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CoronaVirus, Oms la classifica da epidemia a pandemia

Pandemia. La parola che circolava da giorni adesso si può pronunciare «apertis verbis». Il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing da Ginevra, ha scandito: «Abbiamo valutato che Covid-19 può essere caratterizzato come una situazione pandemica». Che si caratterizza con «aumentata e prolungata trasmissione del virus nella popolazione generale», in cui si ritiene «virtualmente inevitabile la comparsa di casi in tutto il mondo». L’Oms aveva dichiarato una pandemia l’ultima volta nel 2009, quando l’influenza H1N1 (la cosiddetta «suina») colpì centinaia di migliaia di persone, con un numero molto importante di vittime. Questa però è una situazione del tutto nuova: si tratta della prima pandemia causata da un coronavirus.

«Pandemia non è una parola da usare con leggerezza o negligenza. È una parola che, se usata in modo improprio, può causare paura irragionevole o accettazione ingiustificata che la lotta è finita, portando a sofferenze e morte inutili — ha aggiunto Ghebreyesus —. Descrivere la situazione come una pandemia non cambia la valutazione sulla minaccia rappresentata da questo coronavirus. Non cambia ciò che l’Oms sta facendo e non cambia ciò che i Paesi dovrebbero fare». L’Organizzazione mondiale della sanità — ha concluso — «è profondamente preoccupata sia dai livelli allarmanti di diffusione e gravità, sia dai livelli allarmanti di inazione. Nelle ultime due settimane il numero dei Paesi fuori dalla Cina che sono stati colpiti dal coronavirus è triplicato, siamo a oltre 118mila casi in 114 Paesi e oltre 4mila persone decedute».

«Nei prossimi mesi — ha affermato ancora il direttore generale dell’Oms — ci aspettiamo di vedere i numeri di casi, di morti e il numero di Paesi affetti salire ancora di piu». Dei 118mila casi di Covid-19 segnalati a livello globale, oltre il 90% dei casi si trova in quattro Paesi (Cina, Italia, Corea del Sud e Iran) e due di questi, Cina e Corea del Sud, hanno registrato una significativa riduzione dei contagi. «Ottantuno Paesi non hanno segnalato alcun caso di Covid-19 e 57 hanno riportato 10 episodi o meno — ha detto Ghebreyesus —. Non possiamo dirlo abbastanza forte, abbastanza chiaramente o abbastanza spesso: tutti i Paesi possono ancora cambiare il corso di questa pandemia». E arriva poi il ringraziamento ai Paesi in prima linea che, secondo l’Oms, stanno quantomeno facendo il possibile: «Siamo grati per le misure che sono state prese in Iran, Italia e Corea del Sud per rallentare il virus e controllare l’epidemia. Siamo consapevoli che queste misure sono pesanti dal punto di vista sociale ed economico, come lo è stato per la Cina».

Professor Vineis, che cosa comporta la definizione di pandemia da parte dell’Oms?
«Significa che l’epidemia si sta generalizzando a gran parte del mondo — risponde Paolo Vineis, professore ordinario di Epidemiologia Ambientale presso l’Imperial College di Londra e responsabile dell’Unità di Epidemiologia Molecolare ed Esposomica presso l’Italian Institute for Genomic Medicine – IIGM (Torino) —. La definizione di pandemia e’ “un’epidemia che si verifica a livello mondiale, supera i confini nazionali e coinvolge un numero di persone molto elevato”. Se teniamo conto del ritardo con cui l’epidemia inizia in altri paesi (Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Francia), le curve di crescita sono essenzialmente le stesse del nostro Paese. Cioè l’epidemia si espande in essi con una velocità simile a quella dell’Italia, o almeno così pare al momento. Questo comporta necessariamente l’adozione di misure drastiche anche altrove. Alcuni Paesi rischiano seriamente di essere troppo in ritardo. Mi auguro che questa tragedia sia uno stimolo per riconsiderare anche il ruolo dei Servizi sanitari nazionali; è molto probabile che la pandemia non mieterà moltissime vittime solo in Paesi poveri, ma negli stessi Stati Uniti. Inoltre, il superamento dei confini nazionali mostra che mai come in questo momento il sovranismo è inadeguato».

