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Giornata mondiale contro l’Omofobia – 30 anni fa l’OMS rimuoveva lì’omosessualità dalla lista delle malattie mentali

Giornata mondiale contro l'Omofobia - 30 anni fa l'OMS rimuoveva lì'omosessualità dalla lista delle malattie mentali

Giornata mondiale contro l’Omofobia – 30 anni fa l’OMS rimuoveva lì’omosessualità dalla lista delle malattie mentali

Si celebra oggi in tutto il mondo la Giornata contro l’Omofobiala Bifobia e la Transfobia: in questa data, nel 1990, l’’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rimuoveva l’omosessualità dalla ICD – International Classification of Deseases (una classificazione internazionale delle malattie e della loro incidenza nel mondo), cancellandola dalla lista delle malattie, o disordini, mentali.

Oggi, a trent’anni di distanza da quella data che ha cambiato la vita a migliaia di persone omosessuali, finalmente liberi dal giogo di una sessualità riconosciuta a livello clinico come “condizione patologica”, sono ancora milioni le persone nel mondo a non poter esprimere la propria sessualità come una variante del comportamento umano, perché cittadini di paesi che non riconoscono, né accettano, l’amore tra persone dello stesso sesso, e anzi lo puniscono legalmente, anche con ferocia.

Sono 70 le nazioni del mondo che criminalizzano gli atti omosessuali, e in 11 di questi, in Asia e in Africa, due uomini che intrattengono una relazione consensuale rischiano di essere condannati alla pena capitale, attraverso lapidazione, impiccagione o crocifissione.

Ad eccezione dell’Europa, in tutti e quattro gli altri continenti persistono norme penali con sistemi punitivi ostili e crudeli contro la pratica omosessuale (intesa perlopiù come sodomia, anche se non mancano leggi contro le relazioni lesbiche): sarebbe però erroneo pensare che solo gli stati a maggioranza islamica prevedano le pene più dure per questo tipo di reati: è il caso dei paesi in cui resistono leggi di un remoto retaggio coloniale, importato soprattutto da francesi e britannici, mai davvero emancipatisi dal passato colonialista.

Tra previsioni espresse nel codice penale e sharì’a, la legge islamica, sono undici i paesi sovrani che contemplano la pena capitale per l’omosessualità, dislocati in Africa e Asia.

Questa la situazione in Africa: in Nigeria la punizione massima nei territori del nord che hanno adottato la sharì’a è la morte per lapidazione, sia per l’omosessualità maschile che per quella femminile. La legge si applica a tutti i musulmani. Nella Nigeria meridionale è applicata la legge penale dello Stato, che prevede una pena massima di 14 anni di reclusione.

In Mauritania, paese confinante col Marocco, “Qualsiasi uomo musulmano adulto che commette un atto impudente o innaturale con un individuo del suo stesso sesso dovrà affrontare la pena di morte per lapidazione pubblica“. La Costituzione del 1991, nel suo preambolo, prevede che la legge islamica sia l’unica fonte di diritto in Mauritania.

Anche in alcune zone della Somalia gli atti omosessuali sono puniti con la pena capitale. Laddove non sia prevista la morte, un rapporto sessuale tra persone dello stesso sesso prevede la reclusione da tre mesi a tre anni, mentre un “atto di lussuria” diverso dal rapporto sessuale è punito con il carcere, da un minimo di due mesi a un massimo due anni di carcere. Può essere prevista come pena aggiuntiva la sorveglianza da parte delle forze dell’ordine per evitare azioni recidive.

Discorso simile in Sudan, dove pur non essendo applicata frequentemente, la legge prevede l’esecuzione capitale (attraverso impiccagione, lapidazione o addirittura crocifissione) per sodomia, considerata un crimine contro la moralità pubblica e l’onore. Ci spostiamo adesso in Asia, dove la shari’a è la legge penale più utilizzata fra gli stati a maggioranza musulmana.

