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Cecenia, parlano 4 vittime sopravvissute all’omocausto: “torturati, stuprati, umiliati”

I nuovi dettagli sull’omocausto andato in scena in Cecenia tra il 2017 e il 2018 arrivano da una nuova inchiesta di Human Rights Watch, che ha rintracciato quattro uomini reclusi in questi veri e propri campi di concentramento per (presunti) omosessuali.

Gli uomini hanno riferito che all’interno di questi campi venivano presi a calci, colpiti sia con bastoni di legno che con tubi di polipropilene. Tre di loro sono stati folgorati con la corrente elettrica e uno di loro è stato violentato con un bastone. Tutti e quattro hanno detto di essere stati torturati pur di ottenere informazioni su altri omosessuali, e uno di loro ha confessato che quando è stato restituito alla sua famiglia, l’ufficiale ha fatto capire loro che avrebbero dovuto ucciderlo.

I quattro hanno poi confermato che non hanno potuto mangiare, ma soltanto bene, per poi doversi adoperare in ‘lavori da donne’, cioè pulire i bagni e lavare i pavimenti, come forma di umiliazione. Due di loro hanno dichiarato di essere stati detenuti insieme ad altri quaranta uomini in un complesso della polizia, un altro è stato messo in un garage prima di essere trasferito in una cella con 10 uomini mentre l’ultimo è stato tenuto in isolamento in un seminterrato.

Parlando delle torture subite, Anzor, che non il suo vero nome, ha detto: “Mi hanno urlato contro. Uno di loro ha iniziato a prendermi a calci, sono caduto a terra. Un altro poi mi ha picchiato con un bastone, dalla vita in giù, colpendomi fortissimo per circa cinque minuti. Poi mi hanno fatto inginocchiare sul pavimento e hanno messo delle pinze metalicche sui miei pollici. I fili erano agganciati a un dispositivo che rilasciava scosse elettriche, hanno girato la manopola del dispositivo, prima lentamente e poi sempre più velocemente. Ad ogni turno, le mie mani sobbalzavano, con il dolore lancinante che le attraversava. Si sono fermati quando ho detto loro che il mio cuore stava per scoppiare. Hanno tolto le pinze e le mie mani erano così pesanti, erano come morte. Erano tre o cinque poliziotti, non ricordo affatto, ma uno di loro, Maga, aveva un bastone con una maniglia nera. Ordinarono ad Aslanbek, un altro detenuto e me, di alzarci. Cominciarono a umiliarci, verbalmente, usando parole oscene, chiamandoci fro*i, chiedendo quale di noi era attivo, quale passivo, se provassimo piacere dall’avere rapporti sessuali con un uomo. E tutti i detenuti stavano guardando. Ci colpivano sulla testa con i loro bastoni. Poi se ne sono andati, ma altri tre ufficiali entrarono al posto loro. Venivano in gruppo. Si divertivano prendendosi gioco di noi, picchiandoci“.

Anche un altro uomo, Khussein, ha parlato di tortura, confermando di essere stato picchiato e di essere stato obbligato a dare informazioni su dove si trovassero gli altri gay della regione. Movsar è stato fulminato con la corrente elettrica, mentre era detenuto, sospeso a testa in giù. Quando è stato rilasciato, le autorità hanno detto che lo avrebbero ucciso, se avesse mai parlato di quello che era successo. Albert è stato folgorato e costretto in isolamento in uno scantinato. È stato rilasciato a marzo.

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