Centrosinistra

Perché la sinistra odia così tanto Matteo Renzi?

In senso oraroo: Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Matteo Renzi, Piero Grasso e Nicola Fratoianni

Me lo sono sempre chiesto. Perché uomini “di sinistra” dello spessore di Pierluigi Bersani, di Pietro Grasso o – lasciatemelo dire – di Massimo D’Alema ce l’hanno così tanto con Matteo Renzi al punto da potere tranquillamente dire che, più propriamente, lo odiano?

Non è possibile – mi sono sempre detto – che sia una banale questione di antipatia personale, di caratteri non compatibili.

Prima di tutto perché “l’antipatia” è un tratto che riguarda il sentire personale, cioè una persona può risultare simpatica a alcuni e antipatica a altri; e poi la “compatibilità caratteriale” è – anche questa – una emozione che riguarda la sfera umana e che ha poco o niente a che vedere con l’attività politica delle figure di altissimo spessore culturale e intellettuale di cui stiamo parlando.

Matteo Renzi è odiato dalla sinistra più radicale nonostante tutte le iniziative portate a segno nel corso del suo governo portino il bollino di “cose di sinistra”; anche l’opposizione alla riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non è – a ben studiare – che un totem ideologico al quale fare ricorso.

In effetti bisognerebbe controllare se (ed eventualmente quanti) posti di lavoro sono stati perduti a causa della riforma e quanti, al contrario, ne sono stati guadagnati (sia a tempo determinato che a tempo indeterminato). Ve lo anticipo perché ho controllato: nessun posto di lavoro è stato perduto dopo la riforma dell’articolo 18 introdotta con il “Jobs Act” e tanti ne sono stati guadagnati.

Più precisamente gli occupati totali sono aumentati, da febbraio 2014 a settembre 2016 di 654.000 unità dei quali 487.000, nello stesso periodo, sono a tempo indeterminato. Pertanto il Jobs Act, tanto contestato dai suoi avversari politici, alla fine ha prodotto un vantaggio sociale.

Ma non è tutto. L’insieme delle politiche di Renzi hanno perseguito scopi squisitamente sociali. Le elenchiamo se non altro per tenerne memoria: il Jobs Act, di cui abbiamo appena detto; lo stop all’Irap e il taglio dell’Ires; gli 80 euro per 11 milioni di italiani che guadagnano meno di 1.500 euro al mese estesi anche al comparto sicurezza; la riduzione del canone Rai; l’abolizione della tassa sulla prima casa, Imu e Tasi; l’abolizione di Equitalia; lo stop alle tasse agricole; il processo civile telematico; la banda ultralarga e la crescita digitale; le unioni civili; il divorzio breve; le norme per la non autosufficienza; la legge sul «Dopo di noi»; la riforma del Terzo settore e il servizio civile; la legge contro il caporalato; il bonus bebè; l’aumento delle pensioni; la riforma del cinema e dell’audiovisivo; la riforma nota come La Buona scuola; la 18App (500 euro per tutti i giovani che compiono 18 anni dal 2016); la legge contro i reati ambientali; l’introduzione del reato di depistaggio; il tetto stipendi Pubblica amministrazione a 240 mila euro.

È davvero tantissima roba per soli mille giorni di governo e nessuna di essa la si può onestamente liquidare di destra o – ancora peggio – capitalista. Nonostante questi interventi così importanti sul piano sociale e pubblico, Matteo Renzi resta il peggiore nemico della sinistra radicale. Perché? 

Per poterlo capire con un minimo di obiettività è necessario risalire ai primissimi anni della affermazione dei partiti di sinistra in Italia, bisogna risalire all’epoca del sindacalismo attivo della classe operaia in contrapposizione, talvolta anche violenta, con la classe borghese e capitalista, bisogna comprendere le posizioni contrapposte tra riformisti e massimalisti che, iniziate prima del 1900 sono finite nella scissione di Livorno del 1921.

Partendo proprio dai resoconti stenografici dell’allora partito socialista e dell’area di sindacalismo attivo è possibile intravedere alcuni elementi che purtroppo non sono ancora stati superati nel socialismo moderno.

Filippo Turati è stato probabilmente il principale attore di una dura contrapposizione culturale che ha cercato di porre un argine all’ascesa dei totalitarismi, tanto di destra quanto di sinistra, divenendo il padre e il difensore dei principi che sono i pilastri della visione e della cultura politica dei movimenti liberal-socialisti.

La missione pedagogica fondamentale di Turati – e anche la più difficile – è stata avviare una strategia culturale che portasse la contrapposizione politica a rinunciare alla violenza quale metodo attraverso la promozione della visione pluralista e pacifica resa possibile dalla fondazione di istituti culturali, enti di beneficienza, scuole operaie, sindacato.

Nel pensiero di Turati, infatti, le future generazioni avrebbero dovuto essere educate al rifiuto categorico di ogni forma di violenza rivoluzionaria che egli ha, fin dai primissimi anni, considerato sempre come negazione dei più profondi valori del socialismo.

La visione pluralista ha condotto Filippo Turati a concepire il rapporto con l’avversario politico nei termini di confronto costruttivo e dialogante piuttosto che di contrapposizione violenta, incoraggiando la libera circolazione delle idee.

