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ItalExit entra in Parlamento

Un partito al di là della destra e della sinistra, ma che a differenza dei predecessori giura di mantenersi fedele a questo precetto. E con una sola ragion d’essere, portare l’Italia e gli italiani fuori dall’euro e dall’Unione Europea. Viene annunciato così, dopo mesi di voci di corridoio, la nuova creazione dell’ex senatore pentastellato Gianluigi Paragone. Ha un nome scontato: Italexit. A fargli compagnia durante la presentazione alla Camera dei Deputati il 23 luglio c’era la prima candidata: Monica Lozzi, presidente del VII municipio di Roma, che poche ore prima aveva lasciato il Movimento 5 stelle e correrà come sindaco della Capitale.

Il partito di Beppe Grillo che ha raggiunto il 32 per cento alle elezioni generali del 2018 “senza sapere cosa vuol dire, è diventato neoliberista”, ha affondato Paragone, che aveva fatto le valigie agli inizi di gennaio, dopo essersi rifiutato di votare la legge di bilancio del Conte II. Ma ce l’ha anche con il suo primo partito, quello che l’ha formato come giornalista politico: la Lega, che potrebbe rendersi complice dell’ingresso nella scena politica italiana di Mario Draghi, “un campione di neoliberismo politico” che rischia di non trovare ostacoli. Così Italexit si propone di diventare la casa dei delusi dai due blocchi populisti o forse ex populisti, un tempo uniti nell’opposizione a Bruxelles e invece oggi decisamente rinunciatari.

Ma c’era davvero bisogno dell’ennesimo partito? “In realtà l’unico partito politico che mancava era proprio questo”, dice Paragone rivendicando la sua scelta. “Tutti gli altri partiti, infatti, pensano di restare nella Ue e di correggerla, ma per me è inutile, oltre che impossibile. Il tempismo non sembra dalla sua parte: la scelta di pubblicare una foto con l’uomo di cui vorrebbe seguire le orme, Nigel Farage e il suo Brexit Party, compare sui social proprio mentre arriva l’accordo per il Recovery Fund. Ma lui non si scoraggia e dice che le centinaia di miliardi di euro mobilitati arriveranno alle banche, non agli italiani: “Sono convinto che il processo dell’Unione andrà a consunzione, anche perché non hanno mai considerato la possibile ribellione del popolo”.

L’ideologia alla base del neopartito paragoniano è molto semplice da spiegare, perché fa il possibile per non esserci. Nel primo manifesto ufficiale si parla quasi solo di macroeconomia; le visioni di mondo sono una distrazione. Il cuore del messaggio è quello tipico del sovranismo: il rispetto dei parametri di Maastricht e la rinuncia alla lira sono le uniche ragioni alla base del declino decennale italiano, che potrà essere fermato soltanto tornando a stampare moneta, e compiendo massicci investimenti pubblici a debito.

La formula, per certi versi innovativa, unisce alcuni richiami classici della Lega nella cultura e le teorie della cosiddetta Modern Monetary Theory, secondo la quale – semplifichiamo – il deficit di bilancio non è un problema finché non c’è piena occupazione nell’economia. Conta insomma solo tornare al cambio flessibile e all’indipendenza della Banca d’Italia, distruggendo il vincolo esterno con l’Europa. Il resto verrà dopo.

Nel manifesto di Italexit – stilato, tra gli altri, dallo scrittore e influencer no euro Thomas Fazi, che negli ultimi due anni è transitato dai think tank populisti di sinistra con Stefano Fassina alla collaborazione con Paragone, passando per un tentativo per ora non riuscito di coinvolgere nel gruppo anche il vero amore dei dissidenti grillini, Alessandro Di Battista – trionfano in verità toni abbastanza moderati, da centrosinistra fanfaniano dei primi Sessanta. Non viene mai menzionata la parola “socialismo”, che era finita sulle labbra dell’ex conduttore 48enne de La gabbia nei momenti di rottura con il Movimento. Si invocano tuttavia “un connubio della piccola e media impresa con le banche pubbliche”, “la grande industria di Stato“, piani di “rinascita industriale”, l’assunzione massiccia di dipendenti pubblici e un sistema sanitario nazionale da rifondare. Il tutto unito alle promesse – queste sì decisamente contemporanee – di ridurre la “fiscalità opprimente e invasiva” e “gli oneri burocratici a carico delle aziende”.

