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[Storia] Il fascismo dalla guerra di Spagna alla dissoluzione

Il 18 luglio 1936 scoppiò la guerra civile spagnola; il governo Mussolini inizialmente seguì con moderato interesse le vicende di politica interna spagnola. Dei fondi segreti erano stanziati ogni anno per finanziare formazioni fasciste o vicine al fascismo, la più importante delle quali, per vicinanza di ideali, era la Falange spagnola di José Antonio Primo de Rivera. Venne deciso l’intervento militare a favore dei franchisti, l’Italia partecipò alla guerra civile inviando un contingente di circa 50.000 uomini inquadrato nel Corpo Truppe Volontarie, ed un contingente della Regia Aeronautica denominato Aviazione Legionaria.

La campagna militare italiana per la conquista dell’Impero Etiope fu conseguenza della decisione di Mussolini di fornire all’Italia un’ampia retrovia coloniale dove attingere materie prime, derrate, uomini e fornire altre sì uno sbocco all’emigrazione in vista di un prossimo e probabile conflitto generalizzato in Europa. Infatti il crollo repentino del Fronte di Stresa in funzione di contenimento della Germania nazista aveva posto Mussolini di fronte alla prospettiva di un isolamento dell’Italia in caso di guerra con i tedeschi per il mantenimento dello status quo in Europa.

Questo aveva convinto il dittatore italiano che l’Italia poteva fare una politica autonoma solo a patto di ottenere un’autosufficienza alimentare, industriale e demografica che il solo territorio metropolitano e le colonie fino allora acquisite non potevano garantire. La campagna fu condotta con un imponente dispiegamento di forze e vinta con relativa facilità. Dal punto di vista propagandistico, essa fu il più grande successo del regime fascista: riuscì a attirare intellettuali e perfino antifascisti attorno ai leitmotiv del posto al sole, della liberazione degli abissini dalla schiavitù e della rinascita dell’Impero Romano.

Come conseguenza dell’aggressione all’Etiopia, l’Italia subì la condanna della Società delle Nazioni, che determinò un blocco commerciale del mar Mediterraneo e le sanzioni economiche condotte da 52 nazioni (fra cui tutte le potenze coloniali europee). Ciò favorì l’avvicinamento economico e politico dell’Italia alla Germania nazista (sebbene questa avesse rifornito di armi l’Etiopia in funzione anti-italiana sino a poco prima del conflitto), che era già uscita dalla Società delle Nazioni e aveva osteggiato il trattato di Versailles del 1919.

In seguito l’Impero in Africa Orientale fu tuttavia amministrato con pugno di ferro contro le bande di ribelli e lealisti al vecchio governo del Negus, e si preparò una forma di sviluppo separato fra le popolazioni indigene e i nuovi coloni italiani non dissimile dall’apartheid praticato in alcune colonie e dominion britannici come il Sudafrica. Se non altro vennero anche liberate decine di migliaia di schiavi e si tentò di “avanzare l’Abissinia: costruzione di strade, scuole, ospedali, ferrovie (le locomotive “Littorine” sono in uso in Etiopia ancor’ oggi), inoltre l’odierna Addis Abeba, capitale dell’Abissinia, o Etiopia, era un villaggio prima che venisse conquistata dall’Italia che ha costruito praticamente la totalità della città odierna.

In seguito nei vari tentativi di Mussolini di trovare una nuova intesa con la Gran Bretagna l’Italia propose di risolvere il cosiddetto “problema ebraico” in Europa e Palestina offrendo ai sionisti un piano embrionale di colonizzazione territori nel Goggiam già abitati da secoli da popolazioni abissine di religione israelita, i falascia, con la creazione di uno “stato” federato all’Impero Italiano in AOI. A quanto risulta il piano restò lettera morta.

