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La lunga estate magica dello sport italiano

La lunga estate magica dello sport italiano

Addio estate. È finita. Davanti alle minacciose previsioni meteo, che ci annunciano flagelli autunnali con sciabolate temporalesche, per consolarci non ci resta che fermare, almeno con la mente, questa meravigliosa estate dello sport italiano…

Qualcosa di unico che ci resterà nella memoria e che tramanderemo ai nostri figli e ai nostri nipoti come se fosse una fiaba: «Era un’estate calda e soffocante quella del 2021, che veniva dopo mesi di malinconico isolamento per un virus che aveva fatto il giro del mondo. Anche lo sport era rimasto quasi sempre bloccato e tutte le manifestazioni, dagli Europei di calcio e alle Olimpiadi, sembrava dovessero saltare da un momento all’altro… Tutto sembrava perduto e invece avvenne un miracolo che nessuno aveva previsto…».

Nessuno l’aveva previsto. Come tutte le cose importanti che accadono nella vita, anche questa pazzesca estate dello sport era cominciata non senza che qualche esperto ci mettesse in guardia, con il solito scetticismo che caratterizza noi italiani. Sì, certo, la nazionale di Mancini, dopo i precedenti sfracelli, sembrava ben costruita, sorretta dall’incoraggiante spirito combattivo di un gruppo che, pur senza fenomeni, qualche segno voleva lasciarlo. E giocando addirittura bene. Tenendo la palla e occupando la metà campo avversaria. Ma sembravano utopie, quei sogni che svaniscono con la prima tazza di caffè. E invece, cominciando dalla partita con la Turchia e arrivando fino alla finale di Wembley con quei presuntuosi degli inglesi, siamo risaliti sul tetto d’Europa 53 anni dopo l’ultimo successo continentale. La Coppa tornava in Italia (it’s coming Rome…) e tutti noi italiani, dopo un anno e mezzo di smart working e saluti remoti, ci siamo trovati di nuovo nel pallone in una ubriacante notte magica. Non bastasse, sempre quell’11 luglio accadeva un altro strano miracolo: un tennista italiano, Matteo Berrettini, affrontava per il titolo di Wimbledon il numero uno Novack Djokovic. Una cosa incredibile che non accadeva dai tempi di Nicola Pietrangeli, cioè da 61 anni, da quando il mondo era ancora in bianconero e l’Italia col boom economico aveva un pil che neanche la Cina.

Berrettini poi ha dovuto arrendersi, ma poco male. Conta che eravamo usciti a testa alta dal santuario del tennis. Con i camerieri italiani a Londra, già elettrizzati dalla nazionale di calcio, che finalmente potevano guardare dall’alto al basso quei bulli della Brexit. Ma il bello doveva venire. E arrivò, un paio di settimane dopo, con i primi successi azzurri alle Olimpiadi di Tokyo. Pochi ori all’inizio, ma poi una cascata, come se qualcuno avesse giocato con una slot machine che rovesciava addosso medaglie e primati.

Un Paese non abituato a vincere, fiaccato da una pesantissima crisi sanitaria ed economica, improvvisamente rialzava la testa. Ogni volta che qualcuno degli azzurri entrava in azione, una vocina, quella del genio della lampada, ci diceva che poteva succedere qualcosa di magico. Ed eccoli qui i nostri desideri, tutti esauditi: Filippo Ganna che guida alla vittoria il quartetto azzurro dell’inseguimentoAntonella Palmisano, leggera come una piuma, che trionfa nella marcia. Luigi Busà, il ragazzo siciliano che ha cominciato a tirare pugni contro il bullismo, che conquista l’oro nel karatè, superando l’avversario più forte di tutti, l’azzero Aghayev.

E poi arriva il miracolo italiano, quei dieci minuti che hanno fatto tremare il mondo. Come lo sbarco sulla Luna o il trionfo degli azzurri in Spagna nel 1982. Che tra qualche anno, da vecchi, ci faranno dire: io proprio quel giorno ero in vacanza all’isola d’Elba e improvvisamente ho visto un matto, che di nome fa Gimbo Tamberi, rotolarsi per terra piangendo e gridando perché aveva appena vinto l’oro nel salto in alto dopo cinque anni di calvario per un grave infortunio al tendine. E un altro ancora racconterà che anche lui era in vacanza e che, dieci minuti dopo l’exploit di Tamberi, ha visto una cosa che mai avrebbe pensato di vedere alle Olimpiadi: un italiano, Marcell Jacobs , stravincere la finale dei 100 metri lasciando alle spalle tutti i mostri della velocità con un tempo fantastico (9”80). Una cosa dell’altro mondo che ci ha riportato ai miti dell’atletica leggera, a Livio Berrutti e a Pietro Mennea. Ma questa volta si andava oltre conquistando, in un tripudio tricolore, anche la staffetta 4×100 . Con Jacobs e Tortu che alla fine dicono: «Avevamo deciso che potevamo farcela. E ce l’abbiamo fatta. Paura? No, contavamo sulle nostre forze».

Ecco perchè non sarà facile staccarsi da questa incredibile estate dello sport italiano. E perchè non sarà facile tornare ai soliti balletti dei politici, ai soliti talk show sulla crisi dei partiti. Perché pensando a questa estate ci verrà in mente che c’è anche un altro mondo possibile, come quello dei ragazzi delle Paralimpiadi che, sempre a Tokyo, hanno addirittura fatto meglio dei loro fratelli olimpici vincendo una valanga di medaglie (69, di cui 14 d’oro) che ci hanno permesso di superare l’edizione di Roma 1960.

Ma le medaglie dicono poco: dice molto di più quella stupenda foto che ritrae Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contraffatto avvolte nel tricolore dopo il fantastico “triplete” nella finale dei 100 metri. Un manifesto dell’Italia che vince e che ha fatto il giro del mondo. Insieme alle imprese dei ragazzi del nuoto, del ciclismo e di tutte le altre discipline che ci hanno costretto a riflettere sui valori dello sport e delle disabilità. A riflettere di quanto sia importante stringere i denti quando bisogna raggiungere un obiettivo. Anche quando, come è successo con la pandemia, non puoi farti la doccia o allenarti come vorresti. «Ora tocca a noi vigilare perchè questo patrimonio non venga disperso» ha detto il presidente del Comitato italiano Luca Pancalli per ricordare che noi italiani siamo straordinari nell’emergenza ma altrettanto poco affidabili nella quotidianità.

Non tutti però alle Olimpiadi di Tokyo sono andati bene. Le ragazze del volley, ad esempio, eliminate poco onorevolmente. E anche i ragazzi, pure usciti anzitempo. Poco male, non sempre si può vincere, si era pensato. E invece la coda dell’estate, per non deluderci, ci ha portato altre soddisfazioni. Il trionfo europeo delle ragazze di Mazzanti nella tana delle avversarie serbe a Belgrado; e poi il successo in Polonia dei ragazzi del volley che, in una finale sudatissima con la Slovenia, si riprendono il titolo continentale 16 anni dopo. Il tutto mentre il solito Filippo Ganna andava a vincere nelle Fiandre, in casa dei belgi, il suo secondo mondiale a cronometro consecutivo. Dicono che Ganna potrebbe vincere anche ai mondiali di ciclismo su pista di fine ottobre al velodromo di Roubaix. Inseguimento a squadre e quello individuale. Faccia quello vuole, di Ganna ci fidiamo ciecamente. Certo a fine ottobre l’estate sarà finita. In attesa della prossima speriamo su quella di San Martino a novembre.

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