Giustizia

Di Maio vince il processo: passa lo spazza-Siri

Di Maio vince il processo: passa lo spazza-Siri

Armando Siri

Intorno all’ora di pranzo, dopo due ore di Consiglio dei ministri, il governo vara all’unanimità il decreto spazza-Siri. Fuori da Palazzo Chigi un sole primaverile scalda Roma, e proprio mentre la decisione viene presa si alza da lontano un coro ritmato: “Libertà, libertà, libertà”. Non sono i leghisti scesi in piazza a fare da scudo umano al loro sottosegretario, ma un’imponente manifestazione di quei no Vax scaricati negli anni dai 5 stelle. Ma il concetto che esprimono gli interventi del Carroccio dopo il suono della campanella battono sullo stesso tasto.

I corridoi della presidenza del Consiglio si animano di buon mattino. Matteo Salvini riunisce i suoi nell’ufficio di Giancarlo Giorgetti. “Parlo io e parla Giulia Bongiorno, manteniamo la calma, non cedete a provocazioni. Non dobbiamo arrivare a un voto”. Il sole non buca i pesanti tendaggi del palazzo, dentro l’aria è gelida. Ministri e delegazioni si incrociano nei corridoi, si scambiano saluti a denti stretti. Luigi Di Maio non tiene vertici. Un punto tecnico con il suo staff e poi via verso la sala del Cdm.

Apre le danze Giuseppe Conte. Ribadisce quanto detto nei giorni scorsi sulle motivazioni del passo indietro richiesto al membro del suo esecutivo, rivendica il percorso “trasparente e lineare” con il solito tono dolce, ma particolarmente fermo, richiamando tutti: “Il paese ci guarda, i cittadini ci guardano”. Poi inchioda la delegazione della Lega a una scelta precisa: “Ho la piena fiducia di tutti? Questo è un passaggio di alta valenza politica e sia chiaro che ci deve essere la piena condivisione del metodo e anche della soluzione che oggi porto”. Non è più solo un voto su Siri, è una vera e propria richiesta di fiducia politica alla sua maggioranza. I ministri della Lega ascoltano, si guardano fra loro.

E la titolare della Pubblica amministrazione a rispondere. Attorno al grande tavolo rotondo intorno a cui siedono i ministri va in scena una specie di processo improvvisato, che mescola politica e giustizia senza soluzione di continuità. Alla requisitoria dell’avvocato Conte risponde l’arringa difensiva dell’avvocato Giulia Bongiorno. “In uno stato di diritto non è possibile decidere delle sorti di una persona da un titolo di giornale”, spiega. Mette in guardia dal dare sentenze prima dei processi, sottolinea che Siri ancora non ha avuto modo di spiegare le sue ragioni ai magistrati, arriva a mettere in discussione un metodo che rischia di avere regole diverse di volta in volta. Spiega che tra apertura delle indagini e colpevolezza non ci può essere coincidenza, che è un sacrosanto principio di civiltà giuridica.

Prende la parola Di Maio. Un intervento “morbido”, lo descrivono. Il capo politico M5s risponde indirettamente alla collega: “Il problema non è l’inchiesta, ma il fatto che Siri per tre volte ha provato a proporre un emendamento che di fatto è una sanatoria, non ha più la nostra fiducia”. Poi smussa, lima, spiega che il governo deve andare avanti fino a chiusura naturale, che il governo del cambiamento non può replicare vecchi schemi, che comunque vada da un minuto dopo si deve tornare a lavorare sulle cose. E concede l’onore delle armi all’ormai quasi ex collega: “È giusto che si metta in panchina, ma qualora dovesse uscire pulito dalle indagini siamo pronti a tendergli la mano”. Salvini è appena più spigoloso. Richiama velatamente i tanti attacchi dei giorni passati, ribadisce piena fiducia nel suo uomo, ripassa con accenti tutti politici su quanto illustrato dalla Bongiorno. Poi guarda Conte: “Se vuoi prendere questa decisione, ne prendiamo atto”.

Un momento di gelo, poi il premier riprende la parola, ribadisce la volontà di procedere, si guarda intorno. Nessuno parla, è fatta: lo spazza-Siri viene approvato all’unanimità, senza voto. La Lega si affretta a far sapere che “ribadisce fiducia nel presidente ma anche difesa del sottosegretario, innocente fino a prova contraria”. Di Maio si fa annunciare in conferenza stampa. Il viso segnato dalle poche ore di sonno, tirato ma soddisfatto. Prova a prendere in contropiede il collega vicepremier: “A breve vertice su flat tax e salario minimo”. Perché intanto il Carroccio ha dovuto ingoiare un boccone amaro, un rovescio che nella sostanza lo fa perdere su tutta la linea: Siri è dimissionato, e la prova muscolare annunciata in Cdm fino a ieri (“Se ci sarà voto voteremo contro”) è stata rimessa nel cassetto.

La comunicazione del leader leghista prova a mettere il silenziatore al colpo messo a segno dai 5 stelle. E così ecco la telefonata con Netanyahu, l’incontro con il ministro degli Esteri brasiliano, l’intesa con il presidente serbo sull’immigrazione, un calendario elettorale sempre più fitto man mano che passano le ore. Fuori da Palazzo Chigi i giornalisti sciamano via, poco più in là il popolo no-Vax rumoreggia, fischietti alla bocca e cori da stadio. Una volta i 5 stelle erano là, megafoni in mano. Oggi da dentro i Palazzi del potere provano a recuperare la freschezza delle origini nonostante le grisaglie ministeriali. Aiutati da un’inchiesta e da un alleato, per una volta, in difficoltà.

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