di abbandonare l’IdV e di voler costituire una componente autonoma nel gruppo misto del Senato, senza passare al centrodestra, ma favorevole a una grande coalizione tra i due poli. Pochi giorni dopo, il 14 settembre, anche la deputata Federica Rossi Gasparrini dichiara di non riconoscersi più nel movimento. De Gregorio e Rossi Gasparrini costituiscono nel settembre 2006 il movimento politico Italiani nel Mondo, anche se successivamente Rossi Gasparrini aderisce all’UDEUR.

Nel settembre 2007 il movimento “Repubblicani Democratici” di Giuseppe Ossorio rescinde l’accordo federale per aderire al nascente Partito Democratico ed il deputato Salvatore Raiti, proveniente da La Rete, lascia il gruppo e aderisce al gruppo del Partito Democratico.

Nell’ottobre 2007 la senatrice Franca Rame si dimette dalla componente IdV del gruppo misto al Senato, in quanto non condivide alcune scelte del suo gruppo, in particolare quella di non votare a favore dello scioglimento della società per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina.

Sempre nell’ottobre 2007, l’IdV prende un’altra decisione in contrasto con la maggioranza che sostiene il governo Prodi: insieme all’opposizione e all’UDEUR di Mastella, vota contro l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare che indaghi sui crimini commessi dalla polizia durante il G8 di Genova: A giudizio di Di Pietro sarebbe stato altrettanto importante indagare sui manifestanti, ed era quindi a suo avviso un errore istituire una commissione che avesse indagato soltanto sulle atrocità commesse dalle forze dell’ordine. L’opposizione, per bocca di Maurizio Ronconi dell’UDC, sosterrà che con questo voto viene certificata la crisi della maggioranza, contraddicendo un punto importante del programma dell’Ulivo.

In seguito, dopo le critiche a tale decisione, tra cui quella di Marco Travaglio, Di Pietro ammetterà di avere sbagliato nel comunicare male e tardi quelle che ritiene essere buone ragioni di merito.

Subito dopo la caduta dell’ultimo governo Prodi, e la decisione da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di indire le elezioni anticipate dopo il fallimento dell’incarico esplorativo offerto al Presidente del Senato uscente, Franco Marini, Di Pietro decide di accettare l’alleanza col Partito Democratico di Veltroni; con esso infatti, l’IdV in campagna elettorale dichiarò la propria intenzione di costituire un gruppo unico in Parlamento, impegno che dopo il voto viene però ritrattato. In tali elezioni, celebrate il 13-14 aprile, il partito di Di Pietro ha ottenuto il 4,37% alla Camera e il 4,31% al Senato, con l’elezione di 28 deputati (più 1 deputato eletto all’estero) e 14 senatori candidati nelle liste del partito, miglior risultato di sempre. Fra i nuovi eletti spicca la presenza di Jean-Léonard Touadi, ex giornalista RAI (nato in Congo-Brazzaville), che a seguito della contestata manifestazione di Piazza Navona dell’8 luglio 2008, abbandonerà l’IdV, per ritornare al Partito Democratico.

Il risultato è stato particolarmente positivo in Molise (la regione natale di Di Pietro, che qui sceglie di essere eletto come deputato): infatti il partito ha raggiunto, sia alla Camera che al Senato circa il 27% delle preferenze.

I deputati e i senatori dell’Italia dei Valori risultano attualmente i più presenti e impegnati nell’attività parlamentare se si considerano i parametri delle iniziative legislative e ispettive, delle relazioni ai progetti di legge, degli interventi in aula o in commissione e delle presenze alle votazioni; il dato risulta invece invertito se si considera il solo parametro delle presenze alle votazioni, e la ragione di ciò è da ricercarsi nel fatto che nel corso dell’attuale legislatura il Parlamento risulta chiamato quasi esclusivamente a ratificare iniziative o decreti di provenienza governativa.

