Giustizia

Guerra al Csm, il caso Palamara

Guerra al Csm, il caso Palamara

Il Consiglio Superiore della Magistratura è ormai da settimane al centro di una bufera. Lo scandalo, partito da un’inchiesta per corruzione su Luca Palamara, potentissimo ex presidente dall’Anm ed ex membro dello stesso Csm, ha squarciato il velo su alcuni meccanismi interni alla magistratura, in particolare per quanto riguarda la modalità con cui verrebbero decise le nomine e le sanzioni disciplinari.

David Ermini, ex parlamentare del PD e vicepresidente dell’organo di autocontrollo della magistratura – il presidente è Sergio Mattarella, il capo dello Stato – parlando all’assemblea del Consiglio in seduta plenaria ha detto: «O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti». Parole che danno la cifra della serietà della situazione.

Il motivo per cui l’inchiesta su un magistrato è arrivata a gettare, in pochi giorni, «discredito», riprendendo la definizione di Ermini, sul Csm e sull’intera categoria va ricercato nelle pieghe delle indagine e degli addebiti che sono contestasti a Palamara: cioè aver ricevuto denaro e regali da alcuni lobbisti, con cui intratteneva stretti rapporti di amicizia, in cambio dell’influenza in alcune sentenze.

«Influenza» sembra proprio la parola chiave dello scandalo che sta travolgendo il Csm. Palamara, infatti, oltre che di corruzione, è accusato di aver cercato, venuto a sapere delle indagini a suo carico, di influenzare la nomina del prossimo procuratore capo di Perugia: la procura del capoluogo umbro ha infatti competenza sulle indagini che riguardano i magistrati romani, come lo stesso Palamara.

Non solo, come pm a Roma e progettando una nuova scalata, il magistrato voleva scegliere anche il successore del procuratore capo Giuseppe Pignatone, in pensione dall’8 maggio. Con l’idea di ridimensionare il peso dei pm più duri di piazzale Clodio, avrebbero partecipato ai vertici anche Cosimo Ferri e Luca Lotti, quest’ultimo iscritto al registro degli indagati sul caso Consip proprio a Roma.

Le indagini su Palamara rivelerebbero inoltre un modus operandi che coinvolgerebbe alcuni magistrati – i consiglieri del Csm dimissionari Luigi Spina, Gianluca Morlini e Antonio Lepre e gli autosospesi Corrado Artoni e Paolo Criscuoli – che avrebbero intrattenuto rapporti e partecipato a diversi incontri con lo stesso Palamara ed esponenti del mondo politico con il fine, appunto, di pilotare nomine e promozioni.

Per quanto riguarda il versante politico dell’inchiesta, anche se al momento nessuno è indagato, i nomi di spicco che trapelano dalle indagini sono quelli dei deputati del PD Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo di Matteo Renzi e ministro dello sport nell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni, e Cosimo Ferri.

«Voglio dimostrare che non sono e non sarò mai un corrotto e che non sono mai stato eterodiretto da nessuno nelle mie scelte. In una seconda fase chiarirò i miei rapporti con Cosimo Ferri, Luca Lotti e altre persone con le quali, viste le cariche che ho ricoperto dal 2008 in poi, ho avuto frequentazioni. Chiederò, però, che il mio nome non venga strumentalizzato per qualsiasi vicenda. Non sono mai stato collaterale a nessun partito politico e mai ho svolto incarichi fuori ruolo di diretta dipendenza politica».

Palamara sostiene di non avere “mai messo in discussione il mio rispetto per la carica istituzionale del vice presidente del Csm e più in generale delle prerogative dei singoli consiglieri. Non ho mai piegato la mia funzione a fantomatici interessi del gruppo Amara, della cui attività sono totalmente all’oscuro avendo avuto rapporti di amicizia e frequentazione esclusivamente con Fabrizio Centofanti”.

Per quanto riguarda le vacanze e regalie varie che avrebbe ricevuto, secondo quanto sta emergendo dall’inchiesta a suo carico, Palamara afferma di aver consegnato ai pm di Perugia che stanno indagando su di lui una memoria difensiva con “tutti i dettagli sulle spese da me sostenute dal 2011 a oggi: estratti conto, prelevamenti e ogni movimento bancario”.

Cinque dei sei membri del Csm provenienti dalla magistratura (gli altri, come Ermini, sono di nomina politica) si sono dimessi o autosospesi a seguito dell’inchiesta che coinvolgerebbe alcuni di loro, a cui verrebbe attribuita la responsabilità di aver aiutato Palamara informandolo delle indagini a suo carico: non avrebbero commesso reati, ma il loro comportamento ha gettato «discredito» – appunto – sull’intera categoria.

La vicenda ha scatenato un tiro incrociato di dichiarazioni da parte di magistrati che hanno stigmatizzato il comportamento dei colleghi. Ad esempio Giuseppe Cascini, altro consigliere del Csm, che è arrivato a paragonare l’attuale inchiesta allo scandalo P2 degli anni Ottanta, quando emerse che la loggia massonica eversiva, a cui erano affiliati alcuni magistrati, era in grado di tenere le fila delle attribuzioni degli incarichi delle corti italiane.

Dal Quirinale giungono voci di un presidente della Repubblica «profondamente contrariato» da ciò che sta trapelando dall’inchiesta e che ha fatto pesare il suo ruolo chiedendo che si svolgano in tempi brevi le elezioni per sostituire i membri del Csm che si sono dimessi o autosospesi.

L’inchiesta inoltre mostrerebbe un ruolo controverso delle diverse “correnti” della magistratura. Alcuni elementi del procedimento, infatti, indicano che nomine e promozioni fra i togati avvengano sulla base di logiche politiche interne: le vari correnti giocherebbero il ruolo di veri e propri partiti (dal loro specifico colore) scontrandosi e alternandosi al potere.

Apici dello scontro e meta ultima sarebbero la leadership dell’Associazione Nazionale Magistrati e la guida del Csm (quella del Presidente della Repubblica è una carica solo formale). Da queste posizioni è possibile indirizzare promozioni e procedimenti disciplinari, con un ruolo di contropotere rispetto ai membri laici del Consiglio (cioè quelli nominati dalla politica).

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