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Bolivia, violazione diritti umani

Bolivia, violazione diritti umani

Circa una settimana fa la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) aveva denunciato 23 morti negli scontri dopo le elezioni del 20 ottobre e di oltre 700 feriti. Ma i dati sono in continuo divenire e, al momento in cui scriviamo, il bilancio è aumentato ad almeno 27 vittime.

L’episodio più sanguinoso è avvenuto il 15 novembre a Sacaba, nella provincia di Chapare a 13 chilometri da Cochabamba – roccaforte dei sostenitori di Morales – dove negli scontri tra agenti di polizia e manifestanti, in gran parte indigeni e cocaleros, almeno otto persone – nove secondo la Commissione interamericana dei diritti umani – sono rimaste uccise e, sempre secondo la Cidh, più di 120 ferite.

La difficile situazione della Bolivia è seguita con apprensione anche dall’Alta commissaria delle Nazioni unite per i diritti umani Michelle Bachelet che, il 16 novembre, ha dichiarato che le morti avvenute nelle proteste «sembrano essere il risultato di un uso non necessario e sproporzionato della forza da parte della polizia e dell’esercito».

Le organizzazioni umanitarie lanciano l’allarme anche per le intimidazioni nei confronti dei giornalisti e dei mezzi di comunicazione. Come sottolinea Human Rights Watch, il governo boliviano ha affermato di perseguire e arrestare coloro che si macchiano di «sedizione», un reato che comporta fino a tre anni di detenzione.

Il ministro delle Comunicazioni Roxana Lizárraga ha dichiarato che le autorità «prenderanno provvedimenti pertinenti», inclusa la «deportazione», contro i giornalisti che «commettono sedizione». Un chiaro tentativo di soffocare la libertà di opinione e di espressione.

La Commissione interamericana dei diritti umani il 19 novembre ha affermato di essere preoccupata per la «situazione di restrizioni al lavoro dei giornalisti e dei mezzi di comunicazione», che ha colpito «il diritto della cittadinanza all’accesso all’informazione, in particolare sui recenti episodi di uso eccessivo della forza».

La Commissione, inoltre, «manifesta la sua preoccupazione di fronte a discorsi di odio razziale rivolti ai popoli indigeni del Paese e ai loro simboli». Un riferimento in particolare alle esternazioni della presidente ad interim Áñez: ha sollevato molte proteste un suo tweet, ripreso e ritwittato nei giorni scorsi, in cui la senatrice si esprime con toni razzisti e offensivi nei confronti degli indigeni, affermando:

«Sogno una Bolivia libera dai riti satanici indigeni, la città non è per gli indios, che se ne vadano all’altopiano o nel territorio del Chaco», riferendosi alle tradizioni indigene e al loro culto della Pachamama, la Madre Terra in lingua quechua.

Parole di discriminazione nel Paese dell’America Latina che conta la percentuale più elevata di indigeni (circa il 50% dell’intera popolazione, fino al 70% in alcune regioni) e che dal 2009 ha una Costituzione che riconosce la Bolivia come Stato plurinazionale, garante della presenza delle popolazioni native originarie – quaranta etnie – e della difesa della loro storia, della loro cultura e della loro identità.

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