Giustizia

I 49 milioni della Lega, la Cassazione: «Prescrizione per Bossi e Belsito»

I 49 milioni della Lega, la Cassazione: «Prescrizione per Bossi e Belsito»

Umberto Bossi e Francesco Belsito

Aveva usato i fondi della Lega per finanziare le spese della propria famiglia, ma l’accusa di truffa per il fondatore ella Lega Umberto Bossi e del suo ex tesoriere, Francesco Belsito, è prescritta. Lo ha stabilito la sezione penale feriale della Corte di Cassazione dopo 5 ore di Camera di Consiglio, confermando però la confisca per i 49 milioni di euro del partito, disposta lo scorso 26 novembre dalla Corte d’Appello di Genova.

Erano errati i calcoli. Forse per un solo giorno, la condanna è arrivata troppo tardi. Belsito resta responsabile del reato di appropriazione indebita: per lui ci sarà in questo caso la rideterminazione della pena in Appello.

Si chiude così la vicenda giudiziaria iniziata il 23 gennaio 2012 con l’esposto di un militante della Lega che chiedeva conto delle indiscrezioni di stampa su investimenti del Carroccio anomali in diamanti in Tanzania e di conti offshore a Cipro. Fu così che saltarono fuori le spese raccolte nella cartelletta «family» a beneficio del Senatur e dei suoi figli. Con i rimborsi che i partiti prendono, sulla base dei voti raccolti, per svolgere attività politica, si scoprì, nei vari tronconi in cui venne divisa l’indagine, che papà Bossi aveva pagato altro. Secondo l’accusa, al figlio Renzo, da lui soprannominato il «Trota», una laurea in Albania, un’Audi e le multe prese al volante. E al primogenito Riccardo, debiti, affitto, mantenimento dell’ex moglie, veterinario per il cane. Da una intercettazione tra il tesoriere Belsito e la ex segretaria di via Bellerio i giudici seppero che dopo l’ictus di Umberto Bossi «non solo costui, ma la moglie e i figli erano interamente mantenuti dalla Lega e che i “costi dei ragazzi” erano addirittura di gran lunga superiori a quelli che lo stesso segretario della Lega immaginava».

Ne ha fatto cenno a quella cartelletta «family» nella requisitoria il pg, Marco Dall’Olio. «Non è vero che i rendiconti erano solo generici. Erano anche falsi: si diceva “rimborso autisti”. Ma in realtà si finanziava la famiglia Bossi», ha evidenziato. «La truffa si configura perché si vuole ottenere finanziamenti che senza la trasparenza non ci sarebbero potuti essere», ha specificato. «Se non piace che i rimborsi siano stati usati per spese personali è un fatto moralistico, ma non giuridico», aveva contestato l’avvocato di Belsito, Alessandro Sammarco che aveva presentato un’istanza di ricusazione, basata sull’assenza agli atti del fascicolo con le prove di rendicontazioni e accrediti sui conti. Bocciata in poche ore da giudici della stessa sezione feriale. Cosa che aveva fatto gridare a Sammarco: «L’ordinanza è nulla». Poi in serata la sorpresa.

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