Governo

Pace e rimpasto nel governo gialloverde

Prove di patto Di Maio-Salvini

Luigi Di Maio e Matteo Salvini

La pace e il rimpasto. L’incontro e il rilancio. La fiducia e il sospetto. Dopo tre settimane Luigi Di Maio e Matteo Salvini tornano a incontrarsi, a ragionare insieme di politica, a dirsi in faccia se andare avanti o meno. La risposta, nel qui e ora, è positiva: niente crisi, avanti per quattro anni, come da spartito tanto roboante quanto ormai un po’ logoro. Fonti della Lega assicurano: sì, si è parlato anche di rivedere la squadra di governo. Non il come e il cosa, ma il dialogo è partito. Non fai nemmeno in tempo a chiederlo che ecco i 5 stelle: “Se dalla Lega dicono che si è parlato di rimpasto, non è vero”.

I due vicepremier si inseguono per tutto il giorno. Di Maio va all’assemblea di Confcommercio, Salvini dà buca. “C’era il posto risevato per lui in prima fila, non sappiamo perché non sia venuto”, spiegano gli uomini del ministro dello Sviluppo. L’incontro era nell’aria. Il capo politico M5s si chiude a Palazzo Chigi. Sul telefono si materializza un messaggio del collega: “Ti raggiungo”. Salvini esce di casa, spiega ai cronisti che lo aspettano che “non è in programma un incontro”, si infila in macchina e si dirige all’incontro. Giuseppe Conte non sa nulla. Lo staff del presidente riceve una telefonata quando i due vicepremier sono già seduti faccia a faccia. I pentastellati fanno spallucce: “Sono i due leader di questo governo, non dovevano mica chiedere il premesso”.

I due capi rampanti si riappropriano metaforicamente e non della sede della presidenza del Consiglio. Danno loro le carte, nonostante gli ultimatum e le spinte esogene e endogene. Una prova di forza nella forma, più che nella sostanza: “Sono contento che sull’Europa abbiamo la stessa posizione – ha spiegato Di Maio ai suoi uomini dopo poco meno di un’ora di incontro – dobbiamo essere responsabili, ma senza abbassare la testa”. Che poi, al netto della grancassa propagandistico-comunicativa, è la linea Mattarella-Conte-Tria, ed ecco che il cerchio è quadrato.

Passa un’altra ora, ed ecco che esce una nota congiunta. Con i 5 stelle che fanno notare che la parola “flat tax” è scomparsa, con la Lega che rivendica di aver inserito l’abbassamento delle tasse, a dire che “l’agenda d’autunno la facciamo noi”. “Ma io mi fido di Matteo, della sua parola”, spiega il capo politico 5 stelle come spiegava in modo ossessivo nei lunghi giorni che precedettero nel giuramento dei gialloverdi, impegnato in una riorganizzazione interna che la settimana prossima vedrà muovere i primi passi. Un’altra ora ancora ed ecco partire magicamente la convocazione del Consiglio dei ministri per martedì prossimo, primo punto all’ordine del giorno il decreto Sicurezza bis, su cui assicurano dal Movimento ci sarà l’intesa. Probabilmente preceduto da un vertice a tre anche con Conte, che da Hanoi lascia filtrare di voler continuare lui in prima persona a tessere la trattativa con l’Europa ma rassicura sull’intangibilità di reddito di cittadinanza e quota 100.

Il detto, o forse non detto, alluso e sussurrato risiede nella formula antica quanto la repubblica: rimpasto. Perché trasuda da tutte le fessure dei partiti di governo che qualcosa verrà cambiato nella squadra, in un gioco di incastri delicatissimo che riguarda tempi, modi, quantità, Colli. “Non ci hanno chiesto ministeri, ma certo segnali ce ne hanno mandati”, spiegano i 5 stelle. Che non si nascondono dietro un dito e ammettono che non si può fare finta che nelle urne europee non sia successo nulla. La condizione, però, è che sia Salvini a chiederlo, perché di certo non saranno loro a intestarsi in un gioco che non sarebbe a somma zero. Che sia prima o dopo l’estate è ancora presto per dirlo. Certo, in autunno ci sarà da scegliere il Commissario italiano da mandare a Bruxelles. I nomi che circolano sono tanti, ancora impalpabili, ma l’identikit è definito: politico e non tecnico, leghista e non grillino. Ci si metta anche la poltrona degli Affari europei vacante, e il momento per un tagliando sarebbe naturale.

Sergio Costa, Ambiente e Elisabetta Trenta, Difesa, sono intrattabili per i pentastellati. Che invece non farebbero barricate sulla Salute, sacrificando Giulia Grillo. E sono pronti a fare un passo indietro sulle Infrastrutture. “Perché tra migranti e grandi opere è un dicastero da sempre fonte di scontro. Se lo prendano loro e gesticano quei dossier, ci conviene avere le mani libere”, il senso del ragionamento. Ma che Danilo Toninelli non abbia brillato nel suo anno con i gradi sulle spalline non è un mistero. E c’è chi ragiona già su come sarebbe possibile che il ministro più no-Tav di sempre possa rimanere al suo posto senza uno spontaneo e dignitoso passo indietro. E chi lo dice non indossa la cravatte verde.

“L’importante è il metodo – ha ribadito Di Maio al collega – dobbiamo condividere di più tra di noi le cose”. Tradotto: niente colpi di testa, basta svegliarsi la mattina e tirare fuori un coniglio dal cilindro, pronto a far inciampare l’alleato in altre faccende affaccendato. Ha ottenuto rassicurazioni, si sono stretti la mano guardandosi negli occhi dopo aver bevuto insieme un caffè. Che sia la pace, quella vera, o l’ennesima puntata di una telenovela il cui climax corre a spron battuto verso il rimpasto, solo i prossimi mesi potranno dircelo. O forse anche i prossimi giorni.

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