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Zimbabwe in guerra civile

Come nelle previsioni, a vincere il ballottaggio del 27 giugno è stato il presidente in carica Robert Mugabe, anche se il voto è stato definito dagli osservatori africani né libero, né giusto, specie considerando le violenze e le intimidazioni cui sono andati soggetti coloro che hanno deciso di non votare Mugabe. Sempre più allarmanti le notizie riguardanti il trattamento degli oppositori: alcuni di quelli rifugiatisi in Gran Bretagna sarebbero stati terrorizzati da agenti della Central Intelligence Organisation(CIO), i servizi segreti del regime, mentre alcuni di quelli ancora residenti in patria sarebbero stati torturati in centri di rieducazione. Dopo il ballottaggio, sono stati minacciati perfino i sacerdoti missionari, ai quali è stato impedito di recare aiuto agli sfollati. Mugabe ha giurato come presidente il 29 giugno, ottenendo così ufficialmente il sesto mandato presidenziale. Parallelamente al giuramento, il premier del Kenya Raila Odinga e l’arcivescovo di Città del Capo, il celebre Desmond Tutu, hanno chiesto un invio di forze di pace nel paese, e hanno detto di non riconoscere l’esito del voto.

Il secondo turno presidenziale è stato giudicato illegittimo anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Intanto, Tsvangirai ha chiesto ai leader dei paesi arabi, riuniti in Egitto per un vertice dell’Unione Africana, di non riconoscere il voto. La stessa Unione Africana ha condannato il ballottaggio, noto anche come ballottaggio-farsa, definendolo non democratico. Secondo quanto annunciato dal Times, dopo nemmeno un’ora di distanza dal giuramento di Mugabe, è stato attaccato un farmer bianco, Ben Freeth, che il giorno prima del voto aveva denunciato le violenze in atto nel paese. Al 30 giugno, in tutto sono stati quattro i farmers attaccati. Il 1º luglio, Morgan Tsvangirai ha lasciato l’ambasciata olandese, nella quale si era rifugiato qualche tempo prima. In un eccesso d’ira, occorso durante un summit dell’Unione Africana a Sharm el Sheikh, in Egitto, George Charamba, consigliere di Mugabe, si è augurato che gli occidentali, non avendo alcun diritto di interferire nella politica interna zimbabwese, si facciano impiccare, e ha dichiarato che l’Occidente può andare al diavolo mille volte.

Anche lo stesso Mugabe non si è dimostrato più calmo: intervistato durante lo stesso summit da Julian Manyon, giornalista britannico della rete ITN, il presidente ha perso la pazienza: le sue guardie hanno allontanato Manyon, poi il presidente lo ha chiamato maledetto idiota. L’Unione Africana ha deciso, sempre a Sharm el Sheikh, di esaminare una risoluzione per un governo di unità nazionale. All’inizio di luglio oltre 200 persone hanno cercato rifugio presso l’ambasciata statunitense ad Harare. Nel frattempo le persecuzioni ai danni degli oppositori non hanno dato segno di cessare: i nomi di sette parlamentari dell’opposizione, sempre nello stesso periodo, sono finiti nella lista dei ricercati dalla polizia, con le accuse di incitamento alla pubblica violenza, tentato omicidio ed altre. Il 5 luglio il Guardian, noto quotidiano inglese, ha pubblicato sul web un video che mostra esplicitamente i brogli elettorali alle ultime elezioni in Zimbabwe.

Secondo quanto riportato dall’Observer, la Gran Bretagna ha rimandato indietro oltre 11.000 profughi zimbabwesi che avevano cercato asilo in quel paese. L’opposizione ha inoltre denunciato che le milizie filo-governative attacchino dei campi profughi allestiti per i rifugiati politici, in questi attacchi sarebbero state uccise decine di sfollati, precisamente a Gokwe, a nord di Harare. La situazione dei profughi è diventata particolarmente spinosa per il Sudafrica, accusato dall’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, di aver espulso circa 17.000 profughi provenienti dallo Zimbabwe.

Lo Zimbabwe, con l’andare del tempo, è diventato nuovo terreno di scontro tra Stati Uniti e potenze occidentali, da una parte, e Cina e Russia, dall’altra. Questi ultimi due paesi hanno infatti dichiarato di voler porre il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardo eventuali sanzioni contro Mugabe. Contraria a queste sanzioni praticamente tutta l’Unione Africana, con l’eccezione della Liberia, che invece si è dichiarata favorevole. Questi provvedimenti sono però considerati dal governo dello Zimbabwe come atti razzisti e colonialisti, come li ha descritti il ministro della Comunicazione dello Zimbabwe, Sikhanyiso Ndlovu. Come peraltro avevano già annunciato, Russia e Cina hanno posto il veto sulle sanzioni contro Mugabe al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Precedentemente, era stata espressa dal rappresentante della missione permanente dello Zimbabwe all’ONU la preoccupazione che le sanzioni possano portare ad un guerra civile.

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