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Venezuela: tra Guaidò e Maduro arriva la telefonata Trump-Putin

Venezuela. Maduro ha l'esercito, Guaidò la Costituzione

Juan Guaido e Nicolas Maduro

The Donald ci ripensa. Abbassa i toni muscolari, stoppa, almeno per il momento, i suoi “falchi” e prova ad evitare che la crisi venezuelana sia il campo di battaglia per una nuova Guerra fredda con Mosca. Donald Trump ha parlato per oltre un’ora con Vladimir Putin di Venezuela e Corea del nord, chiedendo al leader del Cremlino di fare pressione su Pyonyang per la denuclearizzazione. Lo riferisce la Casa Bianca, aggiungendo che si è discusso brevemente anche del rapporto Mueller sul Russiagate. E anche la possibilità di un nuovo di un nuovo accordo nucleare multilaterale tra Usa, Russia e Cina, o una estensione dell’attuale accordo nucleare strategico tra Usa e Russia. Informa il Cremlino che il “vertice telefonico” è durato un’ora e mezza. Insomma, da combattenti a garanti di un nuovo ordine internazionale. Un ordine che passa da Caracas.

Venezuela, la partita decisiva non si gioca nelle piazze, ma nelle segrete stanze del potere chavista. E a muovere i fili di una trattativa segreta sono i falchi di Washington, quelle che stanno cercando di riproporre, in salsa latinoamericana, il “modello Ceausescu”: determinare l’uscita di scena, magari non dalla vita, di Nicolas Maduro con una congiura interna, come fu quella che portò all’eliminazione del “conducator” rumeno. E in questo scenario, è decisivo il ruolo delle Forze armate boliveriane. Maduro lo sa bene ed è per questo che in tutti i suoi passaggi televisivi, in tutte le immagini che lo ritraggono, si accompagna ad uomini in divisa. Perché sono loro il vero ago della bilancia, molto più di una insurrezione popolare totale alla quale ha fatto appello, senza i risultati sperati, l’autoproclamato presidente ad interim, Juan Guaidò. È stato il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, John Bolton, a dichiarare che “c’era un accordo dietro le quinte. Uomini chiave del regime avrebbero dovuto disertare“.

Parole che confermerebbero le indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal secondo cui nelle settimane passate ci sarebbero stati diversi incontri tra membri di alto rango del regime e gli oppositori per rovesciare il presidente. Il quotidiano ha scritto che a questi meeting hanno partecipato, tra gli altri, anche Vladimir Padrino Lopez, il ministro della Difesa che dall’inizio degli scontri viaggia a fianco del presidente, il capo della Corte suprema, Maikel Moreno, e il generale IvánRafael Hernández, capo della guardia presidenziale e responsabile dei servizi di intelligence militare. Nomi che sono stati citati anche dallo stesso Bolton. L’opposizione venezuelana ha detto che i negoziati avevano portato a concordare un documento di circa 15 punti per preparare una transizione di potere il più pacifica possibile. Secondo Elliott Abrams, inviato speciale degli Stati Uniti in Venezuela, il documento “prevedeva garanzie per i militari, una dignitosa uscita di scena per Maduro e la presidenza ad interim di Guaidó”.

