Europa

Brexit, Johnson perde la maggioranza ai Comuni. Trema la sterlina: -20% dal referendum

Brexit, Johnson perde la maggioranza ai Comuni. Trema la sterlina: -20% dal referendum

Brexit, Johnson perde la maggioranza ai Comuni. Trema la sterlina: -20% dal referendum

Boris Johnson ha perso la maggioranza alla Camera dei Comuni. La coalizione Tory-Dup, la cui maggioranza si era ridotta nei mesi scorsi a un solo seggio, è stata infatti abbandonata dall’ex sottosegretario Philip Lee, un oppositore della Brexit, che è passato al gruppo di opposizione dei Liberaldemocratici. Lo ha annunciato la leader LibDem, Jo Swinson. Il cambiamento non comporta comunque l’automatica caduta del governo, salvo un voto di sfiducia dell’aula.

Il caos sulla Brexit affonda la sterlina, che precipita ai minimi da tre anni sul biglietto verde a 1,1959 dollari, il livello più basso da ottobre 2016. Dal referendum sulla Brexit nel giugno 2016, la sterlina ha perso il 20% del suo valore nei confronti del dollaro. Sterlina debole anche sull’euro, intorno a quota 0,91.

Quello della valuta britannica è solo uno dei fronti caldi di Brexit che registra, alla riapertura del Parlamento – e a pochi giorni dalla sospensione dei lavori chiesta e ottenuta dal premier Boris Johnson – l’acuirsi dello scontro tra il primo ministro e l’opposizione. Quest’ultima anche interna ai conservatori.

Per il leader dei laburisti Jeremy Corbyn «la priorità è evitare un’uscita senza accordo. Dopodiché i laburisti vogliono le elezioni come tutti gli altri partiti». Ed è proprio in questa direzione che la mossa dell’opposizione che probabilmente mercoledì potrebbe approvare una legge “anti-no deal”. I parlamentari decisi a impedire lo scenario di una Brexit no-deal hanno presentato ufficialmente al presidente della Camera dei Comuni John Bercow la loro mozione per un dibattito di emergenza sulla Brexit. I partiti di opposizione hanno trovato un accordo per opporsi alla richiesta del governo di elezioni generali fino a che non sarà passata in parlamento la mozione che mira a estendere la Brexit di tre mesi. È quanto ha detto a Sky News Liz Saville Roberts, leader del partito gallese del Plaid Cymru.

Per tutta risposta Johnson ha già minacciato di voler sciogliere le camere per andare al voto anticipato – i sondaggi sembrano premiarlo – entro il 17 ottobre prossimo. Per poter procedere in questo senso, però, occorre che una maggioranza dei due terzi del Parlamento approvi lo scioglimento delle camere. E i laburisti hanno già fatto sapere che potrebbero far mancare i voti necessari. La situazione resta in ogni caso più che mai fluida, visto che anche questo scenario potrebbe essere bypassato dal governo, con un emendamento specifico relativo alla durata della legislazione: servirebbe a quel punto solo la maggioranza semplice.

A Bruxelles non si fanno in ogni caso molte illusioni sull’epilogo. Una Brexit senza accordo il 31 ottobre «è una possibilità molto evidente», ha detto martedì la portavoce della Commissione Mina Andreeva. «Mercoledì al collegio dei commissari lanceremo un’ultima chiamata affinché tutti siano pronti nel caso si verifichi un divorzio senza intesa». Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker aggiornerà il collegio
dei commissari dopo i contatti telefonici col premier britannico Boris Johnson. Alla riunione, la prima dopo la pausa estiva, è previsto anche l’intervento del negoziatore dell’Ue per la Brexit Michel Barnier, per informare sugli ultimi sviluppi a Londra.

Intanto a Downing Street il premier Boris Johnson ha incontrato i Tory ribelli che intendono votare contro il governo ma l’incontro non ha affatto favorito un ravvicinamento fra le parti. Secondo quanto riporta il Guardian, Johnson non avrebbe per nulla convinto gli oppositori che i negoziati con Bruxelles stanno progredendo al punto che uno dei presenti avrebbe risposto al primo ministro, in termini meno cordiali, che si tratta solo di propaganda con nessuna base di verità. Lo stesso ex ministro delle finanze Philip Hammond, presente all’incontro, aveva detto in mattinata che è ridicolo parlare di progressi nei negoziati visto che in sostanza non esiste nemmeno un vero e proprio team negoziale.

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