Economia

Mediaset segue Silvio in Europa

Governo Berlusconi IV: trentasettesimo mese

Silvio Berlusconi

Il vero partito di Silvio Berlusconi segue il suo leader in Europa. Non è Forza Italia. È Mediaset, la creatura del Cavaliere, lo strumento utilizzato per scendere in politica e per rimanervi fino ad oggi, ma anche elemento che ha influenzato la stessa vita politica dell’Italia. La connessione tra affari e politica si intreccia di nuovo. È di nuovo funzionale e quindi strategia. Il paradigma Forza Italia-Mediaset non regge più, non è garantito dall’evoluzione di un centrodestra che ha posto il partito del ’94 nel buio e portato sul palcoscenico Salvini e la Lega. Se Mediaset ha deciso di tentare l’avventura del broadcoast europeo, trasferendo la sede legale in Olanda, è perché la garanzia politica in Italia non c’è più. E allora bisogna cambiare sia schema che campo di gioco.

Quello che Marina Berlusconi ha definito “un giorno da ricordare” segna per la tv di famiglia un cambio di pelle e certifica l’inizio della fine dell’era berlusconiana in Italia. Silvio ha costruito la sua fortuna sul duopolio, su un mercato televisivo con due player, la Rai da una parte e appunto Fininvest, poi diventata Mediaset, dall’altra. Ha potuto giocare in solitario nel privato, riuscendo a controllare offerta e prezzi, anche e soprattutto in quella che è la miniera d’oro della televisione e cioè la pubblicità. Questo schema ha retto fino ad oggi. Il mercato è cambiato. Nella tv generalista e free sono arrivati altri. È arrivato anche qualcosa di molto diverso come Netflix. E poi la tv on demand, gli over the top come Facebook, Youtube e Amazon, che hanno messo soldi, e tanti, in un mondo dei media dove i colossi si sono riposizionati, stringendo alleanze dal peso specifico enorme come il matrimonio tra Fox e Disney e quello tra Sky e Comcast. E la pubblicità, sempre più in crisi, che sottrae energie e risorse ai contenuti, costringendo a ridimensionare progetti e ambizioni.

A intrecciare questo scenario c’è quello politico. Forza Italia ha fatto da scudo, da sostegno a quello che è stato un potere costruito su ben tre reti (Canale 5, Rete 4 e Italia 1), una posizione dominante come nessuno in Europa. Lo ha fatto con momenti più alti, quelli in cui il partito è stato il governo, e più bassi, ma è stata comunque una garanzia. L’evoluzione sovranista del centrodestra di oggi e l’emancipazione di Salvini ha scombussolato anche questa certezza.

E così Mediaset ha deciso di tirare su una holding europea, Media for Europe, tirandosi dentro Mediaset Espana e costruendo una casa comune in cui provare ad attirare altri pezzi di tv di altri Paesi europei. In Germania, come attesta l’acquisto di quasi il 10% di Prosieben, si è gettato il seme, ora l’obiettivo è quello di allargare le maglie di un modello che è rimasto in questo lo stesso delle origini. È la tv che non si paga, modello generalista, quella che come ha sottolineato Marina Berlusconi è l’attività da cui tutto è nato e che è stato alla base dei successi italiani. È un progetto ambizioso, che si scontra con gli stessi elementi che hanno messo in declino l’ascesa e il consolidamento italiano, ed è anche una necessità. Silvio lascia ai figli, Marina presidente di Fininvest e Pier Silvio amministratore delegato di Mediaset, un progetto, quantomeno un’idea di futuro per provare a costruire un’impresa che non dipenda esclusivamente dal mercato italiano. Lo fa, Silvio, da eletto in Europa, nello schieramento del Ppe, collocato sul fronte degli europeisti e non in quello degli antieuropeisti. Il vero partito di Silvio, si diceva, segue il suo leader.

Nella scelta di collocare la sede legale in Olanda (quella fiscale resterà in Italia), dove vigono regole che assicurano una governance più stabile e forte rispetto all’Italia, c’è la volontà, perlomeno il tentativo, di avere il controllo di questo cambio di pelle. I numeri aiutano a comprendere meglio. Fininvest avrà il 35% nell’azionariato di Media for Europe, gli eterni rivali di Vivendi il 7,71%, mentre sul mercato resterà il 41 per cento. Ma è lo special voto share, garantito nei Paesi Bassi, che permetterà a Fininvest di tenere il comando. In base a questo meccanismo le azioni in assemblea non avranno tutte lo stesso peso, ma avranno diritti di voto diversi, privilegiando gli azionisti con maggiore “anzianità” aziendale. E così Fininvest avrà una percentuale, in termini di diritti di voto, pari a oltre il 50 per cento. I diritti di voto sono il vero potere perché decidono le sorti delle assemblee dove si assumono le scelte che contano. La diga contro eventuali scorrerie è issata. “La ferita di Vivendi ci ha insegnato che è meglio tutelarsi con largo anticipo”, confessa una fonte vicina al dossier a Huffpost. I francesi hanno il 28,8% del capitale di Mediaset, ma in assemblea solo il 9,6 per cento. Il gruppo di Vincent Bolloré è stato sterilizzato in Italia grazie all’obbligo per i francesi, imposto dall’Agcom, di scegliere tra Mediaset e Tim (e la scelta è ricaduta sul gruppo delle tlc). Se si apre una nuova casa – è il ragionamento – è bene chiarire chi è il padrone, quello che ha le chiavi in mano. Al massimo, e questo Pier Silvio Berlusconi l’ha detto chiaramente, Vivendi dovrebbe guardare a questa operazione “con grande valore perché crea valore e va nell’interesse di tutti gli azionisti”. Va bene entrare, ma avendo ben chiaro che chi ha il comando è Fininvest. Per uno che è stato abituato a fare la tv da comandante non è contemplata la possibilità di finire a spingere le ruote.

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