Governo

Cocci di una coalizione

Cocci di una coalizione

Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte

Guardate le due istantanee di giornata. Salvini, sicuro e ai limiti della strafottenza, augura a tutti buon week end, parte per Milano, fa sapere che prima di martedì non tornerà a Roma, ovvero a bandi della Tav già pubblicati. E tanti saluti, con tanto di rassicurazioni finali su “nessuna crisi, nessuna nostalgia del passato”. Luigi Di Maio, visibilmente scosso, in conferenza stampa a palazzo Chigi, lo invita a un incontro (mentre l’altro è già in volo), esterrefatto per le rudi modalità dell’alleato, e soprattutto quella parola “bandi”, la sua irrinunciabile linea del Piave, neanche la nomina, con l’atteggiamento di chi spera in un accordo, fino all’ultimo momento, terrorizzato dall’eventualità di una crisi.

È evidentemente un leader in difficoltà, sinceramente incredulo di quel che sta accadendo, che fatica a prendere atto che il perno attorno a cui ha costruito l’intera operazione di governo – perno politico, ma anche umano, personale – si è seriamente incrinato. Perché, nell’attesa di un gesto di benevolenza, di una telefonata del leader della Lega, se tutto è fermo, tutto parte. E tutto è fermo, perché non è in agenda nessuna riunione di governo, nessuna iniziativa politica del premier, nessun sussulto del leader pentastellato. E in questa situazione tutto parte perché, ricorda il capogruppo leghista Molinari, “sospendere i bandi non è legalmente percorribile”.

Parliamoci chiaro, siamo a un cambio di fase, al netto delle parole sulla crisi che c’è, che non c’è, perché chi la persegue vuole addossarla all’altro, e così via secondo le classiche modalità della politique politicienne. Comunque vada a finire questa storia, a tratti surreale, sulla Tav, il vaso si è rotto. E la “coalizione” di governo assomiglia già a un insieme di cocci sul campo, al netto dei giochi delle parti, perché il governo non ha più una agenda comune, ma due agende separate. Agende politiche, che vanno ben oltre questo o quel provvedimento.

Ricapitolando: Matteo Salvini, sulla Tav, ha già vinto perché incassa quel che gli sta a cuore, al netto di come sarà infiocchettata la questione a parole. E Di Maio ha già perso, perché, come sul caso Diciotti, è un leader che, al dunque, si trova di fronte a un bivio drammatico, identitario tra il “salvare il governo” e il “salvare l’anima”. L’altro giorno, a margine della riunione dei suoi parlamentari, il leader M5s, preoccupato, ha chiesto a uno dei suoi: “Come ne usciamo da questa situazione?”. L’altro gli ha risposto: “In piedi”. Perché cedere su questo equivale a uscirne in posizione orizzontale. E dunque è costretto a “salvare l’anima”, con una mozione del giorno dopo che saranno pubblicati i bandi, anche se, per combattività di espressione, a molti la sua vis pugnandi è sembrata come la rivoluzione nella canzone di Giorgio Gaber “oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”.

Ma la questione va ben oltre la Tav, epifenomeno di una crisi più ampia. Rivelata dalle dichiarazioni di Gianluigi Paragone, che non ha perso la sua verve giornalistica, a proposito dei incontri di Giorgetti con i “poteri forti”, qualcuno smentito, qualcuno confermato, ma negli incontri di quel livello le smentite sono di rito, sarebbe stupefacente il contrario. Ed è una ricollocazione politica di fondo della Lega a livello europeo, certo sul terreno dell’Alta velocità, ma che porta più lontano. È una mutazione genetica del sovranismo alla vigilia delle elezioni europee, un processo di istituzionalizzazione, che muta il leghismo che si appresta a certificare la sua vocazione maggioritaria. E, al tempo stesso, muta il terreno su cui è stato costruito il fragile edificio di governo. Pensate solo ai mondi incontrati da Giorgetti e pensate a chi e come aveva scritto la prima versione del contratto di governo, nel rapporto con l’Europa. È l’opposto. Si spiega così la dichiarazione di Tria sulla Tav, in contemporanea al tour del sottosegretario alla presidenza, l’atteggiamento filofrancese di Salvini, la pressione del Nord, inteso come governatori ma anche come “blocco sociale” che mai ha digerito il reddito di cittadinanza e lo vedrebbe saltare se si tornasse al voto.

È fin troppo ovvio dire che Salvini non vuole rompere, perché semmai deve essere l’altro a farlo, ma non c’è un solo atto che rappresenti un appiglio per il suo alleato, anzi la “bontà” delle parole con cui nega la crisi fa il paio con la “cattiveria” dei comportamenti, propri di chi ha messo nel conto le elezioni anticipate, se l’alleato, chiamiamolo ancora così, deciderà di non piegarsi. “La crisi è già aperta” dice, vivaddio per la sincerità, Stefano Buffagni, uno dei pochi, bisogna dire la verità, che da giorni va dicendo “siamo pronti a tornare al voto”. Voto che consentirebbe di fuggire dalla responsabilità di una manovra correttiva, praticamente già scritta nei numeri di una crescita ben al di sotto delle previsioni e negli indicatori di una realtà più testarda dei proclami. Perché una cosa è chiara. O si vota a ridosso delle europee. O si vota la prossima primavera, non si sono mai viste le elezioni a settembre e i comizi sotto gli ombrelloni. Dunque, dopo una manovra assai complicata. Un altro tunnel, ben più complicato della Val di Susa.

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