Durante i primi mesi di legislatura l’Italia dei Valori raccoglie le firme per un referendum abrogativo contro il Lodo Alfano, che non si svolgerà mai a causa della bocciatura di tale legge da parte della Consulta.

A seguito delle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto il presidente della regione Abruzzo, il democratico Ottaviano Del Turco, il 14 ed il 15 dicembre 2008 si sono svolte le elezioni regionali abruzzesi anticipate. Per sfidare il dimissionario sindaco di Teramo Giovanni Chiodi del PdL, l’Italia dei Valori, durante la Festa nazionale del partito, propone il nome di Carlo Costantini, proprio deputato dell’attuale legislatura, che viene appoggiato anche dal PD e da tutti i partiti della vecchia Unione. L’Italia dei Valori raggiunge il suo massimo storico nella Regione con il 15,0% delle preferenze, sei volte in più delle precedenti elezioni regionali, tuttavia Costantini viene battuto da Chiodi.

In occasione delle elezioni regionali in Trentino-Alto Adige del 26 ottobre 2008, il partito si schiera col centro-sinistra ed elegge il consigliere Bruno Firmani nella Provincia di Trento.

Alle regionali in Sardegna del 15 e 16 febbraio 2009 il candidato del centro-sinistra Renato Soru non viene rieletto, ma l’Italia dei Valori ha quadruplicato il proprio consenso di voti e quintuplicato quello percentuale, passando dalle 8.558 preferenze del 2004 col 1,0% alle 34.277 del 2009 col 5,2%.

In seguito a questi risultati e nell’avvicinarsi del voto delle Europee del 2009, Di Pietro ha dichiarato che in caso di una buona affermazione dell’IdV avrebbe cancellato il suo cognome dal simbolo del partito, per «costruire una cosa più larga, più utile, che prescinda dall’identità di una sola persona, e che serve a rappresentare qualcosa di più importante», aggiungendo che «serve un grande partito progressista che sostenga una proposta di governo credibile», «il grande partito che al Pd non è riuscito».

Durante le elezioni europee il partito conferma il progresso elettorale iniziato con le politiche dell’anno precedente: si registra infatti un sostanziale raddoppio di voti su base nazionale rispetto al 4,37% ottenuto alla Camera alle Elezioni politiche in Italia del 2008, ottenendo il 7,98%, che diventa 8% pieno considerando anche i voti dei cittadini italiani residenti all’estero. Tale risultato, che è di quattro volte superiore rispetto ai voti delle europee del 2004, permette l’elezione di sette europarlamentari: due nella circoscrizione Nord-Ovest, uno nella circoscrizione Nord-Est, uno nella circoscrizione Centrale, due nella circoscrizione Sud ed uno nella circoscrizione Isole.

Luigi De Magistris, che insieme ad Antonio Di Pietro ed a Sonia Alfano era candidato in tutte le circoscrizioni, risulta eletto in quattro delle cinque circoscrizioni, seguito dallo stesso Di Pietro eletto in tre.

Di Pietro decide di mantenere l’incarico di deputato ed alla fine i deputati eletti sono: De Magistris che opta per il seggio dell’Italia Orientale, Sonia Alfano che opta per il seggio dell’Italia Nord-Occidentale, il filosofo Gianni Vattimo nel Nord-Ovest, Niccolò Rinaldi nell’Italia Centrale, Vincenzo Iovine e Giuseppe Arlacchi nell’Italia Meridionale e Giommaria Uggias nella circoscrizione dell’Italia Insulare.

All’indomani dei risultati del voto delle Europee, il leader dell’Italia dei Valori ha annunciato che nell’esecutivo nazionale convocato per il successivo 22 giugno «spersonalizzeremo totalmente il partito togliendo il nome del suo fondatore dal simbolo». Tale intento dichiarato non si è tuttavia concretizzato nei tempi annunciati.

