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[Storia] L'esperienza dell'Uomo Qualunque

Il 27 dicembre 1944 nella Roma ormai liberata dagli americani usciva un nuovo settimanale, destinato a una fortuna folgorante quanto effimera.
Nella vignetta della testata, dietro una enorme “U” in rosso, iniziale dell’Uomo Qualunque, si vedeva un ometto sotto un torchio manovrato da mani rapaci.
Una nota nella quarta e ultima pagina di quel giornale stampato con carta grigiastra di scadente qualità, si leggeva: «Questo non è un giornale umoristico, pur pubblicando caricature e vignette; non è un giornale “pesante”, pur volendo onorarsi della collaborazione di grandi scrittori su argomenti di drammatico interesse; non è un giornale frivolo, pur non rinunziando alle pettegole Vespe. È il giornale dell’Uomo Qualunque, stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa più le scatole».

Fondatore del periodico era Guglielmo Giannini, personaggio pittoresco dal linguaggio colorito e dall’immancabile monocolo.
Contrario all’entrata dell’Italia in guerra nel 1940 (era certo della sconfitta), durante il conflitto perse il figlio Mario; in precedenza era stato un fascista tiepido, al pari di milioni di italiani. Il punto di svolta arrivò con la caduta del regime, nel 1943. Scriverà nel 1946: «“Fra cinematografia e teatro giunsi al 25 luglio 1943, con 25 anni di più, lo strazio dei miei lutti nel cuore, la tessera fascista del 10 luglio 1941 in tasca. Mi resi conto che con quella mia assenza dalla politica, durata un quarto di secolo, avevo contribuito a rovinare la mia Patria, poiché solo a causa dell’assenza mia e d’altri milioni d’italiani che, come me, avevano egoisticamente badato solo ai propri affari, Mussolini aveva potuto diventare padrone d’Italia. Decisi di riparare al mio errore e d’entrare in un partito politico”.
Giannini elaborò una propria teoria politica, basata sull’antagonismo tra “capi” e “folla”. «I primi si identificano negli “uomini politici professionali” in eterna lotta tra di loro per la conquista dei vantaggi personali conferiti dal potere; la folla è invece costituita dai “galantuomini”, cioè dalla gente di “buon senso, buon cuore e buona fede […] onesta laboriosa e pacifica che forma l’enorme maggioranza della popolazione in tutti i paesi del mondo”. Una maggioranza accomunata dal desiderio di “essere libera di esser buona, pacifica, amante del proprio lavoro e del proprio benessere”, ma invece costretta a subire guerre, lutti, privazioni, a causa della lotta per il potere della minoranza degli uomini politici professionali, che si servono, per costringere la folla a immolarsi per loro, di fraudolenti miti come quello della patria, dell’onore, dell’eroismo, della gloria ecc. In tale contesto, pervaso da evidenti suggestioni anarcoidi, il Giannini proponeva, come soluzione all’eterno dramma dell’umanità, il passaggio dallo “Stato etico” allo “Stato amministrativo”, che significava il trasferimento dell’effettivo governo dai politici alla burocrazia, composta “di persone che sanno governare, e che di fatto governano, illuminandoci le strade di notte, provvedendo a che le fognature funzionino, e che le derrate arrivino sui mercati e a tutti gli altri bisogni pubblici”. Il disprezzo per la politica e gli uomini politici avidi e corrotti, insieme con lo scetticismo nei confronti delle ideologie da loro ostentate, rappresenta un male antico, come noto, della storia italiana, caratterizzata da una continua, reciproca sfiducia tra governati e governanti.
Nella teorizzazione che volle darne il Giannini negli anni 1944-45 tale disprezzo, che si impose con un neologismo (qualunquismo) da allora assai diffuso nel linguaggio comune, interpretò innanzitutto la stanchezza morale e il desiderio dell’Italia sconfitta e distrutta di quegli anni di tornare a vivere e sorridere. Ma il qualunquismo ebbe, nell’immediato secondo dopoguerra, un significato ben più preciso dell’occasionale riemergere di un antico stato d’animo».

