A fine aprile 1993, un articolo sul Secolo d’Italia a firma di Francesco Storace, allora portavoce del segretario del MSI Gianfranco Fini, rilancia l’idea di una nuova alleanza nazionale che associasse i missini con altri personaggi o schieramenti di idee conservatrici, come la destra democristiana.
Dal 24 aprile 1993 la costruzione di Alleanza Nazionale sembra avviata dal Movimento Sociale Italiano; l’idea nell’immediato viene bocciata, ma già a Belluno in giugno si tiene un primo test elettorale e poi se ne discuterà per tutta l’estate del 1993.
In questa fase Fini presenta AN come «una strategia. Non è un partito nuovo, ma è una politica: chiamare a raccolta tutte quelle categorie, quei ceti economici, quegli spazi della società che oggi sono liberi perché non hanno più dei referenti».Lo stesso Fini si candida a sindaco di Roma: «Presentiamo liste aperte, cioè non solo missine, in molte città, da Cosenza a Pescara a Palermo. ( […] ) Siamo una forza superiore al 10% nel Centro Sud. Se i dati ci daranno ragione» si potrà così arrivare a «edificare un quarto polo nazionale» (dopo quelli di sinistra, centro e Lega Nord).
Secondo il Corriere della Sera, già in questa fase di AN «fanno parte alcuni intellettuali come il politologo Domenico Fisichella, editorialista de Il Tempo, giornalisti come Adolfo Urso dell’Italia Settimanale, liberi professionisti come Gaetano Rebecchini, uno dei sette membri della Consulta Vaticana. E poi il giudice Alibrandi, il principe Ruspoli (che smentirà, ndr), l’ex comandante della Guardia di Finanza Ramponi».
Dopo non essere stato toccato dallo scandalo di Tangentopoli, MSI-DN riscuote un ottimo successo alle elezioni amministrative del novembre 1993. A Chieti, Benevento e Latina vengono eletti sindaci i candidati del MSI, ma il successo è riscontrato soprattutto a Roma e Napoli: nella capitale il segretario Gianfranco Fini ottiene il 35,5% e a Napoli Alessandra Mussolini il 31,1% ed entrambi accedono al ballottaggio.
Il 23 novembre 1993 a Casalecchio di Reno l’imprenditore Silvio Berlusconi inaugurava un supermercato e, alla domanda di un cronista per chi avrebbe votato a Roma tra Rutelli e Fini, a sorpresa rispose: «Certamente Gianfranco Fini». Al ballottaggio a Roma, forse anche grazie alla frase di Berlusconi, Fini raggiunse il 47%.
Il 26 novembre viene meglio presentato ufficialmente il progetto di AN e nascono i primi circoli sul territorio, ma solo l’11 dicembre successivo il Comitato Centrale missino approverà ufficialmente la prospettiva di dar vita al cartello denominato “Alleanza Nazionale” con l’astensione di dieci dirigenti vicini a Pino Rauti.
La sede di AN trova spazio in tre stanze di un appartamento vicino al Pantheon, affittate a un prezzo di favore dal principe Lillio Sforza Ruspoli.
Il 22 gennaio 1994 si apre l’assemblea costituente di AN e il 28 viene presentato il nuovo simbolo al XVII Congresso nazionale dell’MSI, disegnato dal pubblicitario Massimo Arlechino.
Alleanza Nazionale debutta elettoralmente in occasione delle elezioni politiche del 1994: nei collegi uninominali del centro-sud, il partito stringe un’alleanza con Forza Italia di Silvio Berlusconi, dando luogo al cosiddetto Polo del Buon Governo; al centro-nord, invece, presenta candidati alternativi a quelli del Polo delle Libertà, coalizione formata da Forza Italia e Lega Nord. Nella quota proporzionale della Camera, AN raggiunge uno storico 13,4% dei voti e diviene forza di governo: per la prima volta, esponenti del Movimento Sociale Italiano entrano a far parte di un esecutivo.
