Centrosinistra

Pd, Enrico Letta nuovo segretario Pd

Abolito il finanziamento pubblico dei partiti
Enrico Letta

Come atteso, dopo 48 ore Enrico Letta ha sciolto la riserva ed ha annunciato l’intenzione di correre per la guida del Partito Democratico all’Assemblea nazionale che si terrà sabato 13 e domenica 14 marzo.

L’ex presidente del Consiglio in un video pubblicato su Twitter poco dopo mezzogiorno ha quindi accolto l’invito arrivato da più parti, in particolare dal segretario dimissionario Nicola Zingaretti, a prendere in mano il partito in preda ad una crisi fortissima dopo la caduta del governo Conte 2.

“Oggi sono qui, lunedì scorso non avrei immaginato che sarei stato qui ad annunciare la mia candidatura alla guida del Partito Democratico – sottolinea Letta nel videomessaggio – quel partito che ho contribuito a fondare e che oggi vive una crisi profonda. Lo faccio per amore della politica, passione per i valori democratici”.

Quindi un passaggio sul suo predecessore, quel Nicola Zingaretti che ieri aveva definito la soluzione Letta “la più forte ed autorevole per prendere il testimone della segreteria”. “Voglio ringraziare Nicola Zingaretti, mi lega a lui profonda amicizia e grande sintonia”, lo ha ringraziato il direttore della scuola di Affari internazionali di Sciences Po a Parigi.

Domenica quindi l’appuntamento nell’Assemblea al Nazareno. Letta chiede a tutti “di ascoltare la mia parola, di votare sulla base delle mie parole sapendo che io non cerco l’unanimità, io cerco la verità nei rapporti tra di noi per uscire da questa crisi e guardare lontano”.

Un discorso che, nelle intenzioni di Letta, servirà ad aprire “un dibattito in tutti i circoli: chiedo ai democratici nelle prossime due settimane nelle modalità in cui questo oggi è possibile, poi faremo insieme sintesi e troveremo le idee migliori per andare avanti insieme”.

Dopo la mossa di Letta si attende ora quella degli ex renziani di Base Riformista: che ne sarà infatti del congresso chiesto a gran voce in questi giorni dalla componente che fa riferimento al ministro della Difesa Lorenzo Guerini? Letta potrebbe aprire in tal senso, ma solo per definire la linea politica e non per eleggere un nuovo segretario.

La partita vera resta infatti quella della linea da tenere nei prossimi mesi, con un ‘autunno caldo‘ che vedrà il Partito Democratico impegnato in appuntamenti chiave come Milano, Napoli, Roma, Calabria. Sul tavolo c’è la possibile alleanza in pianta stabile col Movimento 5 Stelle, per quel ‘campo progressista’ evocato continuamente da Zingaretti, dal suo uomo ombra Goffredo Bettini e da Giuseppe Conte, l’ex premier che potrebbe porsi alla sua guida.

1 risposta »

  1. Irene Tinagli, partiamo dalle donne, ha 46 anni, specializzata a Pittsburgh, economista di impronta “liberal”, formazione e professione europea, attualmente è presidente della Commissione per i problemi economici e monetari dell’europarlamento. Nel suo ultimo libro, La grande ignoranza (sottotitolo: dall’uomo qualunque al ministro qualunque, l’ascesa dell’incompetenza e il declino dell’Italia) si chiedeva: “E se, per una volta provassimo, banalmente, a mettere al potere dei politici competenti e preparati?”. Profilo adatto all’epoca del governo Draghi di cui condivide agenda, linguaggio, riferimenti politici e culturali.

    Ora l’uomo: Giuseppe Provenzano, 39 anni, scuola Macaluso, da cui ha ereditato passione caratteriale e attenzione a un riformismo che mai smarrisca un rapporto col popolo, dottorato alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa vicedirettore dello Svimez, profondo conoscitore del Sud a cui si è dedicato come ministro del governo Conte. Nel suo ultimo libro, La sinistra e la scintilla (sottotitolo: idee per un riscatto), scriveva: “Nei discorsi nostalgici dello ‘spirito originario del Pd’ non compare mai la parola che ha sconvolto la vita di milioni di persone: crisi. Il Pd non è nato tardi, è nato vecchio e si è mostrato inadeguato alla crisi perché privo di pensiero critico”. Profilo adatto per lavorare sul rapporto col popolo, problema che non nasce con Draghi, ma che proprio in questa fase attraversa un nuovo stress test. Con quei mondi cioè (le Sardine ad esempio) che suono fuori dal Pd ma della cui contaminazione la sinistra ha bisogno come l’aria se non vuole morire nel Palazzo.

    I due vicesegretari scelti da Letta sono due 40enni, entrambi nati col Pd (Tinagli ha avuto un passaggio in Scelta Civica per poi tornare) né ex né post – comunisti, democristiani, socialisti – che segnano un cambio generazionale, già politicamente formati, che hanno letto e anche scritto libri, espressione di due aree culturali – una destra e una sinistra, si diceva nei partiti di una volta e che, almeno nei curriculum e nelle intenzioni corrispondono all’esigenza di tenere assieme, per dirla appunto come ai tempi il cui il Pd è nato “riformismo e radicalità”.

    Insomma, nomina sunt consequaentia rerum, nel senso che esprimono appieno l’idea di rinnovamento, senza scosse, ma comunque rinnovamento di Enrico Letta. E la ricerca di autonomia nelle scelte rispetto alle correnti. Letti con la lente delle correnti, non sono nomi che recepiscono la volontà degli azionisti di maggioranza del Pd: Tinagli non è né di Franceschini né di Guerini né di Lotti, magari ha un ottimo rapporto con Calenda e forse non è un caso ora che il segretario cerca una quadra su Roma; Provenzano ha un solido rapporto con Orlando però, solo qualche settimana fa l’allora vicesegretario non si dimise per lasciargli il posto né Zingaretti mostrò tutte queste intenzioni di nominarlo. È la vecchia storia dei passaggi di testimone, vicenda sempre molto controversa nella stessa “famiglia”.

    Si vedrà, perché poi la politica non è annunciata dai curriculum, anche i più promettenti. Questa generazione non è quella della svolta né quella dell’opposizione al berlusconismo, è la generazione che si è formata, più che nella battaglia, nella crisi del Pd ai tempi del populismo in cui il partito è sempre stato al governo senza mai vincere le elezioni. Si è cioè formata mentre nel paese si consumava il fallimento delle generazioni precedenti. E, a differenza di tanti giovani sindaci e amministratori, non si è mai misurata quotidianamente col consenso.

    Grande scommessa e grande sfida. Loro e di Enrico Letta che, richiamato come il Draghi del Pd a gestire l’emergenza, si è capito che, indentificato il male (il tribalismo correntizio), ha comunque ha deciso di seguire logiche non spartitorie. Diciamo così: decide, forte di quegli ampi margini di azione che proprio la chiamata come salvatore della patria gli attribuisce. Ha nominato i vicesegretari senza caminetti, ha stoppato la candidatura di Gualtieri su Roma, ha già inviato a tutti i circoli il famoso questionario per sollecitare il dibattito, senza passare per i segretari locali o per i vari capibastone, ha messo in agenda il dossier capigruppo, con l’intenzione di cambiarli, anche se non è affatto semplice.

    Quanto questa condizione di grazia possa durare e con quanta libertà rispetto alle leggi ferree dell’oligarchia, è altro discorso, che attiene alla riformabilità del Pd. Così come è altro discorso se a un partito “sradicato” basta la scelta delle competenze per rimettere le radici, oppure se la via è un processo costituente, che ne metta radicalmente in discussione logiche e assetti di potere, in nome di una profonda rifondazione. La scelta compiuta è sempre il cacciavite, non la rottura, che nell’era della scorrettezza avvita correttamente, confidando che il motore riparta e non vada sostituito.

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