Il biennio rosso

Giovanni Giolitti

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L’ultima permanenza al governo di Giolitti iniziò nel giugno 1920, durante il cosiddetto biennio rosso (1919-1920). Per porre freno alle frequenti agitazioni socialiste, Giolitti non esitò ad appoggiare le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito riassorbita all’interno del sistema democratico.

Già dal discorso di insediamento alla Camera, Giolitti annunciò l’intenzione di voler modificare l’articolo 5 dello Statuto, la norma che aveva consentito al sovrano di dichiarare la guerra all’Austria senza il preventivo consenso del Parlamento. Dai banchi della destra, in particolare dalle file dei nazionalisti, alcuni gridarono ironicamente al presidente del Consiglio: “Come per l’impresa di Libia!“. E Giolitti, senza scomporsi, rispose: “Appunto, correggiamo!“. Ed effettivamente la Camera approvò la modifica della Carta fondamentale proposta dal Presidente del Consiglio; si narra che in seguito a tale scelta, non gradita dalla Corona, si guastarono irrimediabilmente i rapporti fra Giolitti e Vittorio Emanuele III.

Nei confronti delle agitazioni sociali, Giolitti, ancora una volta, attuò la tattica da lui sperimentata con successo quando era alla guida dei precedenti ministeri: non accettò le richieste di agrari e imprenditori che chiedevano al governo di intervenire con la forza. Alle lamentele di Giovanni Agnelli, che descriveva, con toni volutamente drammatici ed esagerati, la situazione della Fiat occupata dagli operai, Giolitti rispose: “Benissimo, darò ordine all’artiglieria di bombardarla“. Udita la risposta ironica e beffarda del primo ministro, Agnelli decise che era meglio lasciar fare alla politica e partì per le vacanze. Dopo pochi giorni gli operai cessarono spontaneamente l’occupazione. Il presidente del Consiglio era consapevole che un atto di forza avrebbe soltanto aggravato la situazione e inoltre, sospettava che in molti casi gli imprenditori non fossero del tutto estranei all’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori.

Del resto la situazione socio-politica era comunque più complessa rispetto agli scioperi che avevano interessato il Paese ai primi del Novecento. Ora, infatti, complice il dissesto economico e sociale seguito al primo conflitto mondiale, non tutti i disordini avevano alla base pure motivazioni economiche. Durante questa grave crisi economica post-bellica si acuivano infatti i contrasti politici, radicalizzando le diverse posizioni. Da una parte le istanze socialiste e dall’altra quella della borghesia imprenditoriale.

Giolitti era preoccupato soprattutto per le disastrose condizioni in cui versavano le finanze dello stato. Rispetto all’anteguerra il potere d’acquisto di una lira si era ridotto a 23 centesimi, il prezzo politico del pane, che i governi precedenti non avevano voluto abolire temendo proteste e impopolarità, comportava un onere che avrebbe portato il Paese al fallimento economico. Lo statista piemontese propose una manovra finanziaria, rimasta in larga parte inattuata per la breve durata del suo governo, di portata innovativa.