I ministri del governo Berlusconi I espressi dal partito sono cinque: per il MSI Giuseppe Tatarella in qualità di Vicepresidente del Consiglio e Ministro delle poste e delle telecomunicazioni, Altero Matteoli all’ambiente ed Adriana Poli Bortone all’agricoltura; per AN Publio Fiori al Ministero dei trasporti e della navigazione e Domenico Fisichella al Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Di estrema rilevanza fu il ruolo di Tatarella di mediazione come Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, tant’è che si autodefinì ministro dell’Armonia, e con tale appellativo continua ad essere ricordato tuttora.
La coalizione di governo, formata da AN, Forza Italia, Centro Cristiano Democratico, Unione di Centro e Lega Nord, collassa dopo solo otto mesi, a causa dell’uscita del partito di Umberto Bossi.
Con la creazione del Governo tecnico di Lamberto Dini appoggiato dal PDS di Achille Occhetto, dal PPI di Rocco Buttiglione e dalla stessa Lega Nord di Bossi, si consuma il ribaltone ed AN passa all’opposizione.
Il 22 ottobre 1994 si celebra l’ultimo comitato centrale del Movimento Sociale Italiano, nel quale viene decisa la confluenza in AN. Molto critici sono Pino Rauti e Teodoro Buontempo; critico ma rispettante la linea di Fini è Mirko Tremaglia, la cui proposta di chiamare il nuovo soggetto politico Alleanza Nazionale-MSI viene però cassata.
Gianfranco Fini afferma che nel nuovo partito non saranno accettati antisemiti.
Il 27 gennaio 1995, a Fiuggi, si svolse l’ultimo congresso del MSI-DN (organizzato dal segretario generale Marco Zacchera) che si aprì con la relazione di Gianfranco Fini che propose lo scioglimento del partito per confluire nel nuovo movimento politico Alleanza Nazionale. Dopo il dibattito, il giorno successivo la decisione fu votata a larghissima maggioranza e il giorno 29 gennaio il congresso continuò come primo congresso di AN cui parteciparono ufficialmente anche i Circoli di Alleanza nazionale il cui coordinatore era Adolfo Urso. Il congresso elesse Fini primo presidente del nuovo partito, il quale affermò che «oggi finisce in Italia il lunghissimo dopoguerra».
Si consacrò lì la cosiddetta “svolta governista” al partito, allargandolo a cattolici moderati e conservatori, e spingendolo verso il centro-destra conservatore e liberale.
Il nome Alleanza Nazionale non è casuale: fu scelto per definire il partito o coalizione che avrebbe dovuto contrapporsi all’analoga Alleanza Democratica, partito o coalizione che si sarebbe formato a sinistra (in previsione di un sistema a soli due partiti di cui tanto si parlava allora) e che appariva incontrastabile senza un’alleanza nazionale. AD nelle intenzioni dei suoi fondatori avrebbe dovuto rappresentare il contenitore di tutta la coalizione di sinistra, anche se poi questa intenzione naufragò a causa delle divergenze e la coalizione di sinistra finì per chiamarsi Alleanza dei Progressisti nella quale AD finì per confluire, seppur sopravvivendogli ancora per qualche anno.
Domenico Fisichella, al tempo professore ordinario di scienza politica all’Università di Roma La Sapienza, nel 1992, in un articolo apparso su Il Tempo, aveva suggerito al MSI di farsi promotore di una “alleanza nazionale” per uscire dallo stato di ghettizzazione politica in cui versava. Fini, ispirandosi a questa tesi, chiese a Gennaro Malgieri, giovane direttore del Secolo d’Italia, di stendere le tesi di un congresso rifondativo. Tra i passaggi più importanti:
«Il patrimonio di Alleanza Nazionale è intessuto di quella cultura nazionale che ci fa essere comunque figli di Dante e di Machiavelli, di Rosmini e di Gioberti, di Mazzini e di Corradini, di Croce, di Gentile e anche di Gramsci.»