Nella lista di desiderata paragoniani fanno inoltre capolino, prevedibilmente, anche richiami alle paure dei segmenti elettorali più scettici e anti-sistema; quella massa di reazione rimasta orfana dopo il primo esperimento del governo Conte I e l’alleanza impensabile tra M5s e Pd: ecco allora qui allora ammonimenti contro la rete 5g e l’obbligo vaccinale (da approvare tramite democrazia diretta); ecco la sottolineatura del “controllo capillare” dei confini nazionali e dei flussi migratori, seppur con una chiosa sul depauperamento dei paesi d’origine a opera del “neocolonialismo”, in netto contrasto con il linguaggio paranoico di altri settori populisti, e tuttavia in sintonia con l’afflato panafricanista che è servito in questi anni anche all’estrema destra per giustificare il suo rigetto di rifugiati e ong.

In realtà quello di Paragone non è il primo partito a nascere con l’exit come stella polare: ci sono già Vox (con il filosofo Diego Fusaro come portavoce) e il Fronte sovranista italiano (attivo da una decina d’anni) che però non si sono mai avvicinati al mainstream. Paragone porta in dote al progetto non solo la sua indubbia presenza social e mediatica attuale, ma anche la rete di pensatori sovranisti costruita e allevata fin dai tempi in cui, in quota leghista, lavorava in Rai: oltre a Fusaro, anche l’europarlamentare Antonio Maria Rinaldi, Paolo Barnard e la guest star Vittorio Sgarbi, tanto per citarne qualcuno.

A far parte del team ci poteva essere anche l’economista Alberto Bagnai, che però nel frattempo nella Lega ci è entrato e ci è rimasto, calandosi nel ruolo di consigliere capo del leader Matteo Salvini. C’è da chiedersi se l’ingresso di Italexit nell’agone politico non costringa, oltre al M5s, anche ai no euro del Carroccio a prendere posizione e a dividersi, come i conservatori britannici con la Brexit. A fargli da eco dalle parti di Farage, più che i sostenitori di Boris Johnson, potrebbe essere paradossalmente la sinistra antieuropeista: occhio allora a riviste anti-politically correct come UnheardSpiked, accademici come Matthew Goodwin e James Heartfield, gruppi come The Full Brexit o persino Jacobin, che non vedono l’ora di fare i conti con la sinistra petalosa.

Poco più di dieci anni fa Paragone aveva idee decisamente aderenti alla tradizione della destra radicale leghista, sia per quanto riguarda l’Islam che l’intervento dello stato: “Contro questa sinistra islamista… credo che sia opportuno candidare al parlamento Oriana Fallaci”, scriveva nel 2005. “L’importante è lasciare gli aeroporti al destino del mercato… Se si chiude il mercato si chiude l’economia”, nel 2009. Ma la sua abilità attuale sta nel aver colto la crisi del progetto socialdemocratico e di quello neoliberista, e del ritorno delle identità conservatrici di destra e di sinistra in un corpo unico che ha bisogno di nuovi portavoce, lontani dal consenso dei benpensanti.

Quanto spazio elettorale avrà questo progetto populista 3.0, che potrebbe rompere le scatole forse più a Salvini e a Meloni che a tutti gli altri? Paragone agita un sondaggio dei primi di luglio dell’Istituto Piepoli, che lo dà al sei per cento: sarebbe il sesto partito italiano. Ma la Penisola, nonostante tutti i suoi guai, non ha mai trovato l’idea di abbandonare le istituzioni europee particolarmente attraente. Un sondaggio di Euromedia di giugno rilevava al 58 per cento il sostegno per la moneta unica, e al 39 per cento il sostegno per l’Ue. Nonostante questo, il Covid-19 ha esposto senza pietà i limiti intrinseci del progetto europeista, e con la crisi economica le giovani generazioni potrebbero essere attratte da esperimenti che vanno in direzione opposta.  Se Paragone è il sintomo di un malessere, i suoi avversari farebbero bene ad attrezzarsi di un discorso coerente. Liquidare con una battuta i progetti pretenziosi e morbosi non sempre basta a farli sparire.

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