Il negoziato è stato confermato dal giornale spagnolo El Confidencial, che ha scritto di avere buone fonti all’interno dello stesso regime di Caracas. Secondo El Confidencial, l’azione sarebbe stata però prevista per il 2 maggio, dopo le manifestazioni del primo maggio. E Guaidó avrebbe fatto fallire tutto con anticipando l’azione al 30 aprile. El Confidencial l’ha definita un’operazione da “dilettanti”, che ha finito per suscitare anche l’ira dell’Amministrazione Trump. Ed è stato lo stesso Vladimir Padrino López, a rivelare che “hanno cercato di comprarmi, come fossi un mercenario. Ma hanno fallito. La Revolución non è in vendita”. Gli analisti di cose venezuelane hanno subito drizzato le orecchie. Che bisogno c’è per Maduro di convocare una marcia della lealtà se tutti sono fedeli e il “golpe” di Guaidó è fallito? E perché il ministro della Difesa ammette che ci sono stati negoziati (per far fuori Maduro, sottinteso) con lui personalmente, proprio come sostengono da giorni i vertici dell’amministrazione Trump? A qualcuno la risposta pare ovvia: c’è ancora movimento all’interno del regime. Al di là delle violente contrapposizioni verbali e degli scontri di piazza sono due le mosse che il presidente venezuelano Maduro, in risposta all’azione forte di Guaidò, ha presentato al Paese e alla comunità internazionale: la prima è l’annuncio di “una grande giornata di dialogo, azione e proposta” per elaborare “un Piano di cambiamento e correzione della Rivoluzione”.  Maduro ha precisato, via Twitter, che all’iniziativa, in programma sabato e domenica, parteciperanno ”il Congresso bolivariano dei popoli, il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv) e tutti i livelli del governo”.

La seconda, e più importante, è un’offensiva a livello politico-militare: protagonista assoluto è sempre il ministro della Difesa e capo della Forza armata nazionale boliviariana (Fanb), il generale Vladimir Padrino Lopez, per l’appunto: è lui a rivolgere un severo avvertimento via Twitter a Guaidò, chiedendogli duramente attraverso l’occhio di una telecamera: “Fino dove arriverà la tua impunità?”. Dopo aver visitato nell’unità di terapia intensiva il colonnello Jerson Alvarez, della Guardia nazionale, “ferito con un’arma da fuoco”, si è incamminato verso una telecamera e ha dichiarato: “Questo è il risultato delle manifestazioni pacifiche che tu stai convocando nelle strade con la tua farsa». «Sarebbe questa – ha aggiunto prima di andarsene – la Forza armata che pretendi comandare? Quella dei sepolcri, degli ospedali, del sangue, dei cimiteri? Fino a dove arriverà la tua impunità?”.

Il generale Lopez conquista il centro della scena, non solo mediatica, e conferma che a decidere il futuro del Venezuela saranno i militari. “Gli ufficiali, e specialmente i generali, non sono pronti a cambiare casacca, in parte perché sono dei fedeli chavisti, ma anche perché pochi ufficiali sono riusciti a mettere in salvo il loro bottino all’estero- annota su Internazionale Gwynne Dyer, autorevole columnist di politica estera – Possono farlo solo se Maduro resta al potere…E sì, alcune decine di militari hanno cambiato parte, ma migliaia non l’hanno fatto. Ancora più importante, l’esercito regolare è rimasto fedele a Maduro. Guaidó ha chiamato i suoi sostenitori di nuovo il 1 maggio, ma non c’è alcun segno che Maduro stia per fuggire dal paese, o che il suo esercito stia per disertare. È troppo presto per essere sicuri, ma sembra che Guaidó si sia mosso troppo in fretta…”. Che cosa avrebbe fatto saltare tutto?  Una delle ipotesi che prende corpo è che nel piano non era stato considerato Diosdado Cabello numero due del chavismo e attuale presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente ideata da Maduro. Su Cabello pende un ordine di arresto internazionale della Drug Enforcement Administration (Dea), agenzia antidroga degli Stati Uniti. Secondo il New York Times, da anni è indagato negli Usa per essere il leader di une rete internazionale di narcotraffico.

Secondo Francisco Poleo, giornalista venezuelano esiliato a Miami, se cade Cabello il chavismo è finito. Il direttore di El Nuevo País e della rivista Zeta sostiene che Cabello, storico alleato e amico di Hugo Chávez, continua a controllare parte delle forze armate venezuelane. Rifiutandosi di cadere – perché per lui ci sarebbe da fare i conti con la giustizia americana – ha fatto saltare “l’Operazione Libertà”. Alcuni retroscena usciti nei giorni successivi sembrano indicare che il colpo di stato del 30 aprile fosse pianificato da tempo, che fosse previsto per un’altra data e che sia stato lanciato quel giorno perché il governo era venuto a conoscenza dei piani e stava per arrestare Guaidò – insomma una situazione simile a quella del fallito colpo di stato in Turchia nel 2016.  Inizialmente sembrava che grandi parti dell’esercito stessero sostenendo i golpisti, ma con il passare delle ore diventò chiaro che il loro sostegno non fosse vasto come poteva inizialmente sembrare e il governo riuscì a riprendere il controllo della situazione.