«È giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenza che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato.»
«La Destra politica non è figlia del fascismo. I valori della Destra preesistono al fascismo, lo hanno attraversato e ad esso sono sopravvissuti.»
Queste posizioni – soprattutto quella sottesa alla seconda delle affermazioni citate – causano la scissione della componente guidata da Pino Rauti, suo rivale storico all’interno del MSI-DN e da sempre animatore dell’ala sinistra, il quale decide di abbandonare e di fondare il nuovo Movimento Sociale Fiamma Tricolore.
«Gianfranco Fini a Fiuggi non ha deviato di una virgola dalle sue idee di sempre. Fini ha semplicemente ammesso pubblicamente quello che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè che il “fascismo di destra” non è fascismo, e non lo è mai stato.»
Nel febbraio 1995 i gruppi parlamentari di Camera e Senato cambiarono nome da Alleanza nazionale – MSI a Alleanza Nazionale.
La fuoriuscita di Rauti comunque non provocò perdite di consensi, anzi vide AN incrementare alle elezioni regionali del 1995, riuscendo anche a far eleggere un proprio esponente, Antonio Rastrelli, alla guida della regione Campania e nel 1996 Nicola Cristaldi alla presidenza dell’Assemblea regionale siciliana.
È nelle regionali che AN, nella nuova ottica bipolare della politica italiana, partecipa alla costituzione della coalizione di centro-destra insieme a Forza Italia, CCD e CDU, mentre la Lega decide di correre da sola, formando il Polo per le Libertà, col quale ottiene per la prima volta importanti successi anche nelle regioni settentrionali.
Alle elezioni politiche del 1996 si registra la vittoria della nuova coalizione di centro-sinistra, denominata L’Ulivo e guidata da Romano Prodi.
AN, comunque, si compiace per gli ottimi risultati raggiunti: è il terzo partito italiano, dopo il Partito Democratico della Sinistra e Forza Italia, con quasi 6 milioni di voti e il 15,7%, raggiungendo il suo massimo storico. Due mesi dopo, alle elezioni regionali in Sicilia, AN diviene il secondo partito dell’isola, eleggendo 14 deputati regionali su 90, ottenendo la presidenza dell’Assemblea regionale siciliana e tre assessori su 12.
Nell’estate del 1996 nasce ufficialmente Azione Giovani, il movimento giovanile del partito. Viene eletto presidente il siciliano Basilio Catanoso, espressione della maggioranza tatarelliana, che vince di misura sul candidato alemanniano Alberto Arrighi.
Nel settembre del 1996 Gianfranco Fini sceglie di affiancare a Maurizio Gasparri, coordinatore del partito, altri due coordinatori: Publio Fiori e Domenico Fisichella. Così ai vertici di AN sono rappresentate le tre anime di AN: quella missina, quella cattolica e quella laica-liberale. Gasparri rimane coordinatore dell’esecutivo del partito, Fiori diventa coordinatore per le politiche sociali e Fisichella coordinatore per le politiche istituzionali.
In quanto partito d’opposizione, AN ottiene la presidenza della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi: viene eletto Francesco Storace.
Dopo l’insuccesso delle elezioni amministrative del 1997 in dicembre Fini revoca i due coordinatori del partito Gasparri e Fiori e nomina due nuovi coordinatori: Alfredo Mantovano per il sud e Manlio Contento per il nord.
Alla fine del 1997 Fini, durante la trasmissione televisiva Moby Dick, prende le distanze dal ventennio e da tutti i totalitarismi, condannando anche la Repubblica di Salò. Nel partito tutti concordano col proprio presidente; uniche voci contrariate sono Mirko Tremaglia e Teodoro Buontempo.
Nel corso della XIII Legislatura si verificano alcuni episodi di dissenso con Forza Italia, in particolare quando nel 1998 Berlusconi decide di far fallire la commissione bicamerale presieduta da D’Alema, appoggiata invece da AN.
