Economia

Unione europea: il Mes spiegato in 6 punti

Unione europea: il Mes spiegato in 6 punti

Unione europea: il Mes spiegato in 6 punti

In Italia si è tornato a parlare di Mes in toni accesi ma è da un po’ che si parla di quello che è conosciuto anche come meccanismo salva-Stati.

Il Meccanismo europeo di stabilità, noto anche come Mes o Esm -l’acronimo del suo nome in inglese- è un’organizzazione intergovernativa che raggruppa i 19 stati membri dell’eurogruppo, (quelli che hanno adottato l’euro come moneta), e ha il compito di aiutare i paesi che si trovano in difficoltà economica. Creato nel 2012, evoluzione di due precedenti meccanismi di stabilità economico-finanziaria l’Efsf e l’Efsm, è il primo tentativo organico di dotare l’eurozona di un meccanismo per affrontare le crisi.

Gli Stati membri contribuiscono in maniera proporzionale alla propria importanza economica. La Germania è il primo contributore netto, con il 27% del capitale versato, seguita da Francia (20,3%) e Italia (17,9%).

La riforma del Mes, decisa nel Consiglio europeo del dicembre del 2018, e sulle cui misure i 28 si sono espressi favorevolmente a giugno, costituisce un passo avanti verso l’Unione bancaria.

La decisione ultima è prevista nel Consiglio europeo di dicembre, la riforma per passare necessita di un voto all’unanimità.

La riforma prevede l’istituzione di un fondo comune, il Single resolution fund (Sfr), una sorta di braccio operativo del Meccanismo, cui spetta in particolare di aiutare le banche in difficoltà dell’eurozona.

Il Srf è finanziato dal Mes, ossia dagli Stati membri, fino a un massimo di 80 miliardi di euro, anche se ha una capacità di oltre 700 miliardi che possono essere raccolti sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond. Il Srf dovrebbe entrare in vigore al più tardi nel 2024.

Vi si ricorrerà comunque solo in extrema ratio e previo nullaosta del board del Mes, ossia i ministri delle Finanze dell’area euro.

Per ricevere l’aiuto, in base al meccanismo di oggi, uno Stato deve accettare un piano di riforme la cui applicazione è sorvegliata dalla famosa “troika”, il comitato costituito da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.

Il piano di riforme di solito prevede misure d’austerity come taglio alla spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni. Il meccanismo è scattato l’ultima volta nel 2015 per la Grecia.

Rimangono le due linee di credito precauzionale già esistenti, e finora mai usate, che dopo la riforma saranno più facili da attivare.

La Pccl, Precautionary Conditioned Credit Line, può essere richiesta e attivata con una lettera di intenti, da parte di uno Stato membro che nei precedenti due anni abbia comunque rispettato i parametri di Maastricht, ossia un disavanzo inferiore al 3% del pil e un debito pubblico sotto al 60% del Pil. La misura è pensata in modo particolare per quei Paesi senza squilibri macroeconomici e fiscali ma colpiti da shock improvvisi sui mercati o vittime di un attacco speculativo.

La seconda linea di credito, la Enhanced conditions credit line, prevede invece la firma di un Memorandum d’intesa, o Memorandum of understanding, dalle condizioni piuttosto stringenti.

Entrambe queste linee di credito precauzionali, comunque, sono pensate come una forza deterrente: la sola richiesta dovrebbe bastare allo Stato in difficoltà per bloccare sul nascere un attacco speculativo.

L’Esm, e prima l’Efsf, sono intervenuti per aiutare Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro erogando circa 300 miliardi in finanziamenti.

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