Europa

Manovra aggiusta-conti anti procedura d’infrazione Ue

Manovra aggiusta-conti anti procedura d'infrazione Ue

Matteo Salvini e Luigi Di Maio

La scena è questa. Pomeriggio, ore 17.15 circa, palazzo Chigi. Il caldo preme contro le finestre che restano aperte per fare entrare un po’ d’aria. Matteo Salvini è seduto al tavolo del Consiglio dei ministri chiamato a mettere nero su bianco il pegno da pagare a Bruxelles per evitare la procedura d’infrazione sui conti pubblici. Luigi Di Maio non c’è. Dopo l’ennesima zuffa tra i due vicepremier i suoi diranno che da giorni si era reso indisponibile alla riunione. Giovanni Tria è seduto allo stesso tavolo e snocciola i numeri della correzione lacrime e sangue: 7,6 miliardi. Dentro ci sono anche i soldi del reddito di cittadinanza e della quota 100. Di Maio appare in video su Facebook e spara a zero su Autostrade e la linea della Lega. Salvini è furibondo. Affida il suo sfogo all’Adnkronos: “Mi attacca su Autostrade e poi diserta il Cdm”. Poi si alza e lascia la riunione, che va avanti senza di lui. La macchina che lo porta fuori da palazzo Chigi parte a razzo dal cortile e guadagna l’uscita. I comportamenti, gli umori e le reazioni dei due vicepremier dicono di un nervosismo causato da una concessione pesante, della volontà di non metterci la faccia su un assestamento di bilancio che certifica l’arrendersi all’Europa. Provare a scampare alla procedura ha un conto. Salato. E da saldare. Anche il capo dello Stato ha detto che “non c’è ragione per aprire la procedura”, ma al netto degli impegni presi.

Sì, una resa perché anche nei numeri preparati dalla Ragioneria generale dello Stato per l’assestamento di bilancio si evince chiaramente una dinamica che ha sempre caratterizzato il governo di Lega e 5 stelle sui conti: sparare alto, ridimensionarsi per evitare di essere sanzionati dall’Europa. Si grida contro le regole europee ma poi a quelle stesse regole ci si adegua quando il rischio si avvicina. Quando non si può più mettere la pelle del Paese vicino al fuoco ecco che spuntano fuori i secchi d’acqua. Era successo a dicembre, succede – e nelle identiche modalità – oggi. Il 27 settembre dell’anno scorso Di Maio si affacciò dal balconcino di palazzo Chigi per festeggiare il deficit portato al 2,4 per cento. Durò appena tre mesi. Perché a dicembre il deficit fu collocato al 2,04%, come chiesto da Bruxelles per evitare di accendere il semaforo rosso. Ancora ad aprile con il Documento di economia e finanza: deficit al 2,4 per cento. Oggi, primo luglio, il deficit ritorna al 2,04%, lo stesso identico valore di dicembre. La stessa dinamica numerica che fa da substrato a quella politica: cara Europa, abbiamo fatto i compiti a casa.

Salvini e Di Maio hanno dovuto dire sì alla linea portata avanti in queste ultime settimane da Tria e dal premier Giuseppe Conte. I numeri dell’assestamento dicono di un impegno monstre. Formalmente non è una manovra correttiva, ma la denominazione è cosa secondaria rispetto alla sostanza. Si lasciano sul campo 7,6 miliardi. Non potranno essere utilizzati per le famiglie, come voleva Di Maio, piuttosto che per abbassare le tasse, come sperava Salvini. Sono soldi che vanno a calmierare i conti, soldi che vanno a Bruxelles. La fatturazione elettronica – misura tra l’altro voluta dai governi Pd – ha portato tanto fieno nella cascina delle entrate. Unito ai soldi che si sono chiesti alla Cassa depositi e prestiti e alla Banca d’Italia e a minori spese per 1,2 miliardi, il totale delle risorse sale disponibili e quindi da concedere sale a 7,2 miliardi. Per evitare di tagliare servizi essenziali come il trasporto pubblico locale e misure come il bonus per i diciottenni bisognerà usare circa 1,1 miliardi. Si va a 6,1 miliardi. Ma qui entra in gioco una concessione pesante: da reddito e quota 100 si risparmiano soldi e anche questi soldi vanno sacrificati. Nello schema delle concessioni, infatti, 1,5 miliardi vengono congelati. Ritorna, anche qui, la dinamica di dicembre: allora furono congelati 2 miliardi. Solo qualche giorno fa sono stati anch’essi consegnati a Bruxelles. Passare dal freezing alla concessione significa tagliare risorse, che solo in parte ora sono state coperte con altri soldi. Significa dire fin da subito che quei soldi non sono più disponibili. E poi lasciarli per strada. Il totale dei soldi che vanno a Bruxelles è alla fine di 7,6 miliardi. Se si aggiunge il miliardo dei due congelati a dicembre che non è stato coperto si arriva a circa 9 miliardi.

I due vicepremier, con una serie di spin incrociati, hanno provato a smussare i toni, a far passare il messaggio che non ci sono stati attacchi né repliche stizzite. Ma il caldo che ha reso palazzo Chigi una scatola infuocata ha consegnato uno skyline vuoto. Di Maio sui social, Salvini che è scappato con il primo pretesto utile. Il balconcino di palazzo Chigi è rimasto chiuso.

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