A sostegno di questa tesi ci sono anche le testimonianze di alcuni soldati golpisti che, dopo il fallimento dell’iniziativa, hanno detto a Telesur di essere stati usati: sarebbero stati convocati quella mattina con una scusa e non sapevano di star andando a fare un colpo di stato – anche queste dichiarazioni sono simili a quelle rilasciate dai soldati golpisti turchi nel 2016.  Sul New York Times, il giornalista Max Fisher, cercando una spiegazione del fallimento del golpe, ha rimarcato che uno dei problemi di Guaidó potrebbe essere stato che in Venezuela le élite sono piuttosto frammentate, e quindi tenerle assieme è più difficile che in altri casi. “Anche se individualmente potrebbero stare meglio senza Maduro, non riescono a coordinarsi per creare quel necessario senso di inevitabilità”. .Quanto al bilancio degli scontri, almeno cinque manifestanti sono stati uccisi, tre dei quali minori, e 239 sono rimasti feriti nel corso delle proteste tenutesi in Venezuela a partire dal 20 aprile, secondo le cifre fornite da una portavoce dell’Ufficio Onu per i diritti umani e riportate da media venezuelani.

L’ultima vittima è un adolescente di 15 anni, morto ieri nello stato di Mérida. “Stiamo seguendo con grande preoccupazione la situazione in Venezuela”, ha detto la portavoce Onu Ravina Shamdasani da Ginevra, secondo quanto riportato dai media, sottolineando che le autorità venezuelane devono garantire “che non venga fatto un uso eccessivo della forza”. Secondo quanto dichiarato da Fabiana Rosales, moglie dell’autoproclamato presidente ad interim del Venezuela Juan Guaidò, l’ultima vittima di 15 anni sarebbe stata uccisa dalla Guardia nazionale venezuelana mentre partecipava alle proteste antigovernative. “I nostri bambini vengono uccisi dalla repressione dei dittatori. Yonder Villasmil, 15 anni, è stato ucciso dai membri della Gnb (Guardia nazionale bolivariana), mentre stava osservando una protesta sull’Autostrada Panamericana a Santa Elena de Arenales, (nello stato di) Merida”, ha scritto Rosales su Twitter. L’ong venezuelana Foro Penal ha riferito che 240 persone sono state arrestate nel Paese nell’ambito delle proteste del 30 aprile e 1 maggio. Il presidente dell’ong, Alfredo Romero, ha riferito su Twitter che il numero maggiore di arresti è stato registrato nello stato venezuelano di Zulia (92 persone) e nello stato di Lara (48 persone). Seguono l’area di Caracas (14 arresti), lo stato di Aragua (13 arresti) e quello di Tachira (11 arresti). Intanto Guaidó ha annunciato tre giorni di mobilitazione, da oggi a domenica, ed ha assicurato che “ci sarà bisogno di altri sforzi e di costanza”, ma che “siamo vicini a raggiungere la nostra libertà”. Per oggi, ha precisato l’autoproclamato presidente ad interim via Twitter, dovranno svolgersi “assemblee in tutto il Paese per divulgare i nostri propositi e convocare alle prossime mobilitazioni”. Domani invece, ha proseguito, si “terrà una mobilitazione nazionale in pace nella zona delle principali unità militari affinché si uniscano alla Costituzione”, mentre per domenica è prevista “una veglia e preghiere per i martiri e la libertà”.    “Convoco – ha detto infine Guaidò – tutti i settori del Paese a realizzare pronunciamenti esigendo la fine dell’usurpazione, l’attuazione costituzionale delle Forze armate, la sua partecipazione all’Operazione Libertà”, e a “organizzare e realizzare un giorno di sciopero o protesta settoriale durante la prossima settimana”.

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