Europa

L’Ue ha offerto due opzioni per la Brexit

Il Regno Unito e la lenta corsa per la fuori uscita dalla Ue

Theresa May

Una breve proroga sulla Brexit, fino al prossimo 22 maggio: è questo il tempo massimo che l’Unione europea sarebbe disposta a concedere a Theresa May per strappare la problematica ratifica di Westminster sull’accordo di divorzio raggiunto a novembre. La premier britannica aveva chiesto uno slittamento almeno fino al 30 giugno. “Il Consiglio europeo si impegna a concordare, prima del 29 marzo, una proroga breve sulla Brexit fino al 22 maggio, se l’Accordo di divorzio sarà approvato a Westminster la prossima settimana. Poiché il Regno Unito non intende organizzare le elezioni per il Parlamento europeo, non sono possibili proroghe oltre quella data”, si legge nella bozza del testo delle conclusioni circolata – riferiscono fonti diplomatiche europee – tra i 27 capi di stato e di governo.

Se l’accordo di ritiro non sarà approvato dal parlamento britannico, i 27 concederanno una proroga fino al 12 aprile 2019 al Regno Unito “e si aspettano che il Regno Unito indichi una via da seguire prima di questa data” da sottoporre a Bruxelles. E’ quanto si legge nel comunicato finale approvato dal Vertice.

Le cancellerie di vari Paesi avevano espresso nel corso della giornata la volontà che il percorso fosse concluso con ampio anticipo rispetto alle elezioni per il Parlamento europeo, per evitare possibili ripercussioni. Il presidente dell’Eurocamera Antonio Tajani ha detto che il limite dovrebbe essere l’11 aprile, la data entro la quale il Regno Unito dovrebbe notificare la sua partecipazione alle elezioni per il Parlamento europeo. May, comunque, ha escluso nettamente l’ipotesi di una proroga lunga, definendo “inaccettabile” la prospettiva che il Regno Unito possa dover partecipare alle prossime elezioni europee “a tre anni di distanza” dal risultato del referendum del 2016. “Un’estensione” della scadenza della Brexit dal 29 marzo al 30 giugno “non toglie dal tavolo il no deal”, che resta sullo sfondo come opzione inevitabile – secondo il governo britannico – se nel frattempo il Parlamento non ratificherà l’accordo di divorzio raggiunto con Bruxelles.

Ieri Theresa May ha attaccato con toni provocatori il Parlamento britannico e in un discorso televisivo serale alla nazione ha espresso “grande rammarico personale” per aver dovuto invocare lo slittamento attribuendone la colpa alla Camera dei Comuni. Si è appellata “al popolo” nell’auspicio che la Brexit sia attuata. In Aula ha detto che “è tempo di attuare la volontà popolare, come il popolo merita”, dichiarandosi “contraria” senza se e senza ma a un rinvio protratto nei mesi e definendo “inaccettabile” un ipotetico coinvolgimento britannico nel prossimo voto europeo “a tre anni dal referendum” pro Leave del 2016: “il più grande esercizio democratico nella storia” del Regno Unito. Rispondendo al grido “dimissioni” delle opposizioni, imputa quindi all’assemblea d’essersi “concessa fin troppo all’Europa”, di aver bocciato non solo il suo accordo (due volte), ma pure le alternative di un secondo referendum o del piano B del leader laburista Jeremy Corbyn per una Brexit soft con permanenza nell’unione doganale. “Ora questa Camera deve affrontare le conseguenze delle sue decisioni”: la strada offerta da lei o un orizzonte da cui “non può essere tolto dal tavolo il no deal”.

Corbyn, capo del Labour, ha rinfacciato a May di essersi inchinata ai “brexiteer estremisti” del governo e della sua coalizione (beccandosi per tutta risposta l’accusa di “non rispettare il voto del 2016”); ha denunciato “l’incompetenza, i fallimenti e le intransigenze” di Downing Street; è tornato ad auspicare “un compromesso” sul suo piano B; ha evocato in caso contrario una nuova mozione di sfiducia per provare a far cadere la premier, promettendo di andare anche lui a sua volta a Bruxelles per incontrare il negoziatore Ue Michel Barnier. Il tempo stringe e la partita per la Brexit resta ancora tutta la decifrare.

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