Fin dal primo numero del suo giornale, Giannini espresse sommo disprezzo per i politici di professione, il nascente sistema partitico, l’antifascismo che non si dimostrava migliore del defunto fascismo. «“Libertà, giustizia, prosperità, sono generosamente promesse da tutti; e, in teoria, non c’è che l’imbarazzo della scelta del più virtuoso tra tanti partiti tutti egualmente perfetti. In pratica assistiamo all’ignobile spettacolo di un arrivismo spudorato, al brulicare d’una verminaia d’ambizioni, ad una rissa feroce per conquistare i posti di comando dai quali poter fare il proprio comodo ed i propri affari […]. Il fascismo, che ci ha oppresso per ventidue anni, era una minoranza. Lo abbiamo combattuto con la resistenza passiva e lo abbiamo logorato, tanto che è andato in frantumi al primo colpo serio che gli anglo-americani gli hanno vibrato. L’antifascismo e il fuoruscitismo hanno fatto enormemente meno. Salvo la modesta aliquota di illusi e di sinceri che non manca mai in nessun movimento politico […] antifascisti e fuorusciti erano e sono costituiti da “uomini politici professionali” avversari e nemici degli “uomini politici professionali” che costituivano il fascismo
[…]. Ritornati alla vita pubblica d’Italia con la vittoria militare anglo-americana
come le mosche tornano alla stalla sulle corna dei buoi, antifascismo e
fuoruscitismo pretendono, come il fascismo, il diritto di fare una epurazione ossia di sopprimere gli u.p.p. “uomini politici professionali” concorrenti e chiunque altro sia d’impaccio o fastidio. Contestiamo rivendicazione e pretesa: il fascismo ha offeso e ferito tutta la massa degli italiani, non soltanto gli antifascisti e i fuorusciti […]. Noi non abbiamo bisogno che d’essere amministrati: e quindi ci occorrono degli amministratori, non dei politici. Ci vogliono strade, mezzi di trasporto, viveri, una moneta modesta ma seria, una politica rispettabile […]. Per far questo basta un buon ragioniere […] che entri in carica il primo di gennaio, che se ne vada al 31 di dicembre, che non sia rieleggibile per nessuna ragione. Siamo disposti a chiamarlo anche re e imperatore: a patto che cambi ogni anno e che, una volta scaduto dalla carica, non possa ritornarvi almeno per altri cinque”».
L’Uomo Qualunque si faceva portavoce del ceto medio, uscito devastato dalla guerra, impoverito dalla svalutazione, tartassato dalla nascente burocrazia. Tra i bersagli preferiti della satira qualunquista vi era il Partito d’Azione. «definito «il partito più ridicolo del bacino Centro-mediterraneo» e «il più ridicolo dei partiti a est del meridiano di Greenwich». Così Piero Calamandrei diventava “Caccamandrei” o “Camaleontèi”, Luigi Salvatorelli il “filosofesso Servitorelli”, Ferruccio Parri, “Fessuccio Parri”. Gli azionisti si presentavano, in effetti, come i principali avversari del qualunquismo e del suo elogio del quieto vivere, in nome di un rinnovamento integrale delle strutture della società italiana e di una certa intransigenza morale. Gli attacchi che la stampa azionista riservava a «L’Uomo Qualunque» venivano però ribattuti colpo su colpo dalle vespe gianniniane. Gli stessi attacchi venivano rivolti ai comunisti, e soprattutto al ministro dell’agricoltura Fausto Gullo, ribattezzato “Fausto Grullo”, promotore di una serie di interventi di riforma agraria: «Come l’acqua avversa il fuoco, come il molto aborre il poco, comunisti e proprietari son di solito avversari. Ma non è così citrullo il compagno Fausto Gullo, gran borghese, forte agrario, comunista e milionario». La questione giuliana e le accuse ai comunisti di fare il gioco dei titini venivano risolte consigliando a De Gasperi di «offrire Scoccimarro alla Jugoslavia, e tenerci il Friuli». Stesso trattamento riceveva Pietro Nenni, detto “capp’e provola”. Osteggiato nonostante nei primi numeri del giornale gli fosse stato dedicato un articolo benevolo che lo ritraeva come avversario leale, Nenni veniva paragonato a Mussolini per il suo accento romagnolo».6)

Il messaggio qualunquista fece subito forte presa sugli italiani del 1944-45: le 80 mila copie vendute del primo numero del giornale diventarono, alla fine del 1945, ben 850 mila e al successo editoriale corrispose all’inizio anche il suc¬cesso politico. Costituitosi in partito nel congresso di Roma (16-19 febbraio 1946), il Fronte dell’Uomo Qua¬lunque ottenne un vistoso risultato alle elezioni ammini¬strative dello stesso anno e per la Costituente (5,3% e 30 deputati): Giannini venne eletto in tre circoscrizioni, risultando terzo per preferenze, dopo De Gasperi e Togliatti. Alle amministrative del novembre 1946 l’Uomo Qualunque fece un ulteriore balzo in avanti, a spese della Democrazia Cristiana: a Roma e nel Sud il partito di Giannini risultò il più votato.

«Con il trionfo elettorale del novembre 1946 ebbe, tuttavia, inizio il declino delle fortune politiche del Giannini. Egli si rivolse alla DC in termini ricattatori, cercando di imporre a essa un’alleanza con il suo Fronte. Il netto, orgoglioso rifiuto del partito di De Gasperi indusse il Giannini a un’iniziativa spregiudicata, cioè a prospettare, in un’intervista all’ANSA del dicembre 1946, l’ipotesi di un’intesa con il Partito comunista italiano, che Togliatti accettò volentieri di discutere. Si svolse così, sulle pagine dell’Uomo Qualunque e dell’Unità un dialogo tra i due leader, il cui unico risultato fu un coro crescente di proteste contro il Giannini. Accusato di filocomunismo dai partiti di destra e dalla DC, egli dovette subire dimissioni e scissioni, cui reagì con una lunga serie di espulsioni. La crisi del Fronte dell’Uomo qualunque si aggravò ulteriormente nel corso del 1947. Sebbene i voti qualunquisti fossero determinanti, De Gasperi, presidente del Consiglio per la quarta volta, continuò a rifiutare le pressanti richieste del Giannini perché una rappresentanza del suo gruppo entrasse direttamente al governo. Esasperato, il Giannini, nell’ottobre, decise di votare a favore delle mozioni di sfiducia contro il governo presentate dalle Sinistre, ma si trovò di fronte la ribellione della maggior parte dei suoi deputati, oltre che la netta ostilità della Confederazione generale dell’industria, che lo privò di ogni finanziamento.

Nelle elezioni del 18 apr. 1948 il Fronte dell’Uomo qualunque, dilaniato dalle polemiche interne, si presentò, insieme con i liberali, nel Blocco nazionale, che ottenne soltanto il 3,8% dei voti e 17 seggi alla Camera dei deputati (7 seggi al Senato). I qualunquisti, in particolare, ottennero cinque deputati e un senatore e il Giannini, non eletto, fu proclamato deputato, in seguito a ricorso alla giunta delle elezioni, soltanto nell’ottobre 1949».
In seguito allo scioglimento del partito, i suoi principali esponenti passarono nei partiti della destra tradizionale: PLI, monarchici, MSI e Democrazia Cristiana.

Tornato al teatro, Guglielmo Giannini non volle rinunziare all’idea di un personale rilancio politico. Nelle elezioni del 7 giugno 1953, rifiutato l’invito di Togliatti a candidarsi con il PCI, si presentò come indipendente nelle liste della DC e nelle successive, del 25 maggio 1958, in quelle del Partito Nazionale Monarchico: in entrambe le occasioni subì una cocente delusione.

A Parri succede alla guida del Governo Alcide De Gasperi, che attacca duramente la formazione di Giannini, definendola filofascista. Oltre ai grandi partiti radicati nel territorio, anche la Confindustria, guidata da Angelo Costa, è ostile al Fronte dell’Uomo qualunque, per gli attacchi ricevuti da Giannini su presunti accordi tra la grande industria ed il sindacato, controllato dai comunisti.

Nel 1947 il partito “qualunquista” assume un atteggiamento più conciliante verso il quarto governo di De Gasperi, che aveva segnato l’estromissione dei comunisti dalla compagine governativa e addirittura in seguito farà aperture verso il PCI.

Questo avvicinamento allo Scudo Crociato rappresenterà però la fine del successo popolare del Fronte dell’Uomo qualunque: alcuni sostenitori, delusi dal nuovo posizionamento dichiaratamente governativo, abbandonano il partito. In maggio, alle regionali in Sicilia, formano una lista, “Blocco Democratico Liberal Qualunquista”, che ottiene il 14,7 per cento, mentre in parlamento ben 14 deputati qualunquisti escono dal gruppo formando una separata Unione Nazionale, in cui entrano i Liberal Qualunquisti.

Dopo aver tentato un’alleanza con la Democrazia Cristiana e il MSI, Giannini si avvicinò al leader comunista Palmiro Togliatti, definito due anni prima «verme, farabutto e falsario». Tra l’altro, Antonio Pallante, che il 14 luglio 1948 attenterà alla vita di Togliatti apparteneva al gruppo qualunquista siciliano scissionista. Molti simpatizzanti dell’Uomo Qualunque, allibiti da questa scelta filo-PCI, abbandonarono l’ex-commediografo che, messo alle strette, rinunciò al patto d’amicizia con il PCI per stringerne un altro con il PLI.

Il 10 gennaio 1948 in vista delle elezioni politiche del 18 aprile successivo, il partito di Giannini entrò nel Blocco Nazionale, una coalizione elettorale di centrodestra, insieme al sopracitato PLI e all’Unione della Ricostruzione. Tale scelta originerà una scissione e fra i dimissionari spiccherà il segretario generale del Fronte Vincenzo Tieri che fonderà il Partito Qualunquista Italiano. Un’altra componente del partito esce dal Fronte per confluire nel Partito Nazionale Monarchico.

Il “Blocco Nazionale” ottenne 19 deputati e 7 senatori, di cui però di riferimento del partito solo 4 deputati (dai 30 della Costituente) tra cui lo stesso Giannini e la sorella Olga, e 3 senatori, oltre a Roberto Bencivenga (di diritto). Con l’insuccesso elettorale il Fronte ha di fatto concluso la sua funzione e i qualunquisti confluiranno nei mesi successivi chi nel Partito Nazionale Monarchico e chi nel PLI; qualche altro esponente aderirà al neonato Movimento Sociale Italiano.

Nelle prime elezioni regionali sarde del 1949, UQ che è ormai in via di dissoluzione, è l’ultimo partito con solo lo 0,9% di voti.

Sciolto il partito, alle elezioni politiche del 1953 Guglielmo Giannini si candidò nella lista laziale della Democrazia Cristiana raccogliendo 13 439 preferenze e risultando il 12º dei non eletti. Poco dopo le elezioni Amintore Fanfani formò un governo di centro-sinistra con il Partito Socialista Democratico Italiano e Giannini, contrario a tale formula politica, individuò come possibili interlocutori prima il MSI e poi il Partito Nazionale Monarchico. Nel 1958 fu candidato alla Camera a Roma nel Partito Monarchico Popolare di Achille Lauro ma non fu eletto, ponendo fine alla sua attività politica. Il quotidiano L’Uomo Qualunque continuò le sue pubblicazioni fino alla morte di Giannini, avvenuta nel 1960.

Morì a Roma il 13 ottobre 1960. In occasione della morte, Vittorio Gorresio ne delineò un ritratto sulle colonne de «La Stampa»: «Guglielmo Giannini fu il personaggio più colorito di questo dopoguerra. Lo fu non solo per gli atteggiamenti e per il linguaggio di cui si compiaceva (napoletano autentico, egli sapeva profittare e servirsi del turpiloquio come nessuno mai) ma anche perchè con l’istinto e l’intuito riuscì a cogliere nella realtà contraddittoria di quegli anni difficili e sottili, qualche dato sicuro che gli studiosi del costume italiano potranno sempre attentamente esaminare con qualche utilità. […] Arrivato alla megalomania, Giannini si era convinto di essere divenuto il padrone d’Italia. Non aveva inventato nulla, sul terreno politico, piuttosto aveva colto un certo filone di scetticismo nella realtà italiana, uno scetticismo che gli preesisteva, e se ne era fatto un piedestallo che in quegli anni pareva solido, e che comunque preoccupava i responsabili delle maggiori forze politiche italiane».

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