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Brexit: No al No deal

Regno Unito, Corte Supema conferma l'Alta Corte su Brexit: dovrà esssere votata da Parlamento

Brexit: No al No deal

“Prolungare i negoziati, ma per fare cosa? Il negoziato è terminato. Siamo in un momento grave perché il no deal non è mai stato così vicino”. In aula a Strasburgo il capo negoziatore dell’Ue su Brexit Michel Barnier usa parole gravi. Adatte al momento. La Brexit ha portato il Regno Unito in un caos di proporzioni cosmiche, ma ora trascina anche la stessa Ue sull’orlo di una crisi di nervi.

Stasera Westminster ha respinto il no deal con soli 4 voti di scarto: 312 contro 308. Pur risicata, la maggioranza dice che si va verso un rinvio del divorzio inizialmente previsto per fine marzo: su questo, altro voto domani. Ma, insiste Barnier, “il Governo britannico deve dirci come intende procedere per unire una maggioranza costruttiva su una proposta”. E ha una settimana di tempo per farlo: fino al Consiglio europeo del 21 marzo, dove l’unità dei 28 è tutta da costruire. Ma un’eventuale ipotesi di rinvio deve essere decisa all’unanimità.

Delle divisioni nell’Ue se n’è visto un assaggio stamattina, alla riunione del Coreper a Bruxelles. Gli ambasciatori dei 28 paesi dell’Unione hanno fatto una prima analisi all’indomani della bocciatura dell’accordo tra Londra e Bruxelles per la seconda volta ieri sera a Westminster. Ma la materia è troppo ostica. Anzi: politica. Roba da capi di Stato e governo: fino a giovedì prossimo saranno loro a trovare una quadra. E infatti sono già stati fissati i primi bilaterali. Angela Merkel vedrà il presidente francese Emmanuel Macron lunedì prossimo e il primo ministro irlandese Leo Varadkar martedì. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk incontrerà il premier olandese Mark Rutte venerdì.

Emmanuel Macron è per la linea dura. Della serie: basta, la pazienza è finita. Per il presidente francese “l’accordo di recesso non è più negoziabile”. Questa in teoria è anche la linea dell’Ue. Ma la Francia ha fretta di chiudere la pratica, anche con un ‘no deal’. Insieme alla Germania. Anche se per ora, ufficialmente, la Cancelliera decide di non abbandonare i panni di grande mediatrice nell’Ue e quindi si limita a dire che “raggiungere un’uscita ordinata insieme è nel nostro reciproco interesse. Questo resta il nostro obiettivo”.

Ma l’addio all’Ue da parte di un attore importante sulla scena internazionale come la Gran Bretagna rafforzerebbe l’asse a due tra Parigi e Berlino. Proprio quell’intesa storica che non a caso, anche in vista della Brexit, Merkel e Macron stanno rispolverando a partire dalla firma del Trattato di Aquisgrana il 22 gennaio scorso.

Gli altri paesi come l’Italia temono di più il ‘no deal’, per i motivi opposti: riequilibrare il protagonismo franco-tedesco. In sostanza, è il ragionamento a Roma, se lo stallo si prolunga magari alla fine il Regno Unito trova il tempo e il modo per restare nell’Ue. Oggi Giuseppe Conte ne ha parlato anche con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al pranzo al Quirinale in preparazione del consiglio europeo (si è tenuto oggi per motivi di agenda: nei giorni prima del consiglio la prossima settimana, a Roma arriva il presidente della Cina Xi Jinping per la firma dell’accordo sulla ‘Via della Seta’). La linea della presidenza del Consiglio è di “lavorare per un’uscita ordinata e amichevole del Regno Unito dall’Ue”. Conte insomma non crede che la scelta di Londra di bocciare l’accordo con Bruxelles sia un modo per divorziare senza accordo. Non vuole crederci.

