Europa

In Spagna si vota ancora. Alle urne il 4 novembre

In Spagna si vota ancora. Alle urne il 4 novembre

Se in Italia il voto anticipato resta di fatto un tabù, tra professioni di responsabilità e manovre di palazzo, in Europa c’è chi sta facendo del ricorso alle urne un appuntamento annuale. È il caso della Spagna, che dopo la presa d’atto, da parte di re Felipe VI, del fallimento di ogni tentativo di formare un governo si appresta a tornare al voto il 10 novembre prossimo per la quarta volta in quattro anni. Una via – quella del voto compulsivo – diametralmente opposta a quella italiana, e che sta bruciando un’intera generazione di leader.

Attualmente, infatti, i protagonisti della crisi politica spagnola sono tutti quarantenni o giù di lì, impegnati in queste ore a rimpallarsi la responsabilità delle ennesime elezioni nel tentativo di non restare col cerino in mano. Questo vale soprattutto per il premier e leader socialista, Pedro Sanchez (classe 1972), per il leader della sinistra radicale di Podemos, Pablo Iglesias (classe 1978) e per il presidente del partito liberale Ciudadanos, Albert Rivera (1979). Ma si estende, almeno anagraficamente, anche al 38enne Pablo Casado, presidente del partito popolare spagnolo, e al 43enne Santiago Abascal, leader del partito di estrema destra Vox.

Sanchez, che ha dovuto rinunciare a formare un governo dopo il fallimento delle trattative con Podemos e una volta sfumata la proposta a sorpresa di Ciudadanos, ha chiesto oggi agli elettori di dargli una maggioranza chiara per guidare il Paese nelle prossime elezioni. Il leader socialista e premier ad interim – ricostruisce El Pais – ha puntato il dito contro tutti i suoi avversari: Casado è stato accusato di “mancanza di senso dello Stato”, Albert Rivera di “irresponsabilità” e Pablo Iglesias di “dogmatismo”.

Sanchez non ha nascosto la sua frustrazione. Cinque mesi dopo avere vinto le elezioni del 28 aprile, ma con soli 123 seggi su 350, il leader del partito socialista ha accusato i conservatori del Partito popolare, i liberali di Ciudadanos e la sinistra radicale Podemos di avergli impedito di formare un governo. Martedì sera ha dovuto riconoscere di non essere in grado di raccogliere i voti necessari a ottenere la fiducia in Parlamento. Dal momento che nessun altro partito è in grado di farlo, il Parlamento sarà sciolto automaticamente e nuove elezioni verranno convocate per il 10 novembre.

“Spero che gli spagnoli daranno una maggioranza più ampia al Partito socialista in modo che non sarete più in grado di bloccare la formazione di un governo, che è ciò di cui la Spagna ha bisogno”, ha detto Sanchez davanti ai deputati, rivolgendosi ai suoi avversari. Il premier ha sottolineato che la Spagna ha bisogno di un governo stabile per affrontare le sfide del rallentamento dell’economia mondiale, dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e degli indipendentisti catalani i cui leader sono a giudizio o in esilio.

Già ieri Sanchez aveva accusato Podemos di aver “bloccato” per ben quattro volte ogni tentativo di formare una maggioranza progressista, invitando gli elettori del partito di Pablo Iglesias a scegliere la prossima volta il Psoe “perché non vi siano più blocchi”. Sanchez ha poi puntato il dito anche contro l’atteggiamento “contraddittorio” dei liberali di Ciudadanos e dei conservatori del partito Popolare che lo hanno accusato di cercare l’appoggio esterno dei partiti indipendentisti, ma hanno negato al Psoe l’astensione che avrebbe permesso il varo del suo governo. Secondo il leader socialista, Ciudadanos ha abdicato al suo ruolo di forza liberale di centro, garante di stabilità, preferendo “porre un cordone sanitario contro la socialdemocrazia”.

Iglesias ha usato parole durissime contro il leader socialista: “Pedro Sánchez commette un errore storico di dimensioni enormi costringendo il Paese ad altre elezioni”. E ancora: la sua ossessione è “monopolizzare un potere assoluto che gli spagnoli non gli hanno dato. La Spagna – ha scritto su Twitter – ha bisogno di un presidente che capisca il multipartitismo. La Spagna è cambiata e non tornerà indietro”.

Rivera non è stato più tenero: “È sorprendente – ha twittato – che Sanchez si rivolga agli spagnoli accusandoli di votare male e incolpandoli per lo stallo. Tutta la Spagna ha visto chi è responsabile di questa paralisi. Preferiva mettere il Paese in un buco nero e una spesa di quasi 200 milioni invece di accettare una soluzione”.

Anche il capo del Partito popolare, Pablo Casado, ha risposto a tono: ha accusato Sanchez di “irresponsabilità” dicendo che vuole farsi confermare al potere “portando allo stremo gli elettori”, senza aver provato seriamente a formare un governo di coalizione. “Volevi tornare alle urne dall’inizio e hai preso in giro gli spagnoli per cinque mesi”, è l’accusa lanciata da Casado a Sanchez.

Il punto è che Sanchez ha provato senza successo a formare un governo di coalizione con Podemos, ma la sinistra radicale ha ritenuto che i portafogli che le erano stati proposti fossero insufficienti. In seguito Sanchez ha proposto un semplice programma comune, ma Podemos ha insistito per entrare al governo, cosa di cui i socialisti non hanno più voluto sentire parlare.

Ad ogni modo un’intesa con Podemos sarebbe dipesa dai voti dei partiti nazionalisti baschi e indipendentisti catalani per ottenere la fiducia in Parlamento. La Spagna non ha mai avuto un governo di coalizione da quando è tornata alla democrazia a seguito della morte del dittatore Francisco Franco nel 1975. Il Paese soffre di instabilità politica da quando il bipartitismo si è frantumato nel 2015, con l’entrata in scena della sinistra radicale di Podemos e dei liberali di Ciudadanos (Cs) in Parlamento. Il quadro è ancora più frammentato dall’emergere dell’estrema destra di Vox nelle ultime elezioni. Secondo i sondaggi, in nuove elezioni i socialisti vincerebbero di nuovo ma mancherebbero di poco una maggioranza assoluta.

Secondo gli ultimi sondaggi, citati da Politico.eu, i socialisti dovrebbero andare leggermente meglio rispetto al 29% di aprile, anche se mancherebbero di poco una maggioranza assoluta. Podemos, Ciudadanos e Vox, invece, dovrebbero perdere terreno, contrariamente al Partito popolare. Per tutti i leader – tranne forse il più giovane, il 38enne Casado – il ciclo politico rischia di essere fagocitato dalla bulimia elettorale. E l’incertezza, al momento, regna ancora sovrana. 

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