Intanto i governi dell’Ulivo si susseguono: dopo la caduta del Governo Prodi I nell’ottobre 1998, diventa presidente del Consiglio Massimo D’Alema, il primo ex comunista alla guida di un governo italiano, episodio che viene visto da AN in maniera negativa. In questo contesto, alle elezioni provinciali di Roma di dicembre, il Polo per le Libertà vince candidando l’esponente di AN Silvano Moffa, uomo della destra sociale ed ex rautiano, una vittoria che fa comprendere al partito di poter puntare anche sull’elettorato centrista, non spaventato da un candidato di destra.
Due mesi dopo, l’8 febbraio 1999 muore Giuseppe Tatarella, fedelissimo di Fini, uomo chiave delle dinamiche interne al partito e capogruppo alla Camera; nuovo presidente del gruppo parlamentare viene eletto Gustavo Selva.
Per dare una risposta ai giochi dei piccoli gruppi, capaci di determinare le coalizioni di governo e che hanno portato alla creazione del Governo D’Alema I, ed al fine di proteggere il bipolarismo, AN si fa promotrice insieme a Mario Segni del Referendum abrogativo del 1999 volto ad abolire la quota proporzionale del sistema elettorale detto Mattarellum, considerata la causa della proliferazione dei piccoli partiti. Il referendum però non raggiunse il quorum per un soffio.
Alle elezioni europee del 1999 AN decide di sperimentare un nuovo progetto elettorale, l’Elefantino: in una stagione caratterizzata oramai da un’aperta competizione con Forza Italia, per allargare l’area del centro-destra e ottenere un definitivo sdoganamento, AN presenta una lista unitaria insieme al Patto Segni, il movimento politico di Mario Segni epigono della Democrazia Cristiana, con un simbolo elettorale costituito nella parte inferiore dal simbolo di AN e nella parte superiore dalla scritta Patto Segni con un elefante, a volere richiamare il Partit Repubblicano americano. Tra i candidati nelle liste anche l’ex radicale Marco Taradash. Fortemente scettico nei confronti dell’alleanza elettorale dell’Elefantino si dimostra all’interno del partito Mirko Tremaglia.
L’alleanza, però, racimola un insuccesso, facendo cadere la forza elettorale complessiva al 10,3% con appena 3 milioni di voti ed eleggendo soltanto 9 parlamentari europei. Gli eletti aderiscono al gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni.
Dopo la sconfitta Fini dà le dimissioni; tuttavia, in seguito alle numerose manifestazioni di solidarietà in suo favore, le ritira, a patto che il partito si impegni in una raccolta di firme per riproporre lo stesso referendum che in aprile era fallito per poco. In seguito ammetterà che presentare l’Elefantino fu un errore.
In occasione delle elezioni regionali del 2000, i partiti del Polo per le Libertà stringono un accordo con la Lega Nord e formano una nuova coalizione di centro-destra, la Casa delle Libertà.
La CdL vince in otto regioni su quindici, e soprattutto nelle più importanti. Il partito di Fini recupera consensi e si attesta su un 13% complessivo, conquistando la presidenza di due regioni italiane: la regione Abruzzo con Giovanni Pace, e la regione Lazio, storica roccaforte di AN, che va all’esponente della destra sociale Francesco Storace.
Il Governo D’Alema II si dimette a seguito del proprio insuccesso elettorale, mentre i partiti del centrodestra, forti della vittoria, si ricompattano superando le precedenti ostilità e si organizzano in vista della campagna elettorale del 2001, accusando i governi dell’Ulivo di aver fallito nel campo della politica economica e sociale.
E nonostante il fallimento dei referendum abrogativi del 2000, tra cui quello per l’abolizione della quota proporzionale fortemente voluto da Fini l’anno prima ma ora osteggiato da Forza Italia, ciò non viene vissuto dal partito come una sconfitta, e si conferma l’alleanza con Berlusconi.
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