Pochi giorni dopo la firma dei Patti Lateranensi, il 13 febbraio 1929, Pio XI, tenne un discorso a Milano a un’udienza concessa a professori e studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che passò alla storia per una lettura secondo cui Benito Mussolini sarebbe «l’uomo della Provvidenza»:

«Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di averCela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini e abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti «tamquam per medium profundam eundo» a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio.»
(Pio XI, allocuzione Vogliamo anzitutto)

Questa lettura, suffragata dal regime, ad esempio attraverso la rivista ufficiale del fascismo Gerarchia, pesò su tutto il pontificato di Pio XI, ma il significato di quei patti, che sancirono il reciproco riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Città del Vaticano, fu il coronamento di estenuanti trattative tra emissari del papa e rappresentanti di Mussolini. Infatti quest’ultimo gestì l’intera faccenda personalmente.

Tra fascismo e Chiesa ci fu sempre un rapporto ostico: Mussolini si era sempre dichiarato ateo ma sapeva benissimo che per governare in Italia non si poteva andare contro la Chiesa e i cattolici. La Chiesa dal canto suo, pur non vedendo di buon occhio il fascismo, lo preferiva di gran lunga all’ideologia comunista. Alla soglia del potere Mussolini affermò (giugno 1921) che «il fascismo non pratica l’anticlericalismo» e alla vigilia della Marcia su Roma informò la Santa Sede che non avrebbe avuto nulla da temere da lui e dai suoi uomini.

Con la ratifica del concordato la religione cattolica divenne la religione di stato in Italia, venne istituito l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie inferiori e superiori (nelle scuole elementari era stato introdotto nel 1923) e venne riconosciuta la sovranità e l’indipendenza della Santa Sede. Questo però non compensò i continui soprusi post-concordatari del regime nei confronti di quelle attività ecclesiastiche che contrastavano col volere del Duce di monopolizzare la cultura e l’educazione italica: i seimila Circoli cattolici chiusi con la forza e sottoposti a devastazioni e violenze di studenti indottrinati e protetti dalla polizia, i vari bollettini parrocchiali censurati e osteggiati, l’encicliche papali silenziate e censurate, le vessazioni sui membri del partito Popolare spiati di continuo dal regime come oppositori, o fatti incarcerare come De Gasperi dimostravano la vera volontà dei fascisti nei confronti della chiesa. Pio XI si doleva di tutto ciò e spesso si sfogava col quadrumviro De Vecchi o altri diplomatici del regime, con affermazioni riportate dal De Vecchi stesso in un suo testo: “Ecco cosa avete fatto, avete imbrogliato il Papa! Lo dicono tutti, lo sanno tutti, lo scrivono dappertutto, dentro e fuori l’Italia”. Oppure: “L’Azione Cattolica è la pupilla degli occhi del papa ed è perseguitata con sistemi che non voglio qualificare perché la qualifica sarebbe troppo grave…Gli vada a dire (al duce, ndr) che con i sistemi che usa e con i fini che si propone, mi fa schifo… nausea, vomito…”

La maggioranza degli italiani, soprattutto nei ceti medio-alti ma anche quel mondo agricolo vicino al Partito Popolare, trovò un modus vivendi con la nuova situazione, vedendo forse in Mussolini un baluardo contro il pericolo di una rivoluzione bolscevica e soprattutto contro il disordine economico successivo alla prima guerra mondiale.

