Governo

Crisi di governo al Senato. Chi sono i responsabili, da Maria Rosaria Rossi all’inafferrabile Lello Ciampolillo

Giuseppe Conte

Incassata la maggioranza assoluta alla Camera, con 321 voti (il plenum dell’assemblea è di 630), il premier Giuseppe Conte ha superato anche l’ostacolo del Senato, assai più impegnativo. Il suo governo ha ottenuto la fiducia con 156 sì e 140 no. Decisivi da un lato l’astensione di 16 senatori di Italia viva, dall’altro il soccorso inatteso di due rappresentanti di Forza Italia. Ora Conte deciderà se consultarsi con Mattarella, vista la precaria maggioranza su cui il suo esecutivo può contare. Giallo finale prima del conteggio finale» sono stati riammessi al voto due senatori (Ciampolillo e Nencini) risultati inizialmente assenti. E’ stato necessario l’esame di alcune immagini video da parte della presidente dell’aula Elisabetta Casellati.

La prima domanda era a che punto si sarebbe fermata l’asticella della maggioranza, se avrebbe superato quella assoluta da 161 o, se meno ambiziosamente, si sarebbe fermata sopra i 155. Il responso a fine serata è di 156. Ma la seconda domanda era più delicata: se in soccorso della maggioranza sarebbero arrivati solo «cani sciolti», singoli peones fuoriusciti, oppure pezzi di opposizione, di Forza Italia, Udc, e anche Italia Viva. Si è avverato uno scenario intermedio, con l’arrivo di alcuni «costruttori», manovali senza un’impresa solida, senza un progetto politico che possa fare immaginare il futuro e qualche brandello di Forza Italia, ma anche dei socialisti. È il primo passo, dicono a Chigi, anche se il governo ora è diventato di minoranza.

La caccia è stata frenetica. Niente è stato risparmiato per raggranellare voti e scalare il tabellone. Le pressioni e le lusinghe a Forza Italia sono tante e alla fine arrivano due sì: uno preannunciato, quello dell’ex Pd e Scelta Civica Andrea Causin; l’altro davvero sorprendente, quello di Maria Rosaria Rossi, un tempo molto vicina a Silvio Berlusconi e soprattutto grande amica dell’ex fidanzata Francesca Pascale. Da Forza Italia la mettono così: la Rossi è stata assistente di Berlusconi, poi tesoriera del partito e con la fine del rapporto con la Pascale è stata emarginata dal partito. Insomma, un voto personale, che non impegna il gruppo né Berlusconi. Ma, chissà, anche l’inizio di un’interlocuzione più ampia, considerando anche la defezione alla Camera di Renata Polverini.

Per tutto il giorno manie di protagonismo e narcisismo accompagnano la ritrosia di diversi senatori che si dicono appesi al discorso di Conte e si godono un pomeriggio di celebrità. Mario Giarrusso la mattina è sì, nel post prandiale «non confermo e non smentisco», al tramonto sì, al crepuscolo no. L’inafferrabile Lello Ciampolillo sembra seguire la strada filo leghista dell’altro ex M5S Carlo Martelli ma poi arriva in scivolata e vota sì. Il senatore Lello Ciampolillo, protagonista dell’ultimo scorcio della seduta, era stato espulso a gennaio dai Cinquestelle per una questione di rimborsi non versati. Aveva avuto un lampo di notorietà quando, per evitare l’abbattimento di un ulivo malato di Xylella (secondo lui una fake news), aveva cercato di stabilire la sua residenza sull’albero medesimo.

Il dato più preoccupante per la maggioranza è il fallito corteggiamento degli altri gruppi. Nessun arrivo da Italia viva, per ora. Così dall’Udc. Antonio Saccone spiega: «Votiamo no, anche se il discorso di Conte ha toccato corde a cui noi siamo sensibili, come l’europeismo e il proporzionale». Poi attinge a Euripide, attualizzato: «Siamo alla sindrome di Medea: la madre, cioè Renzi, uccide il figlio, il popolo italiano, per fare un torto al padre, cioè Conte. Noi ci vorremmo mettere in mezzo tra la madre e il padre». Il padre vorrebbe però riportarli a casa nei prossimi giorni, magari con qualche ministero in dote. Il socialista Riccardo Nencini invita Conte ad «allargare la maggioranza», ma riprendendosi Renzi. Tituba a lungo, ma alla fine scioglie la riserva ed è un sì che pesa.

Però, per ora, nessun progetto politico solido, a patto di definire tale quello del Maie, eletti all’estero a cui si sono aggiunti alcuni profughi nostrani. Basta il giornalista Tommaso Cerno che con una piroetta rientra a casa Pd? Basta l’ex 5 Stelle Saverio De Bonis? Basta, come dice ironicamente Maurizio Gasparri un «governo Di Maie sostenuto dai palazzinari»? No, ma in effetti il piano è un altro e c’è chi non drammatizza troppo i numeri non molto rassicuranti del Senato. Si tratta di lavorare per un paio di settimane per rafforzare l’esecutivo con un rimpastone e per ottenere, lavorando ai fianchi, il sostegno di nuovi responsabili, strutturati in un gruppo parlamentare. Primo passo per la realizzazione di un progetto centrista ispirato a Conte e magari embrione di un suo partito. E con quella formazione affrontare lo scostamento di bilancio e il Recovery Fund. Ben sapendo quello che dice Emma Bonino, condiviso da molti Pd: «Con le commissioni in minoranza, sarà la paralisi del governo e del Parlamento».

«Ci rivolgeremo a Mattarella: c’è un governo che non ha la maggioranza al Senato e sta in piedi con chi cambia casacca». Lo annuncia il leader della Lega, Matteo Salvini al Tg1. Analoga intenzione è stata dichiarata da Giorgia Meloni.

Matteo Renzi ha preso per primo la parola dopo l’interruzione dei lavori e ha attaccato frontalmente il premier Conte: «Il suo non è il migliore dei governi — ha sottolineato il leader di Italia Viva —, per affrontare la tragedia in corso serve un esecutivo più forte». E ancora: «Lei ha avuto paura di salire al Quirinale perché ha scelto un arrocco che temo sia dannoso per le istituzione». Renzi è poi tornato sulle motivazioni della crisi, insistendo sul concetto dell’ora-o-mai-più: . «Questo è un momento opportuno, ora o mai più si può fare la discussione. Ora ci giochiamo il futuro, non fra sei mesi. Ora o mai più perché c’è un nuovo presidente degli Stati Uniti. Ora o mai più perché qualche giorno fa sono stati fatti degli accordi impressionanti in medio Oriente. Ora o mai più perché Merkel e Macron hanno siglato accordi con la Cina mentre noi siamo rimasti a guardare», ha aggiunto Renzi. «Ora o mai più perché questo è l’anno del G20 in Italia». E, ancora: Ora o mia più pr l’economia, abbiamo il 160 per cento di debito e i ragazzi pagheranno il conto più di altri di questa crisi. Ora o mai più per il Mes».

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