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Crisi di governo, la resa dei conti in Senato

Crisi di governo, la resa dei conti in Senato

Crisi di governo, la resa dei conti in Senato

“La crisi in atto compromette l’azione di questo governo, che qui si arresta”. Sono le ore 15 e 44 minuti di martedì 20 agosto 2019 quando Giuseppe Conte decreta la fine del governo gialloverde. Lo farà altre tre volte, con parole diverse e ancora più definitive, durante il suo intervento nell’aula del Senato. La stessa aula che quattordici mesi fa gli ha votato la fiducia per la prima volta. Da quel giorno sono passati 445 giorni esatti: tanto è durata l’avventura del Carroccio e del Movimento 5 stelle al governo del Paese. “La decisione della Lega che ha presentato la mozione di sfiducia e ne ha chiesto l’ìmmediata calendarizzazione oltreché le dichiarazioni e comportamenti, chiari e univoci, mi impongono di interrompere qui questa esperienza di governo”, dice il premier alle ore 15 e 50. Quattro minuti dopo conferma quello che in tanti avevano pronosticato: “Alla fine di questo dibattito mi recherò dal Presidente della Repubblica per dimettermi“. Lo farà effettivamente in serata, con un comunicato del Quirinale che alle 21 e 10 informa: “Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questa sera al Palazzo del Quirinale il Presidente del Consiglio dei Ministri Prof. Avv. Giuseppe Conte, il quale ha rassegnato le dimissioni del Governo da lui presieduto”. È l’annuncio tanto atteso che di fatto chiude il governo gialloverde e apre una nuova fase istituzionale. Visto che nel tardo pomeriggio la Lega prova a ritirare la mano dalla crisi di governo, ritirando la mozione di sfiducia, ecco che le ultime parole pronunciate da Conte nella sua controreplica sono state pesantissime: “Caro Salvini, se ti manca il coraggio sul piano politico di assumersi la responsabilità della crisi non c’è problema, me l’assumo io. Questa è la conclusione, unica, obbligata, trasparente. Vi ringrazio tanto, io vado dal presidente della Repubblica”. “Prendo atto che al leader della Lega Matteo Salvini – ha aggiunto – manca il coraggio di assumersi la responsabilità dei suoi comportamenti”.

Il futuro: nuovo governo o elezioni subito? – Le consultazioni, come previsto, partono subito: già mercoledì 21 maggio alle 16. Ma già dagli interventi in aula di Matteo Salvini, di Matteo Renzi, di Andrea Marcucci, di Pietro Grasso, del comunicato a distanza di Nicola Zingaretti, è evidente che adesso la partita è già diventata un’altra: urne subito o tentativi di varare un nuovo esecutivo? Un nuoco “contratto alla tedesca” tra Pd e 5 stelle per un “governo di legislatura”? O un “governo di scopo” per bloccare l’aumento dell’Iva? A Palazzo Madama ci sono opinioni diverse. “Colleghi di M5s, non so se voteremo lo stesso governo, io non ne farò parte“, è quello che dice Renzi. “Sì a un confronto con i 5 stelle, poi vedremo se ci saranno le condizioni per dare vita a un governo”, ripete il renziano Marcucci. Il segretario del Pd Zingaretti, però, frena a qualsiasi ipotesi di un Conte bis: “Qualsiasi nuova fase politica non può non partire dal riconoscimento dei limiti strutturali di quanto avvenuto in questi mesi”. Mentre Salvini, ovviamente, usa un vocabolario più affilato: “Cari amici dei 5 stelle, buon lavoro col partito di Bibbiano”. Che poi sarebbe il Pd. Ma andiamo con ordine.

Il faccia a faccia sui banchi di governo – L’annuncio della salita al Quirinale di Conte è il penultimo passaggio di un discorso lungo tre quarti d’ora, cominciato subito con un colpo di scena: Matteo Salvini e i ministri della Lega non siedono tra i banchi del Parlamento, ma tra quelli dei ministri, all’inizio completamente occupati da Luigi Di Maio e dai 5 stelle che sono costretti a fare posto agli ex alleati. Una decisione arrivata assolutamente a sorpresa e presa dal leader del Carroccio probabilmente per guadagnagare uno spazio nell’inquadratura di Conte. Come dire: nel giorno in cui tutti gli occhi sono puntati sul premier, l’uomo che vuole prenderne il posto non intende regalargli neanche un secondo di visibilità. Una scelta che probabilmente non ha premiato Salvini, costretto a offrire il volto agli schiaffi verbali del presidente del consiglio. Il leader della Lega tenta di reagire come può: come quando replica a Conte sottovoce (“Su questo sbagli amico mio”). O ancora quando il presidente del consiglio lo accusa di usare i simboli religiosi nel dibattito politico, e lui – dopo averci pensato su un paio di secondi – tira fuori il rosario dalla tasca della giacca, cerca con gli occhi l’obiettivo di una telecamera e poi lo bacia platealmente sotto gli occhi del premier. A un paio di metri c’è Di Maio, quasi sempre impassibile e fermo.