Il 2009 per il partito è però anche l’anno di numerose defezioni, soprattutto alla Camera dei deputati, dopo l’abbandono del deputato Jean-Léonard Touadi avvenuto l’anno precedente. Infatti, il 7 gennaio 2009 il deputato Americo Porfidia, dopo aver appreso di essere coinvolto in un’inchiesta sulla criminalità organizzata ed essersi autosospeso dal partito il 30 dicembre 2008, lascia ufficialmente il gruppo alla Camera, passando al Gruppo misto e successivamente a Noi Sud. Il 29 luglio dello stesso anno è poi la volta di Giuseppe Giulietti e il 9 novembre di Pino Pisicchio e Aurelio Salvatore Misiti; il primo abbandona perché a suo giudizio il partito aveva inaugurato una politica troppo spostata verso l’antagonismo radicale.

Anche al Senato il partito perde due parlamentari: sempre il 9 novembre abbandona il gruppo Giuseppe Astore, non condividendo il fatto che Di Pietro, a suo dire, abbia accolto nel movimento vari avversari politici alle ultime consultazioni che hanno avversato il partito e sono stati anche sonoramente bocciati dall’elettorato, mentre il 23 novembre lascia Giacinto Russo.

Dal 5 al 7 febbraio 2010 viene celebrato il primo congresso nazionale del partito. Di Pietro propone una nuova struttura del partito, dato che lo statuto all’epoca vigente era stato votato e pensato per una piccola formazione politica e inadeguato per le dimensioni elettorali raggiunte.

Vengono presentate due candidature alla presidenza del partito: lo stesso Antonio Di Pietro e il parlamentare campano Francesco Barbato. Quest’ultimo però, dopo aver raccolto le firme a sostegno della sua candidatura “alternativa”, rinuncia inaspettatamente alla corsa e Antonio Di Pietro viene confermato presidente.

In occasione delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo 2010, il partito decide di appoggiare i candidati di centro-sinistra in tutte le regioni italiane chiamate al voto, ad eccezione della Calabria, dove, insieme alla Lista Bonino Pannella, decide di appoggiare l’imprenditore Pippo Callipo.

Alle elezioni il partito quasi quadruplica i suoi consensi rispetto al 2005, crescendo in tutte le regioni, particolarmente in Toscana e nel Lazio; in Basilicata ottiene il 9,93% ed elegge tre consiglieri regionali.

Sempre nel 2010, dopo che il Governo Berlusconi IV si era ridotto con i numeri, soprattutto alla Camera dei deputati dopo aver consumato la scissione con il cofondatore del Popolo della Libertà e Presidente della Camera Gianfranco Fini, rischiando di conseguenza di andare sotto in occasione della mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni il 14 dicembre, il partito subisce altri due abbandoni, questa volta dei deputati Antonio Razzi e Domenico Scilipoti; Razzi aderisce a Noi Sud, mentre Scilipoti, insieme ai due ex del Partito Democratico e di Alleanza per l’Italia Massimo Calearo Ciman e Bruno Cesario, dà vita ad un proprio movimento denominato Movimento di Responsabilità Nazionale. Entrambi votano a favore della fiducia al Governo Berlusconi, risultando determinanti. Tali abbandoni, anche alla luce dell’influenza sul risultato della mozione del 14 dicembre, sono stati molto criticati da Antonio Di Pietro, il quale ha denunciato una presunta compravendita e corruzione di parlamentari da parte di Silvio Berlusconi e del suo governo, chiedendo l’intervento della magistratura. Sull’onda dello scalpore suscitato dal fatto, all’interno del partito si sviluppa un dibattito sui metodi seguiti da Di Pietro per la scelta dei candidati alle elezioni: importanti personalità dell’IdV come Sonia Alfano e Luigi De Magistris scrivono una lettera pubblica per affrontare la questione morale all’interno del partito guidato da Di Pietro. Alcuni mesi dopo, la stessa Alfano denuncia l’avvenuta espulsione dal partito decretata a suo danno. Il 10 luglio del 2012 Giuseppe Vatinno si insedia alla Camera in sostituzione di Leoluca Orlando, ma si iscrive direttamente alla componente politica dell’ApI del Gruppo misto avendo lasciato il partito di Di Pietro già nel 2010.

