Formazione e incarichi

Umberto Veronesi

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È stato il primo italiano presidente dell’Unione internazionale di oncologia ed ha fondato la Scuola europea di oncologia (Eso). Veronesi si è poi specializzato nella cura dei tumori del seno ed è stato ideatore di una tecnica rivoluzionaria, la quadrantectomia, che permette di evitare in molti casi l’asportazione totale della mammella. Nemico del fumo, è stato sempre convinto che l’arma più efficace contro i tumori maligni (che considerava “curabili”), fosse la prevenzione, basata su uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta.

Laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università Statale di Milano nel 1951, specializzatosi in Chirurgia presso l’Università degli studi di Pavia nel 1956, decide di dedicarsi allo studio e alla cura dei tumori: dopo alcuni soggiorni all’estero (Inghilterra e Francia) entra all’Istituto Nazionale dei Tumori come volontario e ne diventa direttore generale nel 1975.

Nel 1965 ha partecipato alla fondazione dell’AIRC e ha fondato nel 1982 la Scuola europea di oncologia. Dal 1985 al 1988 presidente dell’Organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro.

Contrario per principio allo sciopero dei medici («È uno strumento di lotta legittimo […] ma, secondo me, non di chi, medico, lavora in ospedale»), nel 1981 è stato minacciato di morte dalle Brigate Rosse, come spiegato da lui stesso:

« Qualche giorno dopo l’uccisione del direttore sanitario del Policlinico Luigi Marangoni […] trovai le segretarie in lacrime. Mi fecero leggere una lettera di minacce con la stella a cinque punte: «Lei è un cadavere ambulante». Andai in questura per chiedere che cosa dovevo fare. «Non possiamo darle la scorta, ma solo dei consigli. Non esca mai alla stessa ora, cambi il numero di telefono, se può cambi abitazione o, perlomeno, non vada a dormire sempre nello stesso posto. Viva in modo irregolare. […]» Così ho fatto per un po’ di tempo. La cosa irritante era che tutte le notti squillava il telefono, prima verso l’una, poi alle due, alle tre, e così fino all’alba. […] In questura insistettero perché cambiassi numero. Così feci, ma il giorno dopo le telefonate notturne ripresero. Cambiai una seconda volta e di nuovo il telefono tornò a squillare. Lo dissi in questura e mi risposero che c’erano talpe infiltrate ovunque. Trascorsi un periodo strano. Provavo un bizzarro senso d’avventura, perché la mia esistenza era stata sconvolta nelle abitudini, negli orari, nel lavoro. Devo dire che accettai le cose senza farne un dramma.»