Gramsci accusa Giolitti di aver favorito l’ascesa fascismo

Antonio Gramsci

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Tornato a Roma – da via Vesalio si era trasferito in via Morgagni – ebbe il tempo di passare alcuni mesi con la famiglia – la moglie Giulia e il piccolo Delio, oltre alle cognate Eugenia e Tatania – che abitano tuttavia in un altro appartamento, in via Trapani: le squadre fasciste, superato da tempo lo smarrimento provocato dal delitto Matteotti, avevano piena libertà d’azione e non era prudente coinvolgere i famigliari in loro possibili aggressioni; lo scorso 4 ottobre, a Firenze, era stato ucciso l’ex-deputato socialista Gaetano Pilato, la stessa casa di Gramsci era stata messa a soqquadro dalla polizia il 20 ottobre. Mentre gli esponenti dell’opposizione antifascista prendevano la via dell’emigrazione – Gobetti, che muore il 6 febbraio 1926, venticinquenne, a Parigi, in conseguenza delle bastonate squadriste, Amendola, Salvemini – un processo farsa condannava a una pena simbolica gli assassini di Matteotti, difesi dal capo-squadrista Roberto Farinacci.

La moglie Giulia, che aspettava il secondo figlio Giuliano, lasciò l’Italia il 7 agosto e il mese dopo fu la volta della cognata Eugenia a tornare a Mosca con il figlio Delio: Gramsci non l’avrebbe più rivisto.

Elaborando temi già affrontati nelle Tesi di Lione, in settembre Gramsci iniziò a scrivere un saggio sulla questione meridionale, intitolato Alcuni temi sulla quistione meridionale, in cui analizzò il periodo dello sviluppo politico italiano dal 1894, anno dei moti dei contadini siciliani, seguito nel 1896 dall’insurrezione di Milano repressa a cannonate dal governo Di Rudinì. Secondo Gramsci, la borghesia italiana, impersonata politicamente da Giovanni Giolitti, di fronte all’insofferenza delle classi emarginate dei contadini meridionali e degli operai del Nord, piuttosto che allearsi con le forze agrarie, cosa che avrebbe dovuto comportare una politica di libero scambio e di bassi prezzi industriali, scelse di favorire il blocco industriale-operaio, con la conseguente scelta del protezionismo doganale, unita a concessione di libertà sindacali.