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“Dimissionato senza motivo”. L’amara rivincita di Lupi

Lupi, annuncia il voto contrario allo ius soli del proprio partito in caso il governo ponga la fiducia.

Maurizio Lupi

Maurizio Lupi mastica soddisfazione e amarezza: «Quando l’inchiesta venne alla luce finì su tutte le prime pagine, sembrava che avessero scoperto una nuova Cupola, mi ricordo anche la puntata di Report … Invece quando hanno archiviato tutto ne ha parlato solo il Corriere fiorentino. Ma così va il mondo».

Per l’ex ministro alle Infrastrutture, amarezze a parte, è una pagina brutta che si chiude definitivamente. Ieri il Corriere della sera rivela che anche il troncone milanese dell’indagine che gli piombò addosso quattro anni fa, quando rappresentava l’ala moderata del governo di Matteo Renzi, e che lo portò alle dimissioni, è finito in nulla. La Procura di Firenze, la stessa che aveva scatenato la bufera mediatica sulla cricca delle Infrastrutture, a partire dal manager di Stato Ercole Incalza, aveva chiesto e ottenuto, nell’ottobre del 2016, l’archiviazione del procedimento. Una retromarcia su tutta la linea, a partire dall’accusa di associazione a delinquere, asse portante dell’inchiesta, che già il giudice aveva ritenuto insussistente al momento di ordinare gli arresti: e che alla fine la stessa Procura aveva abbandonato.

Nel clamore mediatico a ridosso del blitz, più che di Incalza e degli altri indagati si era parlato di uno che indagato non lo era, né lo sarebbe diventato: lui, Lupi, il ciellino passato dal Popolo delle libertà all’Ncd di Alfano, e approdato – nella diaspora del centrodestra – al governo con Matteo Renzi, con la delega chiave alle Infrastrutture. Nelle carte dell’inchiesta, il suo nome compare due volte, in relazione a suo figlio Luca: per una telefonata con Incalza («deve venirti a trovare mio figlio», dice il ministro) e per un Rolex da diecimila euro regalato da un indagato a Lupi junior per la laurea. Gli stessi pm non ritengono che siano reati, ma per i giornali e i siti quella è «la telefonata che inguaia Lupi», e il ministro si trova così scaraventato a ridosso dello «scenario di devastante corruzione sistemica nella gestione dei grandi appalti». Parola dei pm di Firenze, gli stessi che dopo chiederanno l’archiviazione.

Investito dal ciclone, Lupi fa una scelta inconsueta: si dimette da ministro, unico modo per sottrarre il figlio dal bombardamento mediatico. Ma non smette di seguire l’evoluzione dell’indagine fiorentina. Così, due anni fa, viene a sapere della archiviazione chiesta dai pm toscani, e dello sparpagliamento tra altre Procure – Milano, Brescia, Roma – di alcuni tronconi dell’inchiesta. A Brescia e a Roma il processo non è mai cominciato. Invece a Milano non comincerà mai, perché un anno fa, in totale silenzio stampa, la Procura meneghina aveva stabilito che anche lo spezzone arrivato sui suoi tavoli era inadatto a dar luogo a una richiesta di rinvio a giudizio. Tutto si basava su una intercettazione di Stefano Perotti, uno degli indagati, sugli appalti per il Palazzo Italia di Expo 2015: frasi che per i pm fiorentini erano la prova di un’asta truccata, e che invece i loro colleghi milanesi interpretano nel modo opposto. Inchiesta chiusa anche qua, insomma. Scrive Matteo Renzi: «All’epoca dissi pubblicamente che ero fiero di aver lavorato con Lupi, che gli esprimevo la mia vicinanza e che il tempo gli avrebbe reso giustizia. Oggi scopriamo che l’indagine nella quale Lupi venne intercettato, indagine aperta allora dalla procura di Firenze, finisce con l’archiviazione. Non troverete questa notizia in evidenza nei gazzettini del giustizialismo italiano, nei talk show, sui social, no. Tutti fingono di aver dimenticato l’onda di piena dell’odio sui social, le sentenze su Twitter, le aggressioni verbali. Tutti oggi fischiettano facendo finta di nulla davanti all’ennesimo scandalo che scandalo non era».

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