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Il 25 aprile è divisivo?

Il 25 aprile è divisivo?
Il 25 aprile è divisivo?

“Non capisco perché una madre che non ha potuto celebrare il funerale di suo figlio dovrebbe accettare, ora, di rischiare che quel sacrificio sia vano perché qualcuno non ne ha rispetto”. Lo sottolinea il presidente di Fdi, Giorgia Meloni, in merito ad alcune iniziative del 25 aprile. “In queste settimane di emergenza abbiamo dovuto rinunciare a tutto. Non abbiamo potuto festeggiare la Pasqua, non possiamo andare a messa, molte aziende sono state costrette a chiudere, e alcune non riapriranno. Abbiamo visto gli elicotteri volteggiare su famiglie che pranzavano su un prato, italiani rincorsi dalle Forze dell’Ordine perché passeggiavano da soli sulla spiaggia. Immagini che mai avremmo immaginato di vedere. Ci hanno detto che era doloroso, ma necessario per fermare la pandemia. Lo abbiamo accettato. Guardo le immagini delle manifestazioni organizzate oggi dai tesserati dell’Anpi, dalla sinistra e dai centri sociali e comprendo l’incredulità, e lo sdegno, dei tantissimi italiani che mi stanno scrivendo”. E ancora: “Non capisco come faccia il governo italiano a pensare di essere credibile, domani, quando chiederà l’autocertificazione a chi deve andare a comprare un medicinale in farmacia. E non capisco come faccia – conclude la leader di FdI – chi oggi era in piazza in nome della libertà, a non comprendere che l’altro presupposto della libertà è l’uguaglianza. La libertà ha un senso soltanto se ce l’hanno tutti. Se ce l’hai solo tu, mentre gli altri sono costretti a stare chiusi in casa, qualcosa non funziona”.

Il 18 aprile il senatore di Fratelli d’Italia, Ignazio La Russa, durante una diretta Facebook ha dichiarato che è arrivato il momento di superare il 25 aprile in quanto è una festa divisiva, e che andrebbe trasformata nella giornata del ricordo per tutti i caduti italiani nelle guerre, ivi compresa quella contro il Coronavirus. Ma può esistere una festa nazionale che non sia accettata da tutti i cittadini e che quindi risulti divisiva? La risposta è certamente no, però esistono ragioni di lungo corso che hanno portato alla nascita di questo ossimoro.

Come è noto la scelta del 25 aprile è evocativa in quanto in quel giorno del 1945 il Comitato di liberazione nazionale dava l’autorizzazione ad insorgere e ad attaccare a tutti i partigiani, liberando così Milano. La decisione del 25 aprile come giorno per ricordare la ritrovata libertà conseguente alla fine del giogo nazi-fascista sull’Italia, venne presa già nel ’46 tramite un decreto del Luogotenente del Regno Umberto II, su proposta dall’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Nel 1949, quando il Parlamento si espresse sulla scelta delle festività nazionali, il 25 aprile venne mantenuto: dagli atti della Camera emerge, infatti, come l’approvazione del 25 aprile fosse stata accolta da “vivissimi e prolungati applausi”. A onor del vero bisogna però sottolineare come il Movimento sociale italiano votò contro l’adozione del 25 aprile come festa nazionale e, tramite la voce di Giorgio Almirante, propose la data del 20 settembre, data della presa di Roma a seguito della breccia di Porta Pia. Questa posizione del Msi tuttavia non stupisce, il partito di Almirante era ancora troppo ancorato alla memoria del ventennio e non ancora abbastanza maturo per rigettare il passato. Tuttavia essendo stato l’unico partito a votare contro, dimostra come l’opposizione al 25 aprile fosse assai ridotta all’interno della popolazione, dato che il Msi ottenne solo il 2% alle elezioni del 1948.

In particolare nel corso degli anni il 25 aprile e più in generale la Resistenza hanno assunto un connotato politico molto forte. Ciò va ricercato innanzitutto nell’uso politico, a volte persino propagandistico, che ne hanno fatto i partiti della sinistra, in particolare il Pci. Il partito di Togliatti utilizzò la lotta partigiana e, in particolare, l’esperienza delle brigate Garibaldi per erigersi a baluardo della democrazia e liberatore d’Italia. Politicamente questa mossa è assai comprensibile dato che le brigate Garibaldi furono le più numerose e le più attive, ciò però non toglie che non fossero le uniche; esistevano anche altre formazioni: da quelle del Partito d’Azione, passando per quelle del Partito liberale, fino alle brigate dei cattolici ne dei monarchici. Il Pci attraverso la sua propaganda arrivò così a creare un falso binomio secondo cui la lotta partigiana equivaleva alla lotta comunista. Questa visione che considerava il Pci come il liberatore d’Italia, creò una forte reazione politica nello schieramento opposto finendo per arroccare maggiormente il Msi nella sua posizione, ritardandone l’accettazione dell’esperienza partigiana. Solo nel 1995, a seguito della svolta di Fiuggi e della nascita di Alleanza nazionale, dallo scioglimento del Msi, il nuovo leader, Gianfranco Fini, definirà la Resistenza come un valore e sarà ancora più chiaro in occasione della celebrazione del 25 aprile nel 2009, quando dichiarerà che “Il 25 aprile è la festa di tutti, senza se e senza ma”.

Il rigetto di una porzione della popolazione italiana dei simboli della Resistenza non si limita al  25 aprile, anche il canto popolare Bella ciao è stato etichettato e bollato come divisivo a causa del suo carattere comunista. Lo storico Stefano Pivato nel libro Bella ciao. Canto e politica nella storia d’Italia evidenzia come l’idea che la canzone abbia un’ispirazione comunista sia falsa; anzi Bella ciao durante il periodo bellico non era molto nota, se non in alcune parti dell’Emilia-Romagna, ma divenne successivamente il canto della Liberazione proprio per la sua assenza di connotati politici nel testo. Il vero canto comunista durante il periodo della lotta partigiana, che divenne quasi un vero inno delle brigate Garibaldi, era Fischia il vento. Il falso mito di Bella ciao come canzone comunista è da ricercare nel dopoguerra quando divenne famosissima sia in Italia che all’estero arrivando a diventare un inno alla libertà per qualsiasi popolazione oppressa.

In conclusione riprendendo l’affermazione dell’Onorevole La Russa, è sì arrivato il tempo di superare l’idea del 25 aprile come una festa divisiva, per finalmente celebrare tutti assieme, al di là di ogni colore politico, una data che simboleggia la libertà ritrovata.

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