Chi ci è andato più vicino al ‘no deal’ è Matteo Salvini. Gli hard-brexiteers gli chiedono esplicitamente di mettere il veto all’ipotesi di rinvio in Consiglio europeo e dunque agevolare l’uscita senza accordo in nome di fantomatici interessi comuni nazionalisti. Nigel Farage lo dice in aula a Strasburgo: “C’è una soluzione semplice: si deve mettere il veto alla richiesta di proroga al Vertice europeo. Lasciateci andare: è l’unica soluzione necessaria davanti a noi”. Arron Banks, fondatore e finanziatore della piattaforma brexiteer Leave.Eu, chiama in causa direttamente Salvini rilanciando un tweet di Andy Wigmore, attivista di Leave.Eu:

Ma questi interessi comuni evidentemente non ci sono, come non ci sono stati sull’immigrazione o sulla vertenza italiana sui conti pubblici. Mai gli altri nazionalisti europei sono corsi in soccorso di Salvini. Per ora il vicepremier leghista non muove un dito per i britannici. Non per ripicca, ci mancherebbe. Anche perché all’epoca del referendum nel 2016 la Lega esultò per la vittoria della Brexit. L’affinità politica rimane. Ma Salvini sta valutando cosa fare. L’uscita della Gran Bretagna senza accordo avrebbe un costo anche per l’Italia, che ricadrebbe in settori come le imprese o l’agricoltura incrociando anche l’elettorato leghista. Per ora la posizione del Carroccio è di stand-by, come spiega il sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi.

Sul divorzio di Londra da Bruxelles rischiano di esplodere tutte le divisioni tra gli Stati: ognuno di loro ha una sua politica e dei suoi rapporti anche commerciali con il Regno Unito e li metterà sul tavolo in Consiglio europeo. Intanto ognuno si prepara all’ipotesi del ‘no deal’. Precauzione dovuta in quanto, anche dopo la bocciatura da parte di Westminster, il ‘no deal’ resta realistico di default, perché non si capisce quale altro accordo ci possa essere. Se ne è parlato anche al pranzo al Quirinale. Mentre a Strasburgo l’aula ha approvato una serie di misure di emergenza in caso di una Brexit ‘no deal’: sull’autorizzazione all’export di determinati prodotti dell’Ue verso il Regno Unito e l’Irlanda del Nord, sul proseguimento del programma Erasmus+, su alcuni aspetti della sicurezza aerea, infine su una deroga per proseguire i programmi di cooperazione ‘Peace IV’ e Regno Unito-Irlanda alla frontiera nordirlandese.

Ufficialmente da Barnier in giù o in su – fate voi – l’Europa dice no ad una richiesta di rinvio della Brexit da parte di Londra senza una “proposta chiara”, scandisce in aula anche il Liberale Guy Verhofstadt che mette il dito al cuore di un’altra questione centrale in tutto questo caos. Eccola: “No a una proroga senza proposta. E no ad una proroga che vada oltre le elezioni europee di maggio. Significherebbe dirottare le elezioni su Brexit e tenersi in Parlamento ancora Farage: che continuerà a prendere lo stipendio dall’Ue e a distruggerla dal suo interno…”. Seduto al suo banco, il parlamentare dello Ukip ascolta e se la ride. “Vedo che conferma”, gli fa Verhofstadt.

Battute a parte, è proprio questo il punto. O uno dei punti. Anche il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker mette nel conto un’ipotesi di rinvio con scadenza al 23 maggio, data entro la quale il Regno Unito dovrebbe però essere fuori dall’Unione. Altrimenti sarebbe costretto ad partecipare alle europee 2019. Un’eventualità che non getta nel panico solo il governo britannico, che dovrà spiegare come mai, proprio sulla via dell’uscita dall’Ue, si ferma per chiedere ai cittadini di Sua Maestà un altro voto per eleggere i propri rappresentanti all’Europarlamento. Anche le Cancellerie europee sono nel panico rispetto a questa eventualità: rischiano di ritrovarsi gli hard-brexiteers come colleghi di banco in aula anche nella prossima legislatura, ancora loro: quelli che tre anni fa hanno contribuito a diffondere in Europa il ‘virus’ del nazionalismo, sulla scia della vittoria di Trump alla Casabianca.

Insomma, un rinvio di qualche mese sarebbe più facile da digerire per Bruxelles, non oltre le europee. Ma per fare cosa? Magari per dare a Londra il tempo di fare nuove elezioni, è una strada che indicano molti negli ambienti europei. Ma anche questa non ha uscite certe.

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