L’esperienza nel governo Cairoli e il quarto governo

Agostino Depretis

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Con il secondo governo Cairoli la situazione in politica estera peggiorò ancora, dato l’irredentismo che inquinava i rapporti con l’Austria, la quale a sua volta si legava sempre di più alla Germania. Caduto il secondo esecutivo Cairoli ancora sulla tassa sul macinato, il reincarico fu dato allo stesso presidente del Consiglio che accolse Depretis quale ministro dell’Interno e che iniziò il suo terzo mandato il 25 novembre 1879.

Le elezioni del 16 maggio 1880, tuttavia, rinforzarono la posizione di Depretis, che da quel momento divenne il fulcro della vita politica italiana, attorno a cui ruotò, fino al 1887, il gioco delle maggioranze parlamentari.

Nel frattempo anche i rapporti con la Francia si facevano tesi, a causa degli interessi di quest’ultima in Tunisia che contrastavano con quelli, pure consolidati, dell’Italia. Nonostante le rassicurazioni date dal primo ministro di Parigi Jules Ferry, il 1º maggio 1881 l’esercito francese invadeva la Tunisia. Undici giorni dopo il trattato del Bardo riduceva il territorio conquistato ad un protettorato, premessa dell’annessione. In Italia l’impressione fu enorme e l’affronto venne definito lo “Schiaffo di Tunisi”. Il governo Cairoli, travolto dalle critiche, dovette dimettersi con l’accusa, allargata all’intera Sinistra, di aver portato l’Italia ad un pericoloso isolamento. Il Re incaricò Quintino Sella di formare il nuovo governo, ma riuscito infruttuoso il tentativo, dovette ricorrere ancora a Depretis.

Depretis per il suo quarto mandato iniziato il 29 maggio 1881, volle per sé anche il ministero degli Interni, nonostante la priorità fosse quella di dare alla politica estera una guida più ferma e coerente. Infatti, dopo le polemiche sul congresso di Berlino e lo “schiaffo di Tunisi” Depretis si decise a risolvere la questione delle alleanze. A tale riguardo Umberto I era propenso ad un’intesa con Austria e Germania, che avrebbe rafforzato la monarchia in senso conservatore. Nell’ottobre 1881 si recò per questo a Vienna dove sostenne l’immagine di amicizia tra i due paesi. Depretis lo accompagnò.

Gli argomenti a favore di un avvicinamento agli imperi centrali trovavano, però, scarsa accoglienza in buona parte della popolazione (come c’era da aspettarsi per il ruolo avuto dall’Austria nelle tre guerre risorgimentali), e anche Depretis era più propenso ad un’alleanza con Parigi che con Vienna e Berlino. Egli riteneva l’episodio della occupazione della Tunisia tutto sommato non grave e osservava che se era vero che «l’Italia aveva in Tunisia una numerosa colonia da proteggere, non era men vero che essa aveva anche circa 400.000 emigrati che vivevano del loro lavoro in Francia… i quali meritavano altrettanta se non maggiore attenzione che gli interessi in Tunisia».

Il ministro degli Esteri che Depretis si era scelto, Pasquale Stanislao Mancini, era però favorevole ad un’alleanza soprattutto con la Germania. Bismarck tuttavia non si fidava di Depretis che riteneva vicino alle idee del nuovo ministro degli Esteri francese Léon Gambetta. Depretis invece, agli inizi del 1882, si era convinto della utilità di un’alleanza con gli imperi centrali, purché non implicasse una guerra con la Francia. Prospettiva invece accettata da Germania e Austria.

La costanza di Mancini e, soprattutto l’abilità dell’ambasciatore Robilant, portarono alla stipula dell’intesa che fu di carattere difensivo. Depretis infatti, così come Mancini trasmise a Robilant il 10 maggio 1882, escluse l’ipotesi di dover sostenere un attacco preventivo dei partner, anche contro l’Impero Ottomano, ai cui territori nei Balcani l’Austria guardava con particolare interesse. Così, il 20 maggio 1882, a Vienna, fu firmato il trattato della Triplice alleanza che rompeva l’isolamento dell’Italia.

In politica interna il 1882 vide arrivare in porto il lungo percorso della riforma elettorale di cui anche Depretis si era fatto portavoce e il 22 gennaio il parlamento approvava quello che il presidente del Consiglio aveva definito «il suffragio universale possibile». Ebbero diritto al voto tutti gli uomini di almeno 21 anni che avevano frequentato almeno i primi due anni della scuola elementare o che contribuivano per un’imposta annua non inferiore alle 19,80 lire. In base a questa legge, gli aventi diritto al voto crebbero dai 621.896 del 1879, pari al 2,2% della popolazione, ai 2.049.461, pari al 6,9% e cioè a più di ¼ della popolazione maschile adulta.

Con l’avvicinarsi delle prime elezioni a suffragio allargato, previste per l’ottobre 1882, si ebbe un’accelerazione del fenomeno della disgregazione degli schieramenti politici tradizionali. Tale metamorfosi rispondeva ad una diminuzione dei contrasti fra Destra e Sinistra, ma anche al progetto politico di cui Depretis si era fatto interprete nel 1862.

Pertanto, alla vigilia delle elezioni, l’8 ottobre 1882, Depretis ribadì in un intervento a Stradella che non si poteva respingere qualcuno di un altro schieramento politico se «vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se […] vuole trasformarsi e diventare progressista», e il capo della Destra, Minghetti, si dichiarerà d’accordo.

Nel discorso Depretis definì superate le differenze ideologiche della Destra e della Sinistra risorgimentali. Si poteva quindi far nascere maggioranze parlamentari più solide e compatte, fondate sulla convergenza delle componenti moderate dei due vecchi schieramenti. Tale avvicinamento si sarebbe potuto verificare su una quantità di problemi concreti e attuare attraverso una attenta distribuzione dei ruoli di potere. Quanto alla politica estera, Depretis ribadì, nonostante la Triplice alleanza, la sua amicizia per la Francia.

Le elezioni del 29 ottobre 1882 segnarono il successo del disegno di Depretis che per la sua natura tecnica avrebbe potuto raccogliere in parlamento consensi a prescindere dalle fedi politiche. Le urne premiarono lo schieramento della maggioranza “trasformista”, che assorbì quasi tutti i 173 nuovi deputati, la maggior parte dei quali privi di una precisa connotazione politica.

Qualche mese dopo, però, fu ancora la politica estera a concentrare l’attenzione degli italiani. Il governo austriaco, infatti, nel dicembre 1882 decise l’impiccagione del triestino Guglielmo Oberdan che si era autoaccusato di un progettato attentato all’imperatore Francesco Giuseppe. In Italia l’esecuzione gelò l’entusiasmo nella Triplice alleanza anche in coloro che l’avevano auspicata.

Il governo Depretis dovette gestire sia una comprensibile ondata di sentimenti antiaustriaci, sia violente manifestazioni e attentati ad uffici e consolati di Vienna. L’esecutivo tenne un atteggiamento rigoroso, pur nel rispetto delle leggi, non mancando di colpire severamente, ma senza cedere alle pressioni di coloro che invocavano leggi speciali. Nonostante però tutti gli sforzi del governo, la morte di Oberdan scavò un fossato incolmabile fra Italia e Austria. Nel frattempo, all’interno della Sinistra, i risultati elettorali avevano provocato forti tensioni che sfociarono nel maggio 1883 nella fine del quarto governo Depretis.

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