Tale situazione venne favorita dal riavvicinamento con la Chiesa cattolica, che culminò nel Concordato dell’11 febbraio 1929 – i cosiddetti Patti Lateranensi – con cui si chiudeva l’annosa questione dei rapporti tra Stato e Chiesa aperta nel 1870 dalla Breccia di Porta Pia e che concedeva al cattolicesimo il ruolo di religione di Stato. Con i patti lateranensi firmati il 11 febbraio 1929 ci fu un accordo tra stato italiano e chiesa: la Santa Sede riconobbe lo stato italiano, che a sua volta riconosceva la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano della Santa Sede stessa; quest’ultima ricevette anche delle indennità per la perdita dello Stato della Chiesa. L’intento politico di Mussolini, che pure era stato un acceso anticlericale in passato, era quello di allargare fortemente la base del consenso al fascismo (la grande maggioranza degli italiani dell’epoca era cattolica praticante). Nonostante ciò alcune critiche giunsero anche dall’interno del regime, come quella di Giovanni Gentile che pur riconoscendo il valore del cattolicesimo nell’identità culturale del popolo italiano, intravedeva un possibile pericolo nella rinuncia a quel concetto di laicità sul quale, a suo dire, si doveva ispirare il moderno stato fascista. I rapporti con le organizzazioni cattoliche e con il clero si mantennero tuttavia in un clima di sospetto reciproco: basti ricordare che il clero di intere province, ad esempio quella di Forlì, venne schedato dalla polizia, che comunque sorvegliava, anche mediante infiltrati, l’attività dei circoli cattolici.

Già agli anni Venti risalgono le prime opere del regime nel campo dei lavori pubblici e delle politiche sociali, opere che procurarono ampio consenso, come la bonifica dell’Agro Pontino, battaglia del grano (1925) e appoderamento del aree del latifondo paludoso-malarico a favore delle famiglie degli strati più indigenti tra gli ex combattenti del primo conflitto mondiale, colonie estive marine per combattere il gozzo (allora malattia endemica), e fondazioni delle “città nuove”, opera del Razionalismo italiano, rurali o coloniali come Latina (allora Littoria), Sabaudia, Portolago, Torviscosa, Carbonia, Arborea (allora Mussolinia di Sardegna) che modificarono la visibilità internazionale del regime.

La propaganda venne sviluppata sia per mettere in luce le realizzazioni del regime, e sia per esaltare la personalità di Mussolini, come richiamandone i luoghi natali: Predappio e Forlì, che diviene nota come la “Città del Duce”. Tali luoghi, anche rimodellati con opportuni interventi dagli architetti fascisti, divennero meta di pellegrinaggi, tanto spontanei quanto organizzati dal regime stesso.

All’inizio degli anni trenta la dittatura si era ormai stabilizzata ed era fondata su radici solide. Dal punto di vista normativo, si ebbe l’emanazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS), e poco dopo ancora fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato (1926-1943) (che aveva come compito la lotta agli oppositori politici) e fu reintrodotta la pena di morte in Italia. Sotto il profilo amministrativo, era stata creata una polizia segreta, l’OVRA, la cui rete di spie si aggiungeva ai rapporti informativi con cui le pubbliche amministrazioni riferivano direttamente al duce.

I bambini, così come tutto il resto della popolazione, erano inquadrati in organizzazioni di partito; ogni opposizione era stroncata sul nascere; la stampa era profondamente asservita al fascismo: l’Italia insomma si era “abituata” al regime, tanto da osannarne il leader.

Il 25 marzo 1934 si svolse il “secondo plebiscito”, in funzione propagandistica, per fornire una copertura di ufficialità della solidità e del consenso interno del regime di Mussolini, il quesito verteva sulla accettazione di una nuova lista di 400 deputati per il parlamento scelti dal Gran Consiglio del fascismo. Ufficialmente la percentuale dei “sì” raggiunse il 96,25%. Bisogna ricordare che però coloro che votavano per il SÌ usavano una scheda tricolore, mentre chi votava per il NO usava una scheda bianca, perciò era facilmente riconoscibile (e quindi facilmente punibile). Il 30 marzo a Torino un folto numero di aderenti a Giustizia e libertà vennero imprigionati.