In occasione delle elezioni amministrative in Italia del 2011, nelle quali il centro-sinistra si aggiudica tutti i comuni capoluogo più importanti, insieme a sette province su dodici, il partito consegue un’altra importantissima affermazione elettorale al comune di Napoli. Qui il centro-sinistra infatti si era presentato diviso: il Partito Democratico insieme a Sinistra Ecologia Libertà, dopo l’annullamento delle primarie, aveva deciso di candidare il prefetto Mario Morcone, mentre l’IdV aveva presentato l’europarlamentare ed ex magistrato Luigi De Magistris, appoggiato anche dalla Federazione della Sinistra. Proprio De Magistris diventa sindaco di Napoli, superando il candidato del PD al primo turno e sconfiggendo al ballottaggio del 29 e 30 maggio 2011 il candidato del Popolo della Libertà Gianni Lettieri, con il 65,4% dei consensi. Dopo la vittoria De Magistris decide di optare per la carica di primo cittadino del comune partenopeo, dimettendosi così da eurodeputato.

Il partito nel 2010 si era fatto promotore di quattro referendum abrogativi: uno sulle forme di gestione e procedure di affidamento in materia di risorse idriche, uno sulla limitazione della gestione pubblica del servizio idrico, uno sulle centrali per la produzione di energia nucleare ed uno sul legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale. Nel gennaio 2011 la Corte costituzionale ritiene ammissibili solo gli ultimi due ma l’IdV, in vista dei quattro referendum abrogativi del 12 e 13 giugno 2011, due dei quali da lei organizzati, si schiera per il sì a tutti e quattro i quesiti, che riscuotono successo.

Successivamente raccoglie le firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare per abolire le province e due referendum contro la legge elettorale denominata “Porcellum”, uno per l’abrogazione totale e uno per l’abolizione delle liste bloccate. La raccolta firme per l’abolizione delle province riscuote successo, mentre i referendum vengono dichiarati inammissibili dalla Corte costituzionale. Nei mesi successivi l’Italia dei Valori presenta a Montecitorio una proposta di legge d’iniziativa popolare per abolire i rimborsi elettorali sottoscritta da circa 200.000 italiani.

L’8 novembre 2011, dopo che la Camera aveva approvato con 308 voti a favore il Rendiconto generale dello Stato, Silvio Berlusconi annuncia di rimettere il mandato al Capo dello Stato dopo l’approvazione della legge di stabilità. Le dimissioni vengono formalizzate il 12 novembre e il 13 novembre Di Pietro, dopo che per mesi il partito aveva invocato le elezioni anticipate come unica strada successiva al Governo Berlusconi IV, anche a causa della crisi economica, si dimostra disponibile ad un nuovo governo, purché esso sia nei fatti un governo tecnico, si faccia in tempi rapidi una nuova legge elettorale e si torni al più presto a votare, non appena superata l’emergenza. Nella serata del 13 novembre Giorgio Napolitano conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a Mario Monti, il quale quattro giorni prima, il 9 novembre, era stato nominato senatore a vita dallo stesso Napolitano. Il 17 e il 18 novembre 2011 l’Italia dei Valori, insieme a tutti gli altri partiti presenti in Parlamento, ad eccezione della Lega Nord, schierata fin dall’inizio all’opposizione del nuovo governo, vota la fiducia al nuovo governo, prima al Senato e poi alla Camera.

Successivamente, in occasione dell’approvazione della nuova manovra varata dal governo, l’Italia dei Valori, insieme alle minoranze linguistiche, a Noi Sud e ad alcuni dissidenti del Popolo della Libertà, affianca la Lega Nord all’opposizione, in quanto secondo il partito la manovra è profondamente iniqua e fa pagare i pensionati e non le lobby finanziarie. Tale decisione provoca l’abbandono del deputato Renato Cambursano, il quale, in dissenso dal suo gruppo, vota invece sì alla manovra, in quanto al momento non vedeva altre alternative per salvare l’Italia. La scelta di votare no è confermata anche al Senato il 22 dicembre 2011. L’anno successivo l’IDV promuove, insieme ad altre forze politiche e sindacali, 4 referendum per abolire la diaria dei parlamentari e i rimborsi elettorali, ripristinare la versione originale dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e abrogare la norma che consente alle aziende di derogare i contratti collettivi nazionali se sostituiti da aziendali e territoriali. La raccolta firme ha successo, ma i referendum saranno dichiarati innammissibili dalla Corte di cassazione a causa dello scioglimento anticipato delle Camere avvenuto prima delle presentazione delle firme.

Nelle elezioni amministrative in Italia del 2012 l’IdV, nonostante le forti critiche nei confronti del Governo Monti e la maggioranza a suo sostegno composta da PdL, PD e UdC, decide di appoggiare i candidati del Partito Democratico costruendo, insieme a SEL di Nichi Vendola ed a Rifondazione Comunista, coalizioni di centro-sinistra che risultano vincenti nelle grandi città al voto. In alcuni centri, oltre alle forze della sinistra, la coalizione si allarga inglobando anche partiti moderati e centristi come l’Unione di Centro e FLI.

Successo solitario dell’IdV invece a Palermo. Nel capoluogo siciliano il centro-sinistra, trovata una convergenza sul nome di Rita Borsellino, europarlamentare PD e sorella del giudice ucciso dalla mafia, decide di sostenerla alle primarie per designare il candidato alla carica di Sindaco di Palermo. Tuttavia, nonostante la Borsellino fosse data favorita, le primarie sono vinte per pochi voti da Fabrizio Ferrandelli, ex IdV. Di fronte a questo risultato l’IdV decide di non appoggiare Ferrandelli e di candidare il coordinatore nazionale dell’IdV Leoluca Orlando, già sindaco di Palermo per tre mandati nei primi anni 1990, che aveva rinunciato a candidarsi in sostegno della Borsellino. Il 7 maggio Orlando, sostenuto solo da IdV e dalla lista La Sinistra e gli ecologisti per Palermo che ingloba la Federazione della Sinistra e i Verdi, al primo turno ottiene il 47,4% conquistando il ballottaggio contro Ferrandelli, sostenuto da PD e SEL fermo al 17,3%, sconfiggendo il centrodestra che, pur avendo vinto nel 2007 già al primo turno con Diego Cammarata al 53,5% proprio contro Orlando al 45,2%, arriva terzo con il 12,6%. Al ballottaggio Orlando viene rieletto per la quarta volta Sindaco di Palermo con il 72,43% dei consensi, strappando dopo dieci anni la città al centrodestra, e l’IdV riesce ad ottenere 30 consiglieri comunali su 50.

Il successo palermitano non si conferma tuttavia alle elezioni regionali siciliane del 2012, dove l’IdV si presenta assieme a SEL, Verdi e Federazione della Sinistra ma senza allearsi col PD, che preferisce l’alleanza con l’UdC. I dipietristi sostengono così la sindacalista CGIL Giovanna Marano in una coalizione di sinistra, ma l’alleanza non trae alcun beneficio: anche a causa dell’alto astensionismo nell’isola, dove ha votato solo il 47,44% degli elettori, la candidata ottiene appena il 6% dei consensi e l’IdV resta fuori dall’Assemblea Regionale Siciliana. A differenza delle elezioni della primavera precedente, il partito ottiene un risultato molto inferiore, il 3%, che il sindaco di Palermo Leoluca Orlando definirà come il segnale della morte dell’Italia dei Valori.

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