Parlamento

La fiducia di Mattarella: l’Italia crescerà. 

La fiducia di Mattarella: l’Italia crescerà. 

È il suo ultimo messaggio di fine anno, il suo mandato sta per scadere, il 3 febbraio, e in qualche modo anche il suo saluto agli italiani è nel finale. «Se guardo al cammino che abbiamo fatto insieme in questi sette anni nutro fiducia. L’Italia crescerà». Sergio Mattarella non può fare a meno di raccontare i suoi sette anni partendo dalla pandemia, dal ricordo dell’isolamento e delle vittime ma pure del tempo della reazione.

«Cosa avremmo dato in quei giorni per i vaccini?» si chiede quando racconta di un’Italia all’inizio dell’ondata, smarrita e chiusa, e di quella che poi ha saputo fidarsi della scienza e ritrovare un pezzo di normalità e socialità. «Eppure ci siamo rialzati», dice quando ringrazia il comportamento “responsabile” degli italiani e di tutte le istituzioni. 

La sua “gratitudine” va a chi era in prima linea: ai sindaci, presidenti di Regione, a chi ha lavorato sul territorio. E poi dirà grazie anche al Parlamento e ai governi. Al Papa

Dai ringraziamenti passa al cuore del suo discorso, quello in cui lascia la sua personale testimonianza ed eredità di ciò che per lui è stato incarnare la funzione di capo dello Stato. Sostanzialmente quello di rappresentare «il volto reale di una Repubblica unita e solidale». O come dice dopo: «È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica». Sembra un po’ una risposta a Giorgia Meloni che aveva detto di volere un presidente patriota e lui va a definirne la sostanza, il significato. «La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale». Dunque, patriottismo è innanzitutto la capacità di creare coesione, unità e non divisioni. Un passaggio che lui declina molto bene quando spiega che il «legame tra istituzioni e società va rinsaldato ogni volta» al di là delle divisioni che esistono e non vanno negate ma nei momenti di difficoltà viene fuori «l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione». È questa attitudine che deve garantire un capo dello Stato che è tale se persegue due esigenze di fondo: «spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che deve trasmettere integri al suo successore».

Ecco, nel definire il profilo di un capo dello Stato non azzarda a dare pagelle a se stesso. «Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere. Quel che desidero dirvi è che mi sono adoperato, in ogni circostanza, per svolgere il mio compito nel rispetto rigoroso del dettato costituzionale». E un passaggio, in particolare, è il più politico del suo discorso di fine anno. Quando dice che «la governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcune fasi particolarmente difficili e impegnative, di evitare pericolosi salti nel buio». Il riferimento è a quei momenti in cui è intervenuto per dare una direzione o una svolta alla legislatura. A cominciare da quando formò il Governo Gentiloni dopo la sconfitta referendaria e le dimissioni di Renzi, poi alle spinte dopo il voto del 2018 per cercare di non interrompere la legislatura appena cominciata – arrivando a convocare Cottarelli – fino alla nascita e caduta del Conte I e del Conte II e poi – quasi un anno fa – la nuova crisi di Governo e l’incarico affidato a Draghi per fronteggiare la pandemia e realizzare il Piano europeo.

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