Il 14 giugno avvenne il primo incontro fra Hitler e Mussolini, a Stra nei pressi di Venezia, distante una ventina di chilometri dalla città veneta. Hitler anelava da tempo un incontro con lo statista italiano già tempo prima che il primo prendesse il potere in Germania. Tuttavia lo stesso Hitler si aspettava di essere ricevuto direttamente a Roma, nella capitale. Molto probabilmente Mussolini invece optò per questa scelta per sottolineare il fatto che l’Italia avesse finalmente preso possesso del Veneto dopo la terza guerra di indipendenza, che alcuni considerano la fine del risorgimento italiano. “Loro sono commossi, noi no” commentò Mussolini al segretario federale di Venezia, Pascolato. Tuttavia il motivo dell’incontro era favorire il disgelo tra i due paesi, in particolare ottenendo rassicurazione da parte di Hitler del fatto che non era sua intenzione occupare l’Austria né avere pretese sull’Alto Adige.

La politica economica del fascismo fu essenzialmente basata sull’autarchia: la nazione doveva diventare autosufficiente, essenzialmente per poter mantenere la propria indipendenza economica anche nei momenti di crisi, il governo fascista spinse, allora, alla produzione dei prodotti autarchici, come ad esempio la Lanital e il formaggio italico. Il governo Mussolini mirò principalmente ad aumentare i margini d’azione, e quindi di profitto, all’iniziativa privata. Vennero inoltre alleggerite le tasse sulle imprese, vennero privatizzati alcuni monopoli di stato, come quello sulle assicurazioni sulla vita e sul servizio telefonico, i cui costi diminuirono sostanzialmente (rimanendo comunque elevati).

Si limitò inoltre la spesa pubblica, in parte però con i licenziamenti dei ferrovieri. La politica liberista in economia portò buoni successi, con un aumento della produzione agricola (senza tuttavia raggiungere mai l’obiettivo di una completa autosufficienza alimentare) e industriale. Il bilancio statale tornò in pareggio già nel 1925.

Nel 1940, alla vigilia dell’entrata in guerra, le retribuzioni dei dipendenti dell’industria in generale risultavano diminuite del 15% (in valori reali) rispetto al 1922. Ciò mentre il reddito nazionale pro capitale era aumentato del 20%.

Tra le misure di politica economica va considerata la creazione di un sistema di Stato sociale; nel 1927 fu promulgata la Carta del Lavoro, che prevedeva l’esistenza dei soli sindacati fascisti legalmente riconosciuti e sottoposti al controllo dello Stato (che di fatto coincideva con il Partito Nazionale Fascista), e l’introduzione dei primi contratti collettivi. Negli anni successivi, accanto a misure strettamente produttivistiche e relative al tema del lavoro (come la riduzione nel 1937 dell’orario lavorativo settimanale a 40 ore, ma con proporzionale riduzione del salario, determinata dalla grave crisi economica ed occupazionale degli anni ’30; riduzione che sarà poi soppressa nel 1940 per esigenze belliche) se ne affiancarono altre volte alla tutela della famiglia con l’istituzione degli assegni familiari.

Nel settore previdenziale, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali (CNAS), istituita nel 1919, venne trasformata nel 1933 nell’ente di diritto Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale (INFPS, attuale INPS) e arrivò a impiegare 6.000 dipendenti nel 1937.” Vennero inoltre disciplinati istituti di diritto del lavoro quali malattia, maternità e infortuni. Nel 1939 l’età pensionabile venne abbassata a 55 anni per le donne e 60 anni per gli uomini, venendo anche introdotta le reversibilità della pensione. Nel 1942 con la legge n. 22 fu istituito l’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza ai dipendenti Statali, oggi confluito nell’INPDAP.

Durante il fascismo la lotta alla mafia venne affidata a Cesare Mori, ricordato come il prefetto di ferro, inviato nell’isola nel maggio del 1924 dove condusse una dura repressione delle attività criminose di cosa nostra in Sicilia. In questo periodo venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro. Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia, anche i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, andando ad ingrossare le file di Cosa nostra statunitense, mentre un’altra restò in disparte. Il “prefetto di ferro” coinvolse anche personalità di spicco del PNF come Alfredo Cucco, che fu espulso dal partito.

Tuttavia, secondo alcuni studiosi, questi risultati furono condizionati dalle relazioni che vi furono fra mafiosi ed esponenti politici locali che aderirono al fascismo, che avrebbe strumentalizzato la repressione al fine di ottenere maggior consenso; nonostante ciò le vicende sono ancora oggi oggetto di dibattito e studio nell’ambito della storiografia italiana.

Nel 1928 Mori fu nominato senatore e nel 1929 collocato a riposo. I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: l’accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c’entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Antonino Di Giorgio. Alcuni mafiosi erano membri del PNF, a conoscenza e con il favore di Benito Mussolini. Il principe Lanza di Scalea fu uno dei candidati nelle liste del PNF per le amministrative di Palermo mentre a Gangi il barone Antonio Li Destri, pure candidato del PNF, era protettore di banditi e delinquenti. Il carabiniere Francesco Cardenti così riferisce: “Il barone Li Destri al tempo della maffia era appoggiato forte ai briganti che adesso si trovano carcerati a Portolongone (Elba) se qualcuno passava dalla sua proprietà che è gelosissimo diceva: Non passare più dal mio terreno altrimenti ti faccio levare dalla circolazione, adesso che i tempi sono cambiati e che è amico della autorità […] Non passare più dal mio terreno altrimenti ti mando al confino“. Altri mafiosi iscritti al PNF erano Sgadari e Mocciano.

I mezzi usati dalla Polizia nelle numerose azioni condotte per sgominare il fenomeno mafioso portarono ad un aumento della sfiducia della popolazione nei confronti dello Stato. Mori fu comunque il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone. La mafia dà segni di vita già prima dello sbarco alleato del luglio 1943. Nel 1932, nel centro di Canicattì, vengono consumati tre omicidi «le cui modalità di esecuzione ed il mistero profondo in cui rimangono tuttora avvolti» rimandano a «delitti tipici di organizzazioni mafiose»; intorno a Partinico, alla metà degli anni trenta, si verificarono «incendi, danneggiamenti, omicidi […] a sfondo eminentemente associativo»; ma si potrebbero citare molti altri episodi dei quali la stampa non parla, cui il regime risponde con «qualche condanna alla fucilazione e con una nuova ondata di invii al confino». Alcuni mafiosi erano membri del PNF, a conoscenza e con il favore di Benito Mussolini.

Il principe Lanza di Scalea fu uno dei candidati nelle liste del PNF per le amministrative di Palermo mentre a Gangi il barone Antonio Li Destri, pure candidato del PNF, era protettore di banditi e delinquenti. Mori non ha sconfitto la mafia. Altri mafiosi iscritti al PNF erano Sgadari e Mocciano. Nel 1937 Genovese venne accusato di aver ordinato l’omicidio del gangster Ferdinando “Fred” Boccia, che era stato assassinato perché aveva preteso per sé una grossa somma che lui e Genovese, barando al gioco, avevano sottratto ad un commerciante; per evitare il processo, Genovese fuggì in Italia, dove si stabilì a Nola. Tramite le sue frequentazioni, conobbe alcuni gerarchi fascisti, finanziando anche la costruzione di una “Casa del Fascio” a Nola, inoltre si presume che Genovese fosse il rifornitore di cocaina di Galeazzo Ciano, il genero di Mussolini.

L’effetto emotivo delle sanzioni venne sfruttato dal regime affinché l’Italia si stringesse intorno a Mussolini. Le grandi potenze coloniali occidentali furono etichettate quali plutocrazie ostili al raggiungimento da parte dell’Italia di un posto al sole, e tra queste la Gran Bretagna veniva chiamata perfida Albione. Ritornò in voga il patriottismo e la propaganda politica spinse affinché si consumassero solo prodotti italiani. Fu in pratica la nascita dell’autarchia, secondo la quale tutto doveva essere prodotto e consumato all’interno dello stato. Tutto ciò che non poteva essere prodotto per mancanza di materie prime venne sostituito: il tè con il carcadè, il carbone con la lignite, la lana con il lanital (la lana di caseina), la benzina con il carburante nazionale (benzina con l’85% di alcool) mentre il caffè venne abolito perché «fa male» e sostituito con il “caffè” d’orzo.

L’autarchia entrò anche nella lingua: sulla base di una “forma rozza di purismo” furono infatti banditi tutti i forestierismi da ogni comunicazione scritta e orale: ad esempio Chiave inglese diventò chiave morsa, cognac diventò arzente, ferry-boat diventò treno-battello pontone. Conseguentemente vennero rinominate tutte le città con nome francofono dell’Italia nord-occidentale e con nome tedescofono dell’Italia nord-orientale: secondo la toponomastica fascista, per fare un paio di esempi, Courmayeur diventò Cormaiore e Kaltern diventò Caldaro. Inoltre si scoprì che anche l’uso del lei aveva origini straniere, perciò venne inaugurata una campagna per la sostituzione del lei con il voi, capeggiata dal segretario del partito Achille Starace.

Intanto mentre la Società delle Nazioni sanzionò l’Italia, Emilio De Bono venne silurato in favore del maresciallo Pietro Badoglio che fu autorizzato ad utilizzare i gas. Mentre la guerra si trasformò in una fonte di onorificenze per tutti i gerarchi, Badoglio commise stragi che finirono sui giornali esteri (quelli italiani censurarono ogni avvenimento). Alle 22:30 di sabato 9 maggio 1936 Mussolini annunciò al popolo italiano la fondazione dell’Impero. Le truppe del maresciallo Pietro Badoglio entrarono infatti in Addis Abeba il 5 maggio, ponendo così fine alla guerra d’Etiopia.

La nascita dell’impero comunque non portò nessuna delle ricchezze promesse: né oro, né ferro, né grano. L’Impero al contrario utilizzò il denaro statale per la costruzione di strade, di dighe e di palazzi e dette a Mussolini l’illusione di avere un esercito potente e la capacità di poter piegare gli stati europei che sanzionarono il paese senza peraltro mettere in pratica le temute minacce.

Un’aula scolastica nel 1930 in cui sulla parete dietro la cattedra si notano ai lati del crocefisso i ritratti del re Vittorio Emanuele III e del duce, oltre a un ritratto di un militare (forse eponimo dell’istituto), mentre sulla cattedra c’è un fermacarte a forma di fascio littorio e a fianco un apparecchio radio tipo “Radio Rurale” con evidenti impianti elettrici e di riscaldamento

Uno dei primi atti del governo Mussolini fu una radicale riforma scolastica portata avanti dal ministro Giovanni Gentile nel 1923: questa prevedeva un’istruzione classica e un esame a ogni conclusione di ciclo di studi, mettendo in questo modo sullo stesso piano scuole pubbliche e private. La riforma tuttavia non fu mai completata nel senso voluto dal filosofo, ma subì diversi aggiustamenti successivi. Fra gli scopi fondamentali – in senso fascista – della riforma vi era l’elevazione della scuola dell’obbligo ai 14 anni, la preminenza assoluta degli insegnamenti classici, i soli che permettessero l’accesso all’università in Italia, la realizzazione di un’istruzione tecnica per tutti coloro i quali invece non avessero avuto le doti per accedere ai gradi superiori d’istruzione.

Giuseppe Bottai si prefissò di allargare la base d’accesso agli atenei, e propose l’unificazione delle scuole medie (unico provvedimento di questa riforma a essere sopravvissuto alla catastrofe bellica). Accusando la vecchia riforma Gentile di “intellettualismo”, venne successivamente varata la legge 1º luglio 1940, n. 899, ma con l’entrata in guerra dell’Italia nella seconda guerra mondiale impedì la completa applicazione della riforma Bottai, che rimase in gran parte sulla carta.

Durante il periodo fascista vennero realizzate alcune opere pubbliche come l’autostrada Firenze-Mare e l’autostrada dei laghi, oltre a diverse opere di bonifica, soprattutto nel sud Italia, per un totale di 5.886.796 ettari trattati tra il 1923 e il 1938. Vennero poi completati alcuni nuovi collegamenti ferroviari, come le cosiddette “linee direttissime” Bologna-Firenze e Roma-Napoli, che si affiancavano alle precedenti e i cui lavori erano cominciati alcuni anni prima della grande guerra.

Nel 1927 fu bonificata la piana di Terralba, in Sardegna, dove sorse l’attuale Arborea, fondata dividendosi da Terralba e inaugurata il 29 ottobre 1928 come Villaggio Mussolini, in seguito rinominata Mussolinia di Sardegna con R.D. n.1869 del 29 dicembre 1930. La denominazione viene modificata in Arborea l’8 marzo 1944, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del provvedimento di variazione contenuto nel R.D. n.68 del 17 febbraio 1944. Sempre negli anni 30′ venne fondata in Sardegna Carbonia. Il centro nacque negli anni trenta del Novecento per ospitare le maestranze impiegate nelle miniere di carbone che furono avviate in quegli stessi anni nel territorio dal regime fascista per sopperire alle necessità energetiche dell’Italia negli anni dell’autarchia.

Nel 1931 iniziarono le operazioni di bonifica idraulica dell’Agro Pontino, che videro al lavoro migliaia di uomini delle zone collinari lepine e poveri contadini del centro-nord, concluse in 3 anni. Vennero costruite nella nuova pianura ottenuta 3000 poderi da destinarsi, in buona parte, ai contadini che lavorarono alla bonifica (O.N.C.). Altre imponenti bonifiche si ebbero nella valle del Po, in località Le Matine, nel metapontino, in maremma e nella Piana Reatina per bonificare la quale furono realizzate due dighe, di cui una era a quel tempo la più alta d’Europa con oltre 100 metri, esistenti tuttora e formanti i bacini artificiali del Salto e del Turano in provincia di Rieti.

Il 14 luglio 1938 fu pubblicato sui maggiori quotidiani nazionali il Manifesto della razza. In questa sorta di tavola redatta da cinque cattedratici (Arturo Donaggio, Franco Savorgnan, Edoardo Zavattari, Nicola Pende e Sabato Visco) e da cinque assistenti universitari (Leone Franzi, Lino Businco, Lidio Cipriani, Guido Landra e Marcello Ricci) venne fissata la «posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza».

I dieci dettami erano:

  1. Le razze umane esistono.
  2. Esistono grandi razze e piccole razze.
  3. Il concetto di razza è un concetto puramente biologico.
  4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza ariana e la sua civiltà è ariana.
  5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici.
  6. Esiste ormai una pura razza italiana.
  7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.
  8. È necessario fare una netta distinzione fra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra.
  9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
  10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo.

Con questo manifesto si dava il via a quel processo che portò alla promulgazione delle leggi razziali. La Camera le approvò il 14 dicembre 1937: dei 400 deputati in carica, erano presenti 351, che votarono a favore all’unanimità, dove tra l’altro va segnalata la presenza di quattro deputati ebrei (Guido Jung, Gino Arias, Riccardo Luzzatti e Gian Jacopo Olivetti). Il Senato le approvò il 20 dicembre, dove furono presenti solo 164 senatori su 400, dei quali solo 10 furono i voti contrari. Nell’autunno 1938, nel quadro di una grande azione razzista già tempo prima, il governo Mussolini varò la “normativa antiebraica sui beni e sul lavoro”, ovvero la spoliazione dei beni mobili e immobili degli ebrei residenti in Italia.

Dal 1938 in Europa si iniziò a respirare aria di guerra: Hitler aveva già annesso l’Austria e i Sudeti e con la successiva conferenza di Monaco gli venne dato il lasciapassare per l’annessione di tutta la Cecoslovacchia, mentre Mussolini dopo l’Etiopia stava cercando nuove prede per non perdere il passo dell’alleato d’oltralpe. La vittima designata venne trovata nel Regno albanese.

Il 10 febbraio 1939 fu comunicata alla stampa la notizia della morte di papa Ratti, stroncato da un attacco cardiaco, a causa e a seguito del quale restò inedito «un messaggio ai vescovi, di forte impronta politica», successivamente identificato con l’ernciclica Humani generis unitas.
Il 12 marzo venne incoronato papa Pio XII, che il giorno seguente lesse il suo primo messaggio pubblico alla Radio Vaticana, contenente uno dei numerosi appelli alla pace nel mondo.

Il 7-8 aprile 1939, Tirana fu conquistata dalle forze fasciste, in due soli giorni, con un ausilio stimato in 22.000 uomini e 140 carri armati. Dopo la conquista del regno, venne instaurato un governo fantoccio con una nuova Costituzione, approvata il 12 aprile del 1939 a Tirana, che trasformò il regno europeo nel Protettorato Italiano del Regno d’Albania, le cui premesse furono poste con la campagna di Albania. Il 16 aprile dello stesso anno il trono albanese fu assunto dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III.

Il 22 maggio tra Germania e Italia venne firmato il Patto d’Acciaio. Tale patto assumeva che la guerra fosse imminente, e legava l’Italia in un’alleanza stretta con la Germania. Alcuni membri del governo italiano si opposero, e lo stesso Galeazzo Ciano, firmatario per l’Italia, definì il patto una «vera e propria dinamite».

Il 1º settembre 1939 60 divisioni tedesche invasero la Polonia dando il via alla seconda guerra mondiale. Rapidamente l’esercito tedesco riuscì a conquistare Varsavia per poi spostare le sue attenzioni prima al nord, occupando Danimarca e Norvegia; rivolse poi le sue forze ad ovest avanzando contro i Paesi Bassi e, attraverso il Belgio, contro la Francia.

Benito Mussolini rimase in attesa degli eventi e inizialmente dichiarò l’Italia non belligerante. Fino a quando, impressionato dalle facili e rapide vittorie della Germania e dall’imminente crollo della Francia, si convinse di una vittoria nazi-fascista e annunciò in un discorso a Roma il 10 giugno del 1940 l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia e l’Inghilterra lo stesso giorno, dando consegna a quasi tutti i comandi di mantenere un contegno difensivo verso la Francia. Il 21 giugno, dopo la firma dell’armistizio franco-tedesco (il 17 giugno), 325.000 soldati italiani ricevettero l’ordine di attaccare le restanti forze francesi oltre le Alpi. Nessuno in Italia sembrò rendersi conto della capitolazione della Francia e l’azione fu giudicata malissimo dall’opinione pubblica internazionale. Franklin Delano Roosevelt arrivò a definire l’azione una «pugnalata alla schiena». Il 24 giugno venne firmato l’armistizio italo-francese, che sanciva una smilitarizzazione in territorio francese dei 50 km vicini al confine. Le divisioni italiane avanzarono di soli 2 km, con la perdita di 6 029 uomini contro i 254 francesi.

Dopo la battaglia delle Alpi Occidentali e la riuscita conquista della Somalia Britannica, venne annunciato l’inizio della campagna italiana di Grecia, che Mussolini decise di invadere senza prima avvertire l’alleato tedesco, annunciata al grido di “spezzare le reni alla Grecia” e dopo la promessa delle dimissioni da italiano nel caso le truppe italiane non fossero riuscite nell’impresa, fu lanciato l’attacco il 28 ottobre. Le divisioni italiane si trovarono ben presto in difficoltà davanti a una resistenza inaspettata, e con un equipaggiamento arretrato e inadeguato. Hitler si vide quindi costretto a inviare la sua Wehrmacht nei Balcani per risolvere in breve tempo la situazione. La mossa peraltro rimