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Nessuno ha il coraggio di dirlo ma il vero scontro è tra Grillo e Di Maio, e lo sta vincendo il fondatore

Nessuno ha il coraggio di dirlo ma il vero scontro è tra Grillo e Di Maio, e lo sta vincendo il fondatore

Beppe Grillo e Luigi Di Maio

Chiunque assista dall’esterno, comune cittadino o addetto ai lavori della politica, alle vicende del Movimento 5 stelle resta disorientato: cosa sta succedendo? Eppure la realtà, sia pure indicibile per iscritti e eletti, si staglia evidente davanti agli occhi di tutti: la crisi dell’alleanza con la Lega ha portato allo scoperto una forte divergenza tra Luigi Di Maio e il fondatore del Movimento, Beppe Grillo. Uno scontro vero e proprio, inimmaginabile da quando Di Maio era stato eletto capo politico e Beppe si era di fatto ritirato dopo il trionfo elettorale e la nascita del governo gialloverde, come a lasciare al suo destino la creatura ormai in grado di badare a se stessa senza padri o tutori. Per fatalità scoppia tutto nella data delle stelle cadenti, il 10 agosto.

Alle 10.49 Di Maio pubblica sulla sua pagina Facebook un post con cui “dà la linea” al Movimento. Non a caso comincia con queste parole: «Da leggere tutto, per la verità». E la verità di Di Maio è che «gli italiani stanno affrontando una crisi di Governo assurda voluta dalla Lega». Il governo ha fatto cose eccezionali, è la sua tesi, andando contro lobbies e poteri forti. E la Lega «forse lo ha fatto cadere proprio per questo: quando i sondaggi gli hanno detto che poteva staccare, lo hanno fatto.
Così la Lega potrà tornare a difendere gli interessi di Autostrade e simili».

Ma qui vengono le affermazioni politiche impegnative: «Ora, siccome la Lega è in difficoltà, ha iniziato a buttarla in caciara con un fantomatico inciucio Pd-M5S. È sempre stato così, credo ve lo ricordiate. Lo hanno sempre fatto, per tentare di screditarci agli occhi delle persone deluse da loro. La destra diceva che eravamo di sinistra, la sinistra diceva che eravamo di destra. Non avevano null’altro da fare o da proporre e provavano a colpirci con questi mezzucci.
Oggi non è cambiato nulla e, come al solito, da ieri qualche quotidiano (non tutti, per fortuna) in malafede dà respiro alla nuova bufala del dialogo con il Pd. Del resto basta andare a ritroso di 24-48 ore per capire chi la sta diffondendo.
Ad ogni modo, noi siamo stati chiari. Il M5S non ha paura delle elezioni, anzi. Anzi, in questo momento siamo ancora più uniti, con Alessandro, Davide, Max Bugani, Paola Taverna, Nicola Morra, i capigruppo, i nostri ministri e tutti coloro che per il MoVimento hanno dato l’anima. Andiamo a votare subito».

Come dire: siamo tutti d’accordo, e la citazione dei personaggi più lontani da Di Maio nel M5s lo certifica. La linea è e resta: mai al governo col Pd, subito al voto.

Una linea ferma, che però dura solo tre ore. Alle 14 sul blog di Beppe Grillo appare il post della svolta: «Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni». Bastano queste tre righe, in un testo comunque di rottura definitiva con la Lega, a ribaltare la linea-Di Maio.

L’apertura di Grillo troverà la altrettanto imprevedibile sponda di Matteo Renzi, e in 48 ore diventerà la posizione del Pd. Ma non di tutto il M5s. Sarà infatti necessaria la riunione nella villa al mare di Grillo, a Bibbona, per allineare tutti almeno sull’idea di provarci, e di dire definitivamente addio a Matteo Salvini. In realtà, come i fatti ci ricordano, a dare il benservito al leader leghista con toni di inattesa, ricercata, durezza sarà il 20 agosto il premier Conte, in mezzo al silenzioso Luigi e al furioso Matteo.

Seconda scena: il governo si è dimesso, Mattarella ha avviato le consultazioni, l’ultima delegazione a essere ricevuta al Quirinale è quella del M5s. E all’uscita Di Maio dedica solo poche parole al governo possibile: «Sono state avviate interlocuzioni per una maggioranza solida», dice, senza citare il Pd, e senza vincolarle al nome di un premier. Le voci dicono che potrebbe essere un tecnico, con Di Maio stesso vice premier, sacrificando Conte e non lui sull’altare della “discontinuità” pretesa da Zingaretti. Ma ancora una volta Grillo non ci sta, e lo scrive sul blog, tutto dedicato all’altro Giuseppe: «Sembra che nessuno voglia perdonare a Conte la sua levatura ed il fatto che ci abbia restituito una parte della dignità persa di fronte al mondo intero. Se dimostreremo la capacità di perdonare le sue virtù sarà un passo in avanti per il paese, qualsiasi cosa che preveda di scambiare lui, come facesse parte di un mazzo di figurine del circo mediatico-politico, sarebbe una disgrazia. Ora ha pure un valore aggiunto… l’esperienza di avere governato questo strano paese… benvenuto tra gli Elevati».

Detto, e fatto. Imperturbabile Di Maio pone al Pd la condizione preliminare: o Conte premier o niente governo. Zingaretti vorrebbe andare a vedere il gioco, ma a sua volta nel partito è solo: una solida maggioranza vuole il governo col M5s a tutti i costi. E semmai a pagarne le spese sarà Di Maio, ok al premier, ma no al vice 5 stelle.

Qui Di Maio si muove con durezza, ricordando di essersi già sacrificato le due volte in cui il premier avrebbe potuto essere lui, e ponendo molti altri punti di sbarramento, all’uscita del secondo colloquio al Quirinale, e soprattutto venerdì scorso, dopo l’incontro con Conte. Una durezza incomprensibile, a meno di non pensare a una guerra furibonda per preservare quel ruolo di vice premier. Lo dicono a mezza voce i suoi, lo comprende bene anche Conte.

E qui arriva l’ultima scena, con il terzo colpo di Grillo a Di Maio, quello del kappaò. Questa volta con in video, in apparenza giocato su altri registri. Ma a un certo punto Beppe va diretto all’obiettivo:  «Questa pena che vedo, questa mancanza di ironia, dovete sedervi a un tavolo e essere euforici perché appartenete a questo momento straordinario di cambiamento. Abbiamo da progettare il mondo, invece ci abbruttiamo, e le scalette e il posto lo do a chi e i dieci punti, i venti punti, basta».
Anche il più distratto degli osservatori non può non vedere il riferimento diretto al discorso di 24 ore prima: fate l’accordo senza pregiudiziali sui punti inderogabili o sulle poltrone…

Così il fondatore del Movimento toglie di mano al capo politico anche le ultime carte, e dal Pd hanno buon gioco nel completare l’opera, rinunciando a loro volta al vice premier. Ora Luigi Di Maio, fino a un mese fa vice premier e dioscuro del governo, ministro del Lavoro e dello Sviluppo industriale, e capo politico del M5s, rischia di perdere quasi tutto, e di essere al massimo un ministro non di primo rango nel governo guidato da un Elevato all’empireo grillino. La politica ci ha abituato ai colpi di scena, e non è ancora detto che finisca così. Ma se così fosse, l’avrebbe deciso l’uomo senza il quale né Di Maio né Conte né tutti gli altri del M5s sarebbero mai arrivati sulla scena pubblica. Perché l’ha fatto? Forse per punire Salvini, e anche un po’ chi ha permesso che si prendesse tanta parte della scena, prima di questo fatidico agosto.

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