Europa

Brexit!

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Jane, nome di fantasia “perché le mie figlie non devono sapere che sono qui”, ha 81 anni e una storia straordinaria: ex impiegata statale, si è trasferita da anni a Londra dal suo Lincolnshire, e per 18 mesi quasi ogni giorno è venuta a protestare a Westminster “contro questo schifo di Parlamento” e per l’agognata Brexit. Che, dalle 23 di ieri, tra lazzi e cori da stadio, è finalmente realtà.

“Era ora”, racconta, “per un anno e mezzo ho detto ogni bugia alle mie gemelle per venire qui a invocare la Brexit”. Ma perché? “Perché sono entrambe per la Ue, una ha lavorato persino per il deputato europeo Bill Newton Dunn, non voglio sfasciare la famiglia. Non sanno che sono una brexiter. Mio padre venne ucciso a Dunkirk durante la Seconda guerra mondiale: morì annegato perché non sapeva nuotare. Io non avevo neppure un anno. Da quel momento non l’ho più perdonata agli europei”.

A pochi metri da Jane, c’è la statua di Winston Churchill, colui che trascinò il destino del Regno Unito fuori da Dunkirk e dall'”ora più buia”. Pian piano, qui a Parliament Square, di fronte a Westminster, arriva il “popolo sovrano”, come lo accarezza ogni volta il premier Boris Johnson che non a caso ieri ha tenuto il Consiglio dei ministri nella brexiter ed operaia Sunderland. Molti sono “forgotten men”, “i dimenticati” anti Ue che hanno fatto trionfare il premier alle ultime elezioni, venuti dalla periferia del Regno Unito in una Londra liberal e multicolor. Loro no: sono quasi tutti bianchi. È la loro festa, è il 31 gennaio 2020, è il Brexit Day. Anche se piove e si affonda nel fango di Parliament Square, “who fucking cares?”, che ci frega.

Si balla, tra gli oltre 10mila accorsi, nell’esaltazione tricolore della “Union Jack”, inzaccherati dal fango e dall’alcol degli stracolmi pub intorno, al trapanante ritmo tribale dei campanacci scossi da due omoni sudati nel freddo: “È il nostro Little Ben!”, si sbellicano. Perché il vicino Big Ben è in ristrutturazione e sarebbe costato 500mila sterline farlo rintoccare come volevano i brexiter. Uno dei due ha la maglia “FCUK EU”, “fanculo all’Ue”, con la “u” e la “k” saggiamente invertite, e si batte il pugno sulla Croce di San Giorgio, il rosso e il bianco del nazionalismo inglese che ha imposto la Brexit. Sono gli stessi colori del costume medievale dell’eurofobico Jeff Wyatt, che non è soddisfatto nemmeno della Brexit di Johnson: “È una farsa!”. Un altro brucia invece una bandiera europea.

Sono casi isolati perché questo sabba anti Ue, questo esorcismo collettivo contro Bruxelles, non ha altri incidenti. Tre, due, uno… il capodanno di una nuova era, il conto alla rovescia rosso, bianco e blu viene proiettato persino sulla porta di Downing St n.10. Allo scoccare delle 23 il profeta euroscettico Nigel Farage ruggisce “finalmente dopo 47 anni siamo indipendenti dall’Ue! Evviva!”, mentre decollano le gloriose note di “Dio Salvi la Regina”, con un velo di tristezza degno del finale del “Cacciatore”. “L’Ue è morta!”, esulta un giovane. Una ragazza: “We are the Champions! Happy Brexit!”.

È la mezzanotte di fuoco, anzi “l’alba di una nuova era”, come ha detto nel suo discorso il premier Johnson, “un incredibile momento di speranza e opportunità per ogni angolo del Regno Unito. Un inizio e non una fine. La ripresa del controllo dell’immigrazione. Ci saranno contraccolpi”, avverte Boris, “ma sarà un successo. Abbiamo obbedito al popolo. Ora il nostro Paese tornerà unito”.

Chissà. Gli europeisti intanto fuggono da Parliament Square. Qualcuno manifesta a Europe House, sede dell’Ue a Londra, poco dietro Westminster. Altri, come l’associazione “The 3 million”, si riuniscono in una birreria tedesca, nella City, per dei “commiseration drinks”. Il sindaco di Londra Sadiq Khan apre invece le porte del municipio agli europei, perché “comunque saremo sempre una città aperta”. Oxford organizza veglie funebri, a Edimburgo scendono in strada gli indipendentisti, europeisti, scozzesi. “Hey EU”, sussurrano parafrasando i Beatles, “see EU”, ci vediamo Unione Europea! O forse a mai più?

Alla fine, quel referendum, quel sogno di una notte di mezza estate 2016, è diventato realtà. O incubo? Lo sapremo tra molti mesi, perché fino a fine anno Albione rimarrà ancorata alle norme Ue per il periodo di transizione e i negoziati tra Europa e Uk, cruciali per il futuro di tutto l’Occidente. Perché questo è uno scisma inappellabile, epocale, come quello di Enrico VIII nel 1532, la prima grande Brexit di un Regno sempre più insulare. Da oggi, sarà un lungo addio. O, per rimanere nel crepuscolo creativo di Chandler, un grande sonno?

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