Giustizia

Sudan, la mutilazione genitale femminile diventa reato: si rischiano fino a tre anni di carcere

Sudan, la mutilazione genitale femminile diventa reato: si rischiano fino a tre anni di carcere

Sudan, la mutilazione genitale femminile diventa reato: si rischiano fino a tre anni di carcere

Il 30 aprile il governo di transizione del Sudan ha annunciato la messa al bando, attraverso un nuovo articolo del codice penale, delle mutilazioni dei genitali femminili. Ad annunciarlo è Amnesty International. Un passo avanti importante, non l’unico, – spiegano – da parte delle nuove autorità sudanesi al potere dal 2019 dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir. Da oggi si rischiano fino a tre anni di carcere.

Oggi, secondo le organizzazioni locali per i diritti umani, in Sudan nove donne su dieci vengono mutilate, come passaggio obbligatorio e pialstro del matrimonio. In molti altri Paesi oltre la metà delle bambine viene sottoposta a infibulazione. Anche per l’Unicef, nove donne su dieci di età compresa tra 15 e 49 anni hanno subito questa pratica barbara. La legge è dunque l’inizio di un percorso che dovrà essere basato anche sull’educazione e sulla sensibilizzazione.

Secondo i dati più aggiornati di fonte OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), sono tra 100 e 140 milioni le bambine, ragazze e donne nel mondo che hanno subito una forma di mutilazione genitale, spiegano dall’Unicef.  L’Africa è di gran lunga il continente in cui il fenomeno delle MGF è più diffuso, con 91,5 milioni di ragazze di età superiore a 9 anni vittime di questa pratica, e circa 3 milioni di altre che ogni anno si aggiungono al totale.

La pratica è documentata e monitorata in 27 paesi africani e nello Yemen. In altri Stati (India, Indonesia, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Israele) si ha la certezza che vi siano molti casi ma mancano indagini statistiche attendibili. Meno documentata è la notizia di casi in America Latina (Colombia, Perù), e in altri paesi dell’Asia e dell’Africa (Oman, Sri Lanka, Rep. Dem. del Congo) dove tale pratica non è mai assurta a tradizione vera e propria.
 
Infine, sono stati segnalati casi sporadici anche in paesi occidentali, limitatamente ad alcune comunità di migranti.  Le stime sulla diffusione dell’infibulazone provengono da indagini socio-sanitarie su scala nazionale che vengono condotte tra donne di età inclusa tra 15 e 49 anni. La prevalenza del fenomeno varia considerevolmente da regione a regione all’interno del medesimo Stato: a fare la differenza è l’appartenenza etnica.

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