Europa

Brexit: sul filo di lana May sigla un ‘nuovo accordo’ con l’Ue sul confine con l’Irlanda.

Brexit: sul filo di lana May sigla un ‘nuovo accordo’ con l’Ue sul confine con l’Irlanda

Theresa May e Jean Claude Juncker

«In politica a volte si ha una seconda possibilità», dice Jean-Claude Juncker per presentare, impacchettato con fiocchi e merletti, il “nuovo accordo” tra Londra e Bruxelles, poche ore prima del voto cruciale di stasera a Westminster. Ma Theresa May di possibilità ne ha avute moltissime. Finora le aveva sempre sprecate, sarà questa la volta buona? Si tratta davvero di un accordo nuovo, che cambia quello precedente? Non esattamente. Il withdrawal agreement non è stato riaperto, come la Ue ha ripetutamente avvertito, ma è stato aggiunto un documento che assicura la natura temporanea del backstop, il meccanismo che manterrebbe un confine aperto tra Irlanda e Irlanda del Nord, in caso non si raggiunga un accordo commerciale nel periodo di transizione.

Quello che temono i brexitiani è che con la scusa del backstop il Regno Unito possa essere tenuto in ostaggio all’interno dell’unione doganale, e in una forma blanda di mercato unico, per sempre. May avrebbe ottenuto una dichiarazione legalmente vincolante che non sarà così. Ma non è riuscita a fissare una data oltre la quale il backstop perderebbe validità, né un’assicurazione legale in base alla quale Londra, unilateralmente, potrebbe decidere di abolirlo. Che erano le due richieste degli euroscettici del suo partito.

L’esito del voto di stasera è quindi molto incerto. Questa modifica basterà a calmare i falchi dell’Europa?

Perché il punto è questo: non si vota solo per lasciare la Ue. La Gran Bretagna si gioca molto di più.

Prendiamo l’economia. A parte il baratro del no deal, che pare improbabile, il processo di partenza dall’Europa ha già impoverito il Paese. L’ultimo dato disastroso arriva dalla think tank New Financial secondo la quale banche, assicurazioni e aziende (275 in totale) hanno spostato da Londra ad altre capitali europee quasi 1.000 miliardi di sterline per prepararsi alla Brexit. Le banche hanno mosso 800 miliardi di sterline, 65 miliardi di fondi sono stati redistribuiti dagli asset manager e altri 65 miliardi sono stati spostati dalle assicurazioni. Ecco un altro Brexodus. Ma questo non farà piacere a May come quello degli europei che hanno detto addio al sogno britannico.

Quello che il voto di questi giorni non potrà cambiare, invece, è l’eredità politica della Brexit: un gigantesco cratere dove sono stati bruciati e menomati i due principali partiti britannici, labour e tory. I conservatori al governo hanno esasperato il Paese. Sono stati i loro capricci e le loro ambizioni a rendere il percorso Brexit così tortuoso e ad aver legato le mani alla premier nei negoziati. Per tenere insieme il partito May si è dimenticata di stare governando un Paese. Molti si sono dimessi, altri hanno stracciato le tessere. E gli analisti politici sono concordi nel definire i Tory in agonia. Alle prossime elezioni potrebbero essere annientati.

Non meglio se la cava il labour. Il leader Jeremy Corbyn ha perso consensi e deputati proprio a causa della sua linea ondivaga sulla Brexit. In realtà è un euroscettico ma non poteva agire come tale, visto che la maggioranza del suo elettorato vorrebbe rimanere in Europa. Risultato: partito che perde i pezzi e che potrebbe addirittura scindersi. Tom Watson, vice di Corbyn, ha già lanciato un suo gruppo moderato che potrebbe staccarsi e avere vita propria.

Ma il pericolo è che la politica tradizionale, affossata dagli egoismi, possa lasciare spazio ai populismi e magari a quel Nigel Farage che è andato a chiedere a Donald Trump di appoggiare il no deal tra Londra e Bruxelles.

Ma se Westminster votasse l’accordo May, il Regno Unito dovrebbe prepararsi a ben altre turbolenze.

Il conflitto nordirlandese potrebbe riaccendersi, in qualche modo legittimato da questo status speciale dell’Ulster previsto nell’accordo (paradossalmente proprio per evitare conflitti). Se Belfast rimanesse nell’unione doganale mentre il resto del Regno Unito ne fosse fuori, si assisterebbe di fatto a una riunificazione delle due Irlande che straccerebbe gli accordi di pace del venerdì santo del 1998.

Non solo. Altre parti del Regno, come Scozia e Galles, potrebbero tornare all’attacco per raggiungere l’indipendenza.

L’accordo May, inoltre indebolirebbe la sicurezza nazionale, secondo l’ex direttore dell’MI6 (i servizi segreti esterni) Sir Richard Dearlove e altri esperti della difesa. Tanto che Dearlove ha lanciato un appello al partito conservatore: non votatelo. Le forze militari e l’intelligence britanniche sarebbero in qualche modo sottomesse al controllo Ue, sostiene l’ex spia, e anche i rapporti tra Gran Bretagna, Nato, Usa e altri Paesi del Commonwealth, come Canada, Australia e Nuova Zelanda, sarebbero compromessi.

Il governo ha negato.

Ora i parlamentari dovranno mettersi una mano sulla coscienza, discernere tra bugie e inganni, e votare l’opzione migliore per il Paese. Anche se i britannici hanno già perso.

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