Economia

Per Di Maio l’Italia è alle soglie di uno boom economico come quello degli anni ’60. L’Istat lo smentisce.

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Luigi Di Maio

In Italia ci sarà nuovo boom economico, simile per portata a quello del cosiddetto miracolo economico a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, quando si realizzò un tasso di crescita mai più verificatosi nella storia del nostro paese. Aveva detto Di Maio. Tutto ciò malgrado gli indicatori economici internazionali e nostrani avessero fino a quel momento previsto esattamente il contrario. Ma gli è andata proprio male.

Le meravigliose sorti e progressive dell’economia italiana sono state subito impietosamente smentite dai dati diffusi dall’Istat che ci inchiodano ad una ben diversa e sgradita realtà. Persino il Presidente del consiglio Conte, in evidente dissintonia con il ministro dello Sviluppo economico, ha immediatamente dichiarato che si attendeva un dato negativo per l’economia italiana come per il resto dell’ Europa,

Ma le cose sono andate peggio delle più fosche previsioni. I più avevano predetto una flessione della produzione industriale per novembre attorno allo 0,7%. Siamo invece arrivati a un meno 1,6% rispetto ad ottobre. Pur introducendo gli effetti del calendario, ovvero il cosiddetto effetto ponte essendo il primo novembre caduto di giovedì, questo comporta una caduta del 2,6% nell’arco dei dodici mesi. Naturalmente il crollo non è omogeneo. E’ stato particolarmente pesante nel settore auto con un calo del 19,4% su base annuale e dell’8,6% su base mensile, cioè tra ottobre e novembre 2018; ma non stanno granché meglio i settori del legno, della carta, della stampa ( -10,4%), dell’attività estrattiva (-9,75), degli articoli in gomma e in plastica ( – 6,7%).

Ma non finisce qui, perché l’Istat ha anche rivisto il dato relativo all’ottobre 2017: non si è trattato di un + 0,1%, ma di -0,1%. Decimali, si dirà. Sì, ma ciò che conta è l’inversione di segno, confermata da quello che viene adesso e che distrugge d’un botto non solo le dissennate dichiarazioni di un Di Maio, ma la narrazione che lo stesso Tria ha cercato di spargere in Europa per cercare di evitare la procedura di infrazione e imporre a colpi di fiducia al parlamento una legge di bilancio ad esso ignota. Se i dati ormai imminenti riguardanti dicembre confermassero per la seconda volta un trimestre complessivamente negativo, saremmo alla recessione tecnica certificata. Con sulle spalle una legge di bilancio che posticipa incrementi dell’Iva alla prossima, una pesante spada di Damocle che prelude ad una nuova manovra prociclica, ma in condizioni ancora peggiori e senza più l’ombrello della Bce pienamente aperto, data la fine del Quantitative Easing.

Impietoso, l’Istat afferma che “l’attuale fase di debolezza del ciclo economico italiano potrebbe proseguire nei prossimi mesi, alla luce della nuova flessione dell’indicatore anticipatore”. L’Istituto segnala che il clima di fiducia dei consumatori ha segnato un ulteriore calo, le aspettative per il futuro hanno registrato una pesante diminuzione, mentre crescono le preoccupazioni per la disoccupazione – niente affatto attutite dalle promesse su un sussidio chiamato reddito di cittadinanza ancora in faticosa gestazione -, mentre declina persino la fiducia delle imprese. Né si può sperare che la buona novella giunga dalle esportazioni. È vero che continuano ad essere una risorsa per il nostro paese (anche per noi si può parlare di mercantilismo). Ma molto meno se la congiuntura economica anche dei paesi guida come la Germania segna indici negativi, per non parlare del clima di guerra commerciale nel mondo innescata dalla contesa degli Usa con la Cina, il cui stesso poderoso sviluppo rallenta vistosamente.

È tutta colpa di questo governo? Non scherziamo. Malgrado che la cattiva politica, unita all’incompetenza palese abbia aggravato le cose, i mali dell’Italia vengono da lontano. Sono antecedenti all’ingresso nella moneta unica e tanto più alla Grande recessione scoppiata nel 2008. Negli ultimi cinquant’anni spesso i governi si sono alternati, ma con lievi variazioni di tono tutti hanno pensato che si potesse gestire l’economia italiana non attraverso uno sviluppo di settori innovativi con l’intervento pubblico, ma puntando sulle privatizzazioni e su una competitività di prezzo delle imprese ottenuta attraverso manovre fiscali e politiche di stampo monetarista e soprattutto comprimendo i salari.

La moneta unica è stata introdotta certamente in un’area economica e monetaria non ottimale, come riconoscono diversi economisti, ma questo non assolve le specifiche responsabilità delle classi dirigenti italiane, le quali fino all’ultimo hanno solamente pensato a manovre di svalutazione della lira, fin quando questo è stato possibile. Ma va ricordato che quando questo avvenne per l’ultima volta, ovvero nel 1992, non se ne approfittò per un rilancio e una innovazione della politica industriale, ma si operò liquidare definirtivamente la scala mobile. I dati di oggi sono figli di quella sciagurata eredità. Resta da domandarsi come mai le statistiche basate sui dati economici indicano l’aumento della sfiducia praticamente in tutti i settori sociali, mentre quelli legati al gradimento politico del governo gli sono ancora ampiamente favorevoli. La risposta non sta solo nella discrasia temporale tra l’andamento dell’economia reale e la diffusione della percezione del fenomeno, ma piuttosto nell’assenza di un’opposizione politica che è la vera forza di Salvini e compagnia. Ed anche il più grande problema che ha di fronte la nostra bistrattata e pericolante democrazia.

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