Il discorso di Conte: “Salvini ha compromesso interessi nazionali in cambio dei suoi” – Sono passati dieci minuti dalle 15 quando va in scena la crisi di governo più surreale della storia repubblicana italiana: il presidente del consiglio replica al leader della Lega, che gli ha levato la fiducia. Gli ricorda attacchi, errori e pericoli ai quali espone il Paese. E lo fa mentre lo “sfiduciante” siede alla sua destra, alla destra dello “sfiduciato“, al posto riservato al vicepremier, che non ha ancora mai smesso i panni di ministro dell’Interno. “I comportamenti adottati in questi ultimi giorni dal ministro dell’interno rivelano scarsa responsabilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale. Mi assumo la responsabilità di quello che dico”. E poi: “Caro ministro dell’Interno, promuovendo questa crisi di governo ti sei assunto una grande responsabilità di fronte al Paese. Ti ho sentito chiedere “pieni poteri” e invocare le piazze a tuo sostegno, questa tua concezione mi preoccupa“. E ancora: “Non abbiamo bisogno di persone e uomini con pieni poteri, ma che abbiano cultura istituzionale e senso di responsabilità. Le crisi di governo, nel nostro ordinamento, non si affrontano e regolano nelle piazze ma nel Parlamento”.

La mano sulla spalla, gli attacchi dei leghisti – A ogni attacco, a ogni passaggio del premier che tirava in ballo Salvini, i banchi della Lega si attivavano per protestare, applaudire in modo ironico, urlare “buuuh!”. Salvini, occhi bassi sui fogli sul tavolo, faceva cenno ai suoi di fermarsi, di fare parlare il premier: poi però non li ha più bloccati, è rimasto fermo, quasi nervoso, ad ascoltare le parole dell’uomo al suo fianco mentre i suoi senatori protestavano. “Se avessi accettato di venire qui al Senato per riferire sulla vicenda russa che oggettivamente merita di essere chiarita anche per i riflessi sul piano internazionale”, ha detto a un certo punto il presidente del consiglio, mentre il suo vice ha sollevato gli occhi al cielo, tirando idealmente una linea nel vuoto con le dita della mano. Come dire: sul cenno al Russiagate non ci sarebbero state più possibilità di riavvicinamento. L’apice dello scontro, diventato via via sempre più psicologico, quasi fisico, è arrivato forse quando a un certo punto il premier ha poggiato la mano destra sulla spalla sinistra del suo ormai ex vicepremier. Una gesto durato una frazione di secondo, prima dell’ultima frecciata diretta di Conte a Salvini: “Caro Matteo, permettimi un’ultima osservazione, ammetto che non te l’ho mai riferita. Chi ha responsabilità di governo dovrebbe evitare di accostare durante i comizi gli slogan politici ai simboli religiosi. Sono episodi di incoscienza religiosa che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e oscurare il principio di laicità, tratto fondamentale dello stato moderno”.

La controreplica di Salvini – La controreplica dell’ormai ex titolare del Viminale è arrivata quando da poco erano passate le 16. Mentre tutti i 5 stelle salutavano calorosamente Conte, con Giancarlo Giorgetti unico leghista a stringere la mano al premier, Salvini è stato costretto dall’indicazione della presidente del Senato, Elisabetta Casellati, a smettere i panni del ministro e indossare per la prima volta quelli del leader dell’opposizione. Ha lasciato i banchi del governo e si è andato a sedere tra i suoi parlamentari per dire che avrebbe rifatto “tutto quello che ho fatto”. Al premier dedica i primi cinque dei venti minuti totali del suo intervento: “È una novità di oggi, mi dispiace che il presidente del Consiglio mi abbia dovuto mal sopportare per un anno. Bastava Saviano per raccogliere tutti questi insulti, un Travaglio, un Renzi, non il presidente del Consiglio”. Quindi ha recitato la specialità della casa. Ha recitato gli aggettivi pronunciati da Conte che si era appuntato (“Pericoloso, autoritario, preoccupante, inefficace, incosciente”), ha rispolverato l’accusa al Parlamento di non voler lavorare ad agosto (“La critica più surreale è che non si fanno le crisi d’agosto. I parlamentari lavorano d’agosto come tutti gli altri italiani”), ha replicato alle accuse sull’uso del Rosario (“Gli italiani non votano in base a un rosario, ma con la testa e con il cuore. La protezione del cuore immacolato di Maria per l’Italia la chiedo finchè campo, non me ne vergogno, anzi sono ultimo e umile testimone”). E se il premier aveva citato Federico II di Svevia, il leader della Lega ha optato per Cicerone: “La libertà consiste nel non avere nessun padrone e io non voglio l’Italia schiava di nessuno”. Più volte Salvini ha chiesto di tornare al più presto al voto. Poi alla fine ha ripetuto la sua offerta ai 5 stelle: “La via maestra sono le elezioni, così gli italiani giudicheranno. Ma se volete tagliare i parlamentari e andiamo a votare? Ci siamo”.

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