Centrosinistra

Renzi, un gigante

Nasce Italia Viva, i renziani si scindono dal Pd

Matteo Renzi

Nella giornata di ieri è emerso con chiarezza il disegno di Matteo Renzi. Un disegno che mostra, ancora una volta che, al netto della sua personale e autolesionistica caratterialità, il leader di Italia Viva è avanti anni luce rispetto al resto dei politicanti nazionali.

Da Nicola Zingaretti, scelto dai notabili ex Dc ed ex Pci proprio per la modestia da mestierante romanesco, alla falange sbiadita a 5Stelle, allo stesso Matteo Salvini, incartato in se stesso visto che non gli riesce di rompere il gioco attuale e, quindi, di entrare (e/o promuovere) una nuova fase della politica nazionale. Ieri abbiamo scritto che la battaglia di Renzi è una battaglia di posizionamento in vista della scadenza del 2022, anno in cui si dovrà procedere alla elezione di un nuovo presidente della Repubblica, fondata su argomenti seri e attraenti, intorno ai quali si possono mobilitare forze sin qui silenti.

L’operazione ha spessore, come accaduto in altre fasi della vita politica del politico toscano. L’elemento che ha confermato il problema, il disegno e l’obbiettivo è l’emergere del nome di Mario Draghi. Accantoniamo per un attimo, l’analisi del ruolo che potrebbe assumere l’ex governatore della Bce e soffermiamoci sull’attualità. Mano a mano che passavano le settimane dalla costituzione di questo governo, alla cui nascita ha contribuito, Matteo Renzi ha manifestato due insofferenze. La prima, riguardava una sua permanenza all’interno del Pd, ormai saldamente in mano al vecchio, mediocre, logoro e marpionesco apparato, votato a perpetuarsi e, quindi, ostile a qualsiasi politica riformista e alla necessaria movimentazione programmatica e governativa.

La seconda ha il nome e cognome: Giuseppe Conte. Sorto come l’Araba fenice sul terreno fertile di uno studio legale fiorentino, lo stesso dal quale è emerso Alfonso Bonafede che l’ha patrocinato (una commendatizia estremamente negativa), Conte non ha portato nel governo il frutto delle sue conoscenze giuridiche, che ci debbono essere, ma la vocazione al furbesco equilibrismo, che l’ha portato a patrocinare tutto e il contrario di tutto.

Conte, al di là dell’inesperienza politica nazionale ed europea, è furbissimo e, quindi, si muove con abilità tra gli esponenti dei vari partiti, le loro ambizioni, le loro pretese, i loro interessi. Un equilibrismo, nel quale trova posto, tuttavia, un saldo ancoraggio al mondo grillino, il suo vero, unico, reale sponsor. Con la convincente partecipazione dell’azionista di maggioranza – Davide Casaleggio – di quest’altra ditta (i 5Stelle) che ha imposto all’Italia varie devastanti torsioni.

Se il tranquillo e disastroso tran-tran del governo continuasse sino al 2022, Giuseppe Conte potrebbe essere il più probabile candidato al Quirinale di questa maggioranza. E la sua presenza sul colle darebbe un colpo mortale al sistema istituzionale che, bene o male, regge lo Stato. Per tante ragioni, un colpo mortale, la prima delle quali è il legame stretto con interessi specifici da cui è stato espresso.

Ora, dagli ambienti vicini a Renzi (e anche dalla sua partecipazione a Porta a Porta) si capisce che la pressione sul governo Conte rimarrà costante in attesa del momento in cui esso potrà affondare, mentre dall’altro lato si prospetta alle forze presenti in parlamento una via d’uscita per il caso di crisi: un governo istituzionale ampiamente appoggiato, con presidenza di Mario Draghi.

A parte i riflessi internazionali (estremamente positivi) che Draghi a Palazzo Chigi susciterebbe (rendendo palpabile la differenza abissale del suo eventuale predecessore), la politica italiana avrebbe pronto sul piattino il vero candidato alla carica di presidente della Repubblica. Certo, ci sono mille se e mille ma, prima della riuscita dell’ipotesi che frulla nella testa di Matteo Renzi. Ma il nome di Draghi in corsa per il Quirinale metterebbe a tacere i nanetti al vertice del Pd e, probabilmente, aprirebbe una crisi in casa grillina.

Rimane da vedere se Matteo Salvini vorrà giocare la partita. Se la miopia prevarrà sulla strategia politica (di Giancarlo Giorgetti, mente strategica della Lega), allora Salvini capirà che essere co-elettore di Draghi gli darà quella legittimazione di cui è da tempo in attesa e che da tempo non ottiene: il via libera di benpensanti e di poteri forti alla sua agognata conquista del potere. Certo, dovrà pagare un prezzo, il prezzo dell’ostilità all’Europa, non più riproponibile, e delle misure demagogiche tipo quota 100 non più proponibili.

Ma, come disse Enrico di Navarra, durante la guerra dei 3 Enrichi, «Parigi val bene una messa.» Saggio principio cui Salvini potrà aderire o meno, essendo libero di procedere secondo le sue personali convinzioni su questa strada o di abbandonarla per l’altra, di cui aveva già percorso un tratto, prima che fosse chiusa anche dai suoi propri errori.

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