L’Arabia Saudita contempla l’esecuzione pubblica per gli uomini sposati colpevoli di sodomia. Recentemente, però, alcuni funzionari dell’ambasciata saudita a Washington hanno precisato che la pena di morte si applica solo su reati di violenza sessuale con vittime minori. Le punizioni alternative sono comunque durissime: fustigazione, ergastolo e deportazione.

Negli Emirati Arabi Uniti non si registrano esecuzioni capitali per persone omosessuali almeno dal 2011, anche per via della grande apertura al turismo di lusso della città di Dubai, ma il sesso consensuale tra uomini è parificato allo stupro dalla shari’a. La legge civile prevede invece la castrazione chimica e la deportazione per gli stranieri.

Nello Yemen la linea ufficiale tenuta dal governo è quella di rinnegare l’esistenza dell’omosessualità, e vige la censura sia per la stampa nazionale che per i siti web a sostegno dei diritti lgbt. Gli uomini sposati colpevoli di sodomia possono essere condannati a morte (per tutti gli altri si aprono le porte del carcere e della fustigazione), mentre le donne possono subire fino a tre anni di reclusione.

Spingendosi più a est, in Afghanistan prevale la legge islamica. Sebbene il codice penale preveda pene “lievi” per la fornicazione tra uomini adulti consenzienti, viene applicata la shari’a come legge suppletiva, anche da parte di capi villaggi locali nelle zone rurali, che agiscono indisturbati decidendo sulla vita e sulla morte dei loro cittadini, senza un equo processo.

Nella vicina Iran, l’omosessualità è stata criminalizzata nel 1979: i rapporti consensuali tra adulti sono puniti con la pena di morte (perlopiù impiccagione), così come anche il soggetto attivo negli stupri. Stando invece agli articoli 123 e 124 del codice penale: se due uomini “stanno nudi uno sull’altro senza nessuna necessità” sono puniti entrambi fino a 99 frustate e se un uomo “bacia un altro con lussuria” la punizione è di massimo 60 frustate. Il sesso tra donne adulte è punito con 100 frustate, e dopo la quarta infrazione è prevista l’esecuzione (spesso per lapidazione).

In genere gli omosessuali vengono giustiziati nelle carceri giudiziarie: l’ultimo caso di esecuzione omosessuale risale al febbraio 2019, quando un 31enne è stato impiccato con l’accusa di stupro. In generale, in Iran la società è fortemente maschilista, e anche nella comunità l’omosessualità viene punita attraverso pestaggi ed emarginazione, finanche in famiglia.

In Pakistan la criminalizzazione dell’omosessualità è dovuta, tra le altre cose, ad un retaggio dell’epoca coloniale britannica del 1860. Sebbene la Costituzione non menzioni direttamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere, l’Islam è considerata religione di Stato e nel codice penale ci si riferisce a reati attribuibili a omosessualità e bisessualità, assimilati alla zoofilia.

Secondo l’art. 377, “chiunque abbia volontariamente un rapporto carnale contro l’ordine della natura con qualsiasi uomo, donna o animale, è punito con la reclusione a vita, o con la reclusione da un minimo di due anni a un massimo di dieci, ed è inoltre passibile di multa.“. Come leggi penali alternative si annovera la shari’a, anche se quest’ultima, generalmente, non viene adottata per le persone omosessuali che però subiscono generalmente pestaggi, molestie e ricatti.

La tradizione islamica ha invece avuto un effetto positivo per i diritti dei transgender nel paese, che godono di una legislazione d’avanguardia e di piena protezione da parte dello stato.

Infine il Sultanato del Brunei, che dallo scorso anno ha invocato la shari’a come fonte del nuovo codice penale, il quale, come sappiamo, adotta la pena di morte per reati come adulterio e sodomia, già precedentemente puniti con la prigione. A seguito delle condanne da parte della comunità internazionale, il monarca assoluto Hassanal Bolkiah ha precisato che non vi saranno forzature nell’interpretazione della legge e non imporrà la pena di morte per gli atti omosessuali. Tuttavia, nel piccolo sultanato sono previste pene come la detenzione o 100 frustate per chi compie atti immorali tra uomini e prigione. Le donne sono sottoposte a bastonate.