Potrebbe comportare misure ancora più stringenti nei Paesi colpiti?
«Più stringenti di quelle italiane non credo. Certo la Cina ha affrontato molto radicalmente il problema, per fortuna. Ma si tratta di uno Stato autoritario. In Italia e probabilmente negli altri Paesi europei bisogna contare sul senso di responsabilità di ciascuno. Mi riferisco in particolare ai giovani, che forse si sentono più protetti ma possono grandemente contribuire, con i loro stili di vita, a diffondere l’epidemia alle fasce più vulnerabili».

L’Oms verifica che le misure decise dai singoli Governi vengano rispettate?
«L’Oms può certamente verificare l’efficacia delle politiche e produrre linee-guida e raccomandazioni, oltre che coordinare, come ha fatto con successo in passato per molto malattie infettive. Non può però imporre politiche agli Stati».

Quali sono le sue previsioni per il prossimo futuro per l’Italia, e in particolare la Lombardia?
«Non mi sento assolutamente in grado di fare previsioni. Ci sono ancora troppe incertezze per poter dire quando l’epidemia inizierà a essere contenuta. Temo che sia questione di settimane, piuttosto che di giorni».

Numero di casi gravi elevato

Secondo la definizione dell’Oms, una pandemia (pandemic in inglese) è «la diffusione mondiale di una nuova malattia», in almeno due continenti, con una sostenuta trasmissione da uomo a uomo. Si verifica quando un virus influenzale emerge e si diffonde globalmente e la maggior parte delle persone non ha immunità. Generalmente le pandemie del passato (tutte di tipo influenzale) hanno avuto origine da malattie che colpiscono animali.

Piani pandemici

La dichiarazione di pandemia implica che ogni Paese metta a punto un «Piano pandemico» e che lo aggiorni costantemente sulla base delle linee guida dell’Oms. I piani pandemici possono prevedere misure per riorganizzare i posti letto negli ospedali, comprese le strutture di terapia intensiva, e percorsi per alleggerire le strutture di pronto soccorso; altri provvedimenti possono riguardare i numeri del personale sanitario. L’acquisto di farmaci e la messa a punto e la produzione su larga scala di un vaccino possono diventare prioritarie, così come l’organizzazione delle campagne di vaccinazione. L’Oms ha più volte rilevato come ci sia ora una maggiore consapevolezza del fatto che prepararsi a una pandemia richieda il coinvolgimento non solo del settore sanitario, ma della società nella sua interezza.

«Per l’Italia non cambia molto»

«Noi quello che dovevamo fare lo stiamo facendo, lo stato di pandemia non ci cambia molto, avendo avuto tra i primi un’epidemia dentro casa. È un invito agli Stati membri a intervenire in maniera molto, ma molto più restrittiva — è stato il commento dell direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, Giovanni Rezza —. L’Oms forse puntualizza che diversi Stati hanno fatto poco per arginare il virus; l’Italia se l’è trovato in Lombardia con il picco influenzale in corso e poteva fare poco. La Cina ha fatto molto, Corea e Giappone anche, in altri Paesi la situazione è sfuggita di mano, come in Iran dove ci sono molti casi a Teheran. Forse anche una reazione da parte della Ue più decisa sarebbe stata auspicabile». «Ormai è una sfida globale, che va affrontata con la massima decisione» ha aggiunto Walter Ricciardi, componente italiano del comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità e consulente del Ministero della Salute per Sars-CoV-2.

Lavoro corale e integrato

«Eravamo sull’orlo del precipizio, ora siamo alla pandemia. Come andrà dipenderà da noi — conferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano —. I Paesi del mondo dovranno essere ancor più netti e stringenti nell’attuare le misure per contrastare la diffusione ulteriore di Covid-19. Servirà un lavoro corale e integrato a livello internazionale, con l’Oms “chiave” per diffondere buone pratiche e per l’interscambio di protocolli. E l’esperienza di chi già sta combattendo o ha combattuto il virus, come la Cina e l’Italia, si rivelerà preziosa».

La Spagnola del 1918

Le pandemie del passato (tutte influenzali, quindi differenti dall’attuale) si sono verificate a intervalli di tempo imprevedibili: negli ultimi cento anni si ricordano quelle del 1918 (Spagnola, virus A, sottotipo H1N1), 1957 (Asiatica, virus A, sottotipo H2N2) e 1968 (Hong Kong, virus A, sottotipo H3N2). La più severa, nel 1918, ha provocato almeno 20 milioni di morti.

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