Europa

Irlanda, parte il governo Martin

Il neo-premier irlandese Micheal Martin, a sinistra, incontra il presidente Michael Higgins per la nomina formale

 “Nel nostro paese la guerra civile è finita da tempo, ma ora finisce anche nel nostro Parlamento”. Con queste parole Leo Varadkar, primo ministro uscente, ha passato l’incarico al suo successore Micheàl Martin, facendo nascere un governo di coalizione senza precedenti nella storia dell’Irlanda. Martin, leader di Fianna Fàil, e Varadkar, leader di Fine Gael, hanno così sancito un’alleanza fra i loro partiti per la prima volta in cent’anni di esistenza della repubblica irlandese. Ma per raggiungere la maggioranza parlamentare c’era bisogno anche dei seggi del Green Party, che entra anch’esso per la prima volta nell’esecutivo.

L’unità tra i due partiti protagonisti della guerra civile scoppiata in parallelo con la guerra d’indipendenza dal Regno Unito, entrambi di centro, Fianna Fàil leggermente più di sinistra, Fine Gael leggermente più di destra, e l’ingresso nella coalizione del partito ambientalista, sono la novità di un governo nato soprattutto per l’esigenza di tenere fuori il vincitore morale delle elezioni del febbraio scorso, lo Sinn Fein, formazione più marcatamente di sinistra e più radicalmente schierata per raggiungere l’indipendenza completa, riunificandosi con l’Irlanda del Nord britannica.

È stato infatti lo Sinn Fein a ottenere a sorpresa più voti alle urne, diventando per la prima volta il primo partito nazionale, con il 24,5 per cento dei consensi, seguito da Fianna Fàail con il 22 e da Fine Gael con il 21. Nessuno dei tre principali partiti aveva tuttavia abbastanza seggi per governare da solo. Quattro mesi di negoziati, complicati dalla pandemia da coronavirus scoppiata nel frattempo, hanno prodotto l’intesa di ieri, definita “storica” da Varadkar e Martin, che si alterneranno nel ruolo di premier con una staffetta simile a quella del governo israeliano: Martin sarà primo ministro per i prossimi due anni e mezzo, quindi la poltrona tornerà a Varadkar.

“Davanti alla prospettiva di perdere il potere, quei due hanno preferito un matrimonio di convenienza piuttosto che dare ascolto alle richieste di cambiamento dell’elettorato”, commenta Mary Lou McDonald, leader dello Sinn Fein, che è al governo in Irlanda del Nord insieme agli unionisti filo-britannnici del Dup (Democratic Unionist Party). La maggioranza relativa dello Sinn Fein al parlamento di Dublino è in effetti il risultato di un diffuso scontento in un paese che ha compiuto enormi progressi economici negli ultimi tre decenni, ma in cui sono cresciute le diseguaglianze e che paga ancora le conseguenze della grande crisi finanziaria del 2008.

L’altro elemento innovativo, naturalmente, è la presenza nel governo dei Verdi, che in cambio del loro appoggio a due partiti centristi hanno chiesto, e ottenuto almeno sulla carta, una svolta nella difesa dell’ambiente a favore di energie rinnovabili e lotta all’inquinamento. Per lo Sinn Fein si tratta soltanto di una “foglia di fico”, ma il Green Party promette che farà sentire la propria voce. Il primo ministro britannico Boris Johnson ha inviato le sue congratulazioni alla neonata coalizione, riaffermando “i grandi legami di amicizia” e l’impegno comune in tanti campi di Regno Unito ed Irlanda: un’amicizia che tuttavia è attesa dalla delicata verifica della Brexit, quando dal 31 dicembre prossimo l’Irlanda del Nord dovrebbe rimanere di fatto all’interno dell’unione doganale europea, di fatto restando nella stessa area commerciale con la repubblica d’Irlanda, mentre la Gran Bretagna ne sarà fuori: un passaggio che rischia di riaccendere la tensione in una regione travagliata da un trentennio di guerra fra cattolici filo-irlandesi e protestanti filo-britannnici.

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