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La scomunica politica della Chiesa a Matteo Salvini

La scomunica politica della Chiesa a Matteo Salvini
Matteo Salvini

Potrà anche vincere le elezioni europee, ma non così. Non con il Crocifisso, con il Rosario o invocando la Madonna la cui corona di dodici stelle è l’emblema stesso dell’Unione europea, e ne costituisce la bandiera in campo blu come il manto della Vergine raffigurato nella iconografia popolare. In hoc signo non vinces, non vincerai utilizzando quel segno, è la reazione, compatta, del mondo cattolico contro Matteo Salvini.

Perché agli occhi del Vaticano il leader della Lega non può usare i segni della fede cristiana per chiedere al Cielo di vincere la prossima sfida elettorale. Non può strumentalizzarli in modo così plateale e irriguardoso, con tanto di fischi in piazza contro papa Francesco, che volente o nolente è – per un credente – la pietra scelta da Cristo stesso per edificare la sua Chiesa, e la pietra di inciampo per chi gli si rivolta contro.

Tra ieri ed oggi si è levata alta la voce di tanti altri credenti, cristiani e non. Le Chiese protestanti che si sono dette pronte ad ospitare i profughi della Sea Watch – come fece la Cei nel caso Diciotti e la comunità valdese nel precedente caso della Sea Watch – aprendo un cortocircuito dentro il Governo italiano. E a sua volta la Comunità ebraica di Roma ha preso una posizione politica forte contro la nuova destra e contro il suprematismo che avanza in Europa, perché “pensavamo di aver sconfitto quel male, ma dopo 70 anni quel male si è riaffacciato”.

Ma è con la Chiesa Cattolica che si consuma il più plateale scontro con Matteo Salvini. Una frizione che potrebbe trovare nuovo alimento nei prossimi giorni: Papa Francesco – che non ha mai voluto incontrare Salvini, neppure nell’occasione istituzionale della Festa della Polizia – domani pomeriggio parlerà all’Assemblea generale della Cei, riunita in Vaticano. Martedì mattina sarà la volta del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti. Tutto a pochi giorni dal voto.

“Sono orgoglioso di andare in giro col rosario sempre in tasca – la replica di Salvini -. Noi stiamo garantendo più sicurezza agli italiani. Io sono credente, mio dovere è salvare vite e svegliare coscienze”. Ed ancora: “io sono orgoglioso delle nostre radici della nostra storia e di testimoniare quella che è una società accogliente e generosa. Ma un conto è essere generosi e una cosa è suicidarsi. Lo diceva papa Benedetto, lo diceva Wojtyla, lo diceva Oriana Fallaci”. Non è un caso che all’elenco manchi Bergoglio.

È come se all’improvviso la Chiesa abbia chiaro che la politica di Salvini rappresenta un rischio gravissimo, anche culturale ed educativo, perché attacca alle fondamenta la pietas e la misericordia cristiane, di chi adora come proprio Signore un uomo morto crocifisso, che ha dato la vita per i più miseri. È come se per tutti il nome stesso di Dio sia stato “pronunciato invano”, e per i “propri scopi”. 

“Se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio” scrive su Facebook padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, uno degli uomini più vicini a Papa Francesco, esprimendo tutto il suo sdegno per quel rosario “usato come segno dal valore politico” da Matteo Salvini sul palco di Milano. Quello che Famiglia Cristiana sintetizza coniando il termine “sovranismo feticista” del leader leghista che mette in scena “l’ennesimo esempio di strumentalizzazione religiosa per giustificare la violazione sistematica nel nostro Paese dei diritti umani”.

Scende in campo anche il segretario di Stato vaticano, il mite cardinale Pietro Parolin, con parole che sfiorano l’anatema, un altolà sacro: “Dio è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso”. Parole pronunciate a margine della Festa dei Popoli a San Giovanni in Laterano, dove ha celebrato la messa per decine di gruppi delle varie comunità immigrate della Capitale, rappresentanti di tanti popoli e culture, provenienti dalle più disparate latitudini. Cattolici, cioè universali.

“Le radici cristiane dei popoli – ha twittato oggi l’account ufficiale della Civiltà Cattolica– non sono mai da intendere in maniera etnicistica. La nozione di “radici” e di “identità “ non hanno il medesimo contenuto per il cattolico e per l’indennitario neo-pagano: Etnicismo trionfalismo, arrogante e vendicativo è anzi il contrario del cristianesimo”. Ma per comprendere più a fondo il punto cruciale del momento, va ripreso un articolo di padre Spadaro all’indomani della visita del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in Vaticano. “Con Francesco si va concludendo quel processo ‘costantiniano’ (cioè dell’imperatore Costantino cui in una visione apparve la croce e la scritta “In hoc signo vinces”), in cui si attua un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa”…  “Un tratto netto della geopolitica bergogliana consiste nel non dare sponde teologiche al potere perché possa imporsi o per trovare un nemico da combattere – scrive il direttore della rivista dei Gesuiti, le cui bozze vengono tradizionalmente riviste dalla segreteria di Stato vaticana -. La spiritualità non può legarsi a governi o patti militari: è a servizio di tutti gli uomini. Le religioni non possono vedere alcuni come nemici giurati né altri come amici eterni. Quella di proiettare la divinità sul potere politico, che se ne riveste per i propri fini, è una tentazione trasversale. Anche in parti del mondo cattolico a volte ritorna una simile tentazione, ma la fede non ha bisogno di una sponda nel potere”.

Altre prese di posizione sono arrivate dal priore di Bose, Enzo Bianchi, ma un appello a Salvini particolarmente toccante è arrivato dal parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra, dopo che il vicepremier si era affidato dal palco alla Madonna: “Caro Matteo, ormai siamo abituati a sentirti utilizzare tutto ma non tutto è utilizzabile. Magari da domani ci sarà una schiera di devoti (anche qualche prete) che ti acclamerà come inviato della Madonna. Io ti invito ad aprirlo quel Vangelo: a leggere di Maria di Nazareth, della sua umiltà, del suo servizio, del suo silenzio”.

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