Mondo

A «Bibi il mago» non riesce il miracolo: Israele senza maggioranza

Netanyahu allontana la pace dal Medio Oriente

Benjamin Netanyahu

L’inossidabile Benjamin Netanyahu le ha provate tutte. Megafono in mano, si è precipitato in mezzo alla folla, ha incitato i suoi sostenitori di abbandonare la spiaggia. Affrettatevi, gli elettori arabi stanno votando in massa, urlava (come se non ne avessero diritto..).

È corso da una parte all’altra del Paese. Ha perfino concesso interviste radiofoniche il giorno del voto, cosa illegale. Ma questa volta «Bibi il mago», così lo chiamavano per la sua capacità di ribaltare i pronostici elettorali all’ultimo giorno e di vincere anche quando non ha vinto, non sembra avercela fatta. L’era del premier più longevo della Storia di Israele sembra volgere al termine.

Lo scenario è quello che si temeva da tempo; nessun vero vincitore, e lo spettro dell’ingovernabilità che incombe sul Paese. Il partito conservatore Likud, infatti, sarebbe testa a testa con il partito di centro sinistra Blue Bianco, guidato dal generale Benny Gantz: 32 seggi ciascuno (nell’ultima elezione di aprile erano arrivati pari con 35 seggi).

Ma ciò che più conta è che nessuna coalizione è riuscita ad avere la maggioranza, almeno 61 dei 120 seggi della Knesset, il Parlamento di Gerusalemme. In un’elezione caratterizzata da un’affluenza alta, sopra il 63%, il blocco di centro destra si sarebbe fermato a 56 seggi, quello di centro sinistra a uno di meno.

Tra gli altri partiti da segnalare il grande risultato della lista Ayman Odeh, formata dai quattro partiti arabi (questa volta insieme) , salita a 15 seggi, un risultato storico.

Insomma per Netanyahu, che puntava al quinto mandato consecutivo, e che puntava a sottrarsi all’imminente incriminazione per tre casi di corruzione, si tratta di un boccone indigesto. Ancora più amaro perché la sua probabile “caduta” arriva per mano di chi è stato a lungo un suo grande alleato di Governo, lavorando fianco a fianco dal 2009 al 2018 come ministro degli Esteri e poi della Difesa, e che da due anni è il suo peggior nemico; l’ultra nazionalista laico Avigdor Lieberman, l’ebreo di origine russe leader del partito Yisrael Beitenu, formazione che raccoglie i voti tra gli immigrati dall’ex Unione Sovietica. Era stato Avigdor, impuntandosi sulla questione della leva militare per gli ebrei ortodossi, a provocare la crisi di governo nel novembre del 2018. E ad impedire a Netanyahu di formare una coalizione di governo nel maggio di quest’anno, un mese dopo le elezioni di aprile quando Bibi era stato incaricato di aprire le consultazioni.
Ora il partito di Avigdor ha quasi raddoppiato i seggi, salendo nove. E’ lui l’ago della bilancio. E da lui non si può prescindere. Lieberman ha subito auspicato un Governo i Unità con il Likud, il partito Blu e Bianco ed Yisrel Beitenu. Ma qui arrivano i problemi. Benny Gantz sarebbe anche disposto ma senza Netanyahu nel Governo. E il Likud? Disposti a valutare l’idea del Governo di unità, ma rigorosamente con Netanyahu. La strada per arrivare ad un Governo appare ancora tutta in salita. La nota creatività dei politici israeliani sarà messa a dura prova.

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