
È dall’estate del 2021 che si è acceso lo scontro tra Bruxelles e l’Ungheria sul tema dei diritti Lgbtq+, quando la presidente della Commissione von der Leyen ha definito “una vergogna” la legge del governo Orbán che vieta di affrontare temi legati all’omosessualità in contesti frequentati dai minori. Il referendum sulla stessa legge anti-Lgbtq+, convocato dal premier ungherese nel luglio del 2021 proprio per trovare il consenso popolare sulla sua iniziativa, si è risolto in un fiasco il 4 aprile 2022: gli elettori ungheresi, pur riconfermando la fiducia nel partito Fidesz alle elezioni parlamentari dello scorso anno, lo hanno boicottato. Solo il 44,46 per cento ha espresso un voto valido, non raggiungendo il quorum richiesto per avallare la proposta legislativa del governo.
A questa sconfitta interna si è aggiunta la continua pressione da Bruxelles, con una procedura d’infrazione avviata il 15 luglio del 2021 e che a breve dovrebbe portare alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue. Quasi due anni fa l’esecutivo comunitario ha inviato a Budapest una lettera di costituzione in mora, dando due mesi di tempo per rispondere nel merito. Dopo il parere motivato fatto recapitare al governo Orbán, è arrivato il deferimento alla Corte di Giustizia dell’Ue, dal momento in cui il Paese membro dell’Ue non ha corretto la propria legislazione nazionale per rispondere alle preoccupazioni sollevate dal gabinetto von der Leyen sul rispetto dei Trattati fondanti dell’Ue. La causa della Commissione è sostenuta dal Parlamento Ue e da 15 Paesi membri: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svezia.
Come emerge anche dalle motivazioni del ricorso pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il disegno di legge ungherese che pone l’omosessualità, il cambio di sesso e la divergenza dall’identità personale corrispondente al sesso alla nascita allo stesso livello della pornografia è una violazione dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea. Inoltre, vietando o limitando l’accesso a contenuti che diffondono – usando le parole dell’esecutivo ungherese – “divergenza dall’identità personale corrispondente al sesso alla nascita, al cambio di sesso o all’omosessualità” per le persone di età inferiore ai 18 anni, la Commissione Ue ha rilevato che l’Ungheria non ha motivato perché l’esposizione dei bambini a contenuti Lgbt+ in quanto tale sarebbe dannosa. Per questo motivo la legge violerebbe la direttiva del 2010 sui servizi di media audiovisivi (restrizioni ingiustificate alla libera fornitura di contenuti e servizi) e la direttiva del 2000 sul commercio elettronico (fornitura di servizi transfrontalieri), ma anche due articoli specifici del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (Tfue): l’articolo 34 sulla libera circolazione delle merci e l’articolo 56 sulla libera prestazione di servizi (in particolare per la mancanza di notifica preventiva alla Commissione, nonostante l’obbligo previsto dalla direttiva sulla trasparenza del Mercato Unico).
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