Adolescenza

Umberto Veronesi

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Cresciuto nei sobborghi agricoli adiacenti a Milano con quattro fratelli maggiori e una sorella minore, il giovane Veronesi si conquistò lo status di “cittadino” da sé e con le proprie forze, come egli stesso racconta:

« Mio padre era un fittavolo della pianura lombarda, stavamo fuori Milano, anche se non lontanissimi. La vedevamo come la grande meta di chi vive nei sobborghi. Quindi la nostra grande speranza era di diventare “cittadini”: si andava a scuola facendo 4-5 chilometri a piedi tutte le mattine, anche in pieno inverno, con i nostri calzoni corti, con quella cultura naturalistica del mondo agricolo. La conquista è stata lenta, ma ci ha molto gratificato come tutte le grandi forme di emancipazione.»

Fu bocciato per due volte al ginnasio. Ricorderà:

« Da ragazzo mi vedevo bruttissimo, ero convinto che le ragazze non potessero degnarmi di uno sguardo, ed ero sicuro che nessuna mai si sarebbe innamorata di me. Forse perché ero davvero troppo alto per la mia età […]. E per sfogare questo senso di inadeguatezza facevo il monello e mi rifiutavo di studiare. »

Data la precoce scomparsa del padre, fu per lui fondamentale la figura materna, Erminia Verganti (a cui ha dedicato il libro Dell’amore e del dolore delle donne):

« Mia madre mi ha fatto da padre, da sorella maggiore, da compagna di viaggio, perché io ho perso mio padre a 6 anni… un bambino ha bisogno di una guida e mia madre è stata la grande guida, una donna profondamente religiosa… mi ha insegnato due cose importanti: una è la tolleranza… e l’altra è ricercare le cause degli eventi; se una persona ti è ostile, non limitarti a respingerla o a trattarla male: se ti è ostile, una ragione c’è e tu devi individuarla. »

Ha scritto anche, riguardo alla propria giovinezza:

« In casa parlavamo dialetto. La sera, nell’ampia cucina con il grosso camino, unica fonte di calore nelle giornate di freddo, mia madre intonava il rosario e tutti dovevamo seguirla. Mio padre conservava una vecchia bandiera rossa. Aveva le sue idee di socialista alla Turati, riformista, che ho ereditato. E un giorno arrivarono gli squadristi per dargli una lezione. Ma lui si era nascosto nei campi e loro se ne andarono. Qualche anno dopo, quando ero entrato in clandestinità, sarebbe capitato anche a me di scappare. Fascisti e tedeschi mi davano la caccia, una soffiata li avvisò che mi trovavo in città. […] Mi salvai grazie all’Angiolina, la portinaia, che fece una cosa molto coraggiosa: li lasciò salire in ascensore, poi tolse la corrente […]. Un anno prima, non ero invece riuscito a scappare da un campo minato. […] Ci vollero otto interventi per togliermi le schegge. Tutte tranne una […] tra la vena cava e l’aorta, e me la porto ancora addosso, facendo suonare i detector ogni volta che oltrepasso le barriere degli aeroporti.»
Veronesi è nato in una famiglia cattolica ed è stato anch’egli praticante, ma si è allontanato dalla religione a partire dai 14 anni[10], divenendo agnostico. Ha in seguito dichiarato che lo studio dell’oncologia l’ha sempre più convinto della non esistenza di Dio.

Sposato a Susy Razon (una pediatra ebrea di origini turche, sopravvissuta ai campi di concentramento), Veronesi ha sette figli (cinque maschi e due femmine), due dei quali, Paolo e Giulia, hanno seguito le sue orme e sono chirurghi, mentre un terzo, Alberto Veronesi, fa il direttore d’orchestra.