Menzione speciale per la Cecenia, che non è uno stato sovrano ma una repubblica indipendente della Russia. Nel 2018 un reportage ha rivelato l’esistenza di veri e propri campi di concentramento nel paese, dove sarebbero state detenute – e torturate – almeno un centinaio di persone accusate di praticare omosessualità, poi uccise in un’operazione molto simile alle purghe comuniste. Nel resto della Russia non è un reato praticare l’omosessualità ma è vietata in ogni forma la propaganda lgbt. Mosca è addirittura considerata una città molto amata dai travel blogger gay e ricca di locali friendly, che però, per legge, non devono contenere alcun tipo di indicazione o insegna.

Nei paesi succitati, dove la massima pena prevista anche per la pratica omosessuale consenziente è la pena di morte, anche l’ergastolo è uno degli strumenti previsti dalla legge civile.

Vi sono però particolari situazioni nel mondo in cui il carcere a vita è il massimo deterrente per chi compie atti sessuali fuorilegge.

Altri paesi africani che prevedono il carcere a vita come massima pena per reati di sodomia e omosessualità sono la Sierra Leone, dove tra l’altro vi è la pena aggiuntiva dei lavori forzati, e l’Uganda, dove ultimamente alcuni ragazzi senza fissa dimora ospiti di un rifugio lgbt sono stati arrestati con il pretesto di aver trasgredito alle norme anti Covid-19.

In Asia, oltre ai già citati paesi dove vige la shari’a, è il Bangladesh ad adottare, almeno sulla carta, il carcere a vita per chi pratica rapporti “contro natura” con uomini, donne o animali. La Sezione 377 del Codice Penale del Bangladesh prevede “la reclusione a vita, o la reclusione per un periodo che può estendersi fino a dieci anni unito a una multa“. A tal proposito, il Codice di Procedura Penale concede ampia libertà di arresto alle forze di polizia, anche senza previo mandato. Sebbene la legge sia molto severa e la società sia fortemente incardinata nella tradizione islamica patriarcale, la sezione 377 del codice penale viene invocata raramente. Tuttavia, la comunità lgbt locale è costantemente sottoposta a violenze e vessazioni di ogni tipo, ed estremamente emarginata.

Anche in Birmania la sezione 377 del codice penale prevede che gli atti contro natura siano puniti con una reclusione che può, nei casi più gravi, prevedere la durata a vita.

Nelle Americhe l’unico stato a prevedere ancora l’ergastolo per gli atti omosessuali è Barbados, dove non si hanno però notizie recenti dell’applicazione della legge.

La gran parte dei paesi dove l’omosessualità è un reato adoperano un sistema punitivo misto con pene detentive e sanzioni amministrative. La geografia delle casistiche è molto varia, e si estende su 4 continenti.

Nel continente africano, a fronte di 22 stati dove l’omosessualità è legale (gli ultimi in ordine di tempo a depenalizzare il sesso tra uomini sono stati il Botswana, grazie all’Alta Corte, e l’Angola, con una riforma del codice penale adottata a larga maggioranza), e uno, il Sudafrica, dove le persone lgbt godono di pari diritti rispetto agli eterosessuali (il matrimonio egualitario è stato introdotto già nel 2006), ce ne sono 31 dove invece l’omosessualità è criminalizzata.

I restanti paesi a prevedere pene detentive e ammende per gay e lesbiche sono: Algeria, Burundi, Camerun (dove si rischia il carcere anche in seguito ad affettuosità tra uomini non gradite o se si è troppo effeminati), Isole Comore, Ciad (fino a 15 anni di carcere), Eritrea ed Etiopia (fino a 10 anni), Gambia (14 anni), Ghana, Guinea (non Guinea Equatoriale né Guinea Bissau, dove è legale), Kenya (fino a 14 anni), LiberiaLibia, Malawi (fino a 14 anni, prevedendo punizioni corporali per gli uomini, mentre per le donne è in atto una moratoria per sospendere la pena di anni di carcere perché raramente applicata), MaroccoMauritius (dove nonostante siano previsti fino a 5 anni di detenzione si celebrano marce dell’orgoglio dal 2018 e l’omosessualità è ampiamente accettata dalla popolazione più giovane), Senegal, Swaziland (fino a 14 anni), Tanzania (dal 2004 si rischiano sino a 25 anni di carcere), Togo, Tunisia, Zambia (fino a 14 anni di carcere) e Zimbabwe (dove è punita solo l’omosessualità maschile, mentre quella femminile è legale, per quanto stigmatizzata).