Tale libertà di critica è stata vista dalla corrente più ortodossa del partito socialista, rifacentesi alla visione “leninista”, come un “pervertimento della coscienza socialista” e, di conseguenza, ha portato a definire la corrente riformista di Turati nemica del socialismo.

Nel suo intervento al congresso di Bologna, nel 1904, i socialisti rivoluzionari, ortodossi, Costantino Lazzari (Cremona, 1º gennaio 1857 – Roma, 3 ottobre 1927) e Arturo Labriola (Napoli, 21 gennaio 1873 – Napoli, 23 giugno 1959) arrivarono a definire i riformisti come artefici della negazione dei principi del socialismo e a considerarli dei veri e propri traditori del proletariato e fiancheggiatori della borghesia.

Questa visione ha portato Costantino Lazzari, nel suo intervento al congresso di Bologna del 1904, a introdurre il principio del sospetto preventivo in grado di promuovere, cioè, un atteggiamento mentale capace di stimolare l’attitudine a reagire sfavorevolmente e prontamente verso tutti coloro che non appartenessero alla classe operaia o al socialismo rivoluzionario.

Grazie al principio del sospetto preventivo sarebbe stato, nella visione di Lazzari, possibile giudicare l’«altro» prima ancora di conoscerlo sulla base della appartenenza a una particolare categoria sociale: un borghese, anche qualora adotti una condotta irreprensibile, è comunque meritevole di disprezzo per il solo fatto di appartenere a una classe sociale ritenuta immorale.

Nel corso del congresso di Roma del 1906 i rivoluzionari si sono più o meno separati dai riformisti e dai rapporti stenografici dei documenti congressuali dell’epoca sono emersi elementi molto importanti per capire la portata della cultura del sospetto preventivo introdotta da Lazzari.

Nel corso di tale congresso, infatti, sono stati registrate forti emozioni contrastanti che hanno intriso il dibattito politico: interruzioni, contestazioni, risa, sbeffeggiamenti.

Il condimento emotivo ovviamente non ha alterato il contenuto del pensiero dei relatori, ma ha consentito la radicalizzazione del pensiero con l’estremizzazione e l’accentuazione dei contrasti ed ha prodotto un bisogno psicologico di posizionamento e di riconoscimento della identità.

Sempre nel corso del congresso del 1906 Arturo Labriola si è contrapposto pervicacemente alle posizioni “aperturiste” di Turati ed ha introdotto quel principio che, negli anni successivi, ha scavato un solco profondo tra la cultura rivoluzionaria e riformista dei socialisti: la guerra, secondo Labriola non è soltanto tra «noi» e «loro» (dove «noi» sono i socialisti rivoluzionari e «loro» la borghesia e i capitalisti), ma anche tra «noi» e «coloro che dicono di essere come noi».

L’atteggiamento mentale del sospetto preventivo di Lazzari, coniugato alla separazione tra puri e impuri di Labriola, ha portato, negli anni successivi, non solo alla separazione di Livorno del 1921, ma – qualche anno più tardi – alla ascesa di Benito Mussolini, elemento di spicco del Partito Socialista negli anni ’20 dello scorso secolo, il quale, grazie alla sua capacità oratoria, ha vibrato il colpo di grazia al riformismo di Turati imponendo, poi, il Fascismo che – in questi termini – è possibile intenderlo come la deriva totalitaria del socialismo rivoluzionario. In realtà, ma ci spingeremmo troppo oltre il perimetro di un articolo, almeno nei primi momenti, Stalin ha molto apprezzato il regime di Mussolini in Italia. Ne parleremo, semmai, un’altra volta.

Abbiamo fin qui passato in rassegna alcune (solo alcune, si badi) delle contrapposizioni esistenti fin dalla nascita del socialismo in Italia tra i massimalisti e i riformisti: pur avendo entrambi la stessa “radice culturale”, profondamente diverso è stato l’approccio per determinare il successo del socialismo.

Partendo da questi presupposti storici (anche se descritti sommariamente) risulta evidente che Matteo Renzi, pur essendosi adoperato da socialista riformista, pur avendo portato a segno molte riforme e pur avendo dato voce a moltissime istanze proprie del socialismo, è stato – sostanzialmente da sempre – ostacolato dalle correnti più propriamente comuniste tanto del Partito Democratico quanto della sinistra radicale riconducibili a figure di pur elevato spessore intellettuale (Bersani, D’Alema, Grasso, Fratoianni), ma fortemente orientate alla visione anti-riformista (che si sublima nei discorsi e negli scritti di Togliatti).

Renzi non è sicuramente un uomo di destra, ma è certamente un socialdemocratico di ispirazione riformista che ha saputo ricucire – adattandole al ventesimo secolo – le idee di Turati proponendo riforme in grado di migliorare la società civile contemporanea senza bisogno della rivoluzione armata teorizzata dalla sinistra radicale.

È sbagliato? Credo proprio di no e credo che questa sia la ragione (se non l’unica, certamente la principale) per cui, in Italia, chi non è comunista non è considerato di sinistra ed è probabilmente questa la ragione per cui gli ex-, post- e neo-comunisti sono il maggiore ostacolo al progressismo moderno e allo sviluppo sociale.

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