Particolare è il caso dell’Egitto, dove l’omosessualità è stata legalizzata “di diritto” ma non di fatto (così come non è criminalizzato per legge il travestimento), ma diverse disposizioni rendono punibile “qualsiasi comportamento o espressione di qualsiasi idea ritenuta immorale, offensiva o scandalosa dagli insegnamenti religiosi“: per estensione, quindi, l’omosessualità viene annoverata tra le condotte immorali. Ogni anno vengono arrestati centinaia di ragazzi (nel 2018 ben 85 sono stati i fermi in soli 4 mesi secondo gaynews). Non si può dimenticare, in questa sede il caso dello studente di studi di genere in Italia Patrick Zaki, incarcerato lo scorso 7 febbraio e tutt’ora in stato di fermo.


Spostandoci in Asia, gli altri paesi che criminalizzano l’omosessualità sono: Bhutan (vi sono leggi contro “la sodomia o qualsiasi altra condotta sessuale contraria all’ordine della natura” che prevedono un periodo di detenzione massimo di un anno, applicate raramente perché difficilmente dimostrabili su casi di omosessualità), Kuwait (detenzione fino a 7 anni), LibanoMaldive (fino a 10 anni di prigione per gli uomini e un anno di domiciliari per le donne, con l’aggiunta di fustigazioni), Malesia (fino a 20 anni di reclusione), Oman, Qatar (fino a 5 anni), Singapore, Siria (dove sono previsti fino a 3 anni di carcere e il clima di guerra ha peggiorato la condizione degli omosessuali nel paese attraverso torture e rapimenti), Sri Lanka (10 anni), Turkmenistan (dove la polizia è solita picchiare ragazzi anche solo se sospettati di essere gay), Uzbekistan (dove l’omofobia è generalizzata e la violenza verso gli omosessuali è addirittura incoraggiata dalla comunità).

Non si hanno notizie riguardo alla Corea del Nord, dove nelle svariate riforme costituzionali del leader Kim Jong-Un non si è mai fatto menzione alla discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Non si conosce, pertanto, l’esistenza di pene strettamente legate alla pratica omosessuale, ma si presume che, nella fattispecie, quest’ultima potrebbe essere assimilata ai provvedimenti contro atti osceni e contro la decenza previsti dagli articoli 193 e 262. Pesa in questo caso la censura su tutti i contenuti lgbt provenienti dal resto del mondo.

A questi si aggiunge, convenzionalmente, il territorio palestinese della Striscia di Gaza, dove l’omosessualità maschile è criminalizzata e punita con dieci anni di reclusione


Fuori da Asia e Africa, nelle Americhe, l’omosessualità è ancora criminalizzata ad Antigua e Barbuda, in DominicaGiamaica (10 anni di lavori forzati), Grenada, St. Kitt e Nevis, Saint Vincent e Granadine, Santa Lucia, che prevedono lunghe pene detentive. A questi si aggiunge la Guyana, che è l’unico paese del Sud America a ritenere ancora l’omosessualità un reato.


Neanche la lontana Oceania è immune all’omosessualità fuorilegge: Isole Salomone, Papua Nuova Guinea, Isole Marshall, Kiribati, Palau, Isole Cook, Samoa, Tonga, Tuvalu puniscono il crimine dell’omosessualità con ammende molto salate e una media di 10 anni di prigione, mentre a Nauru si rischia la condanna a 14 anni di lavori forzati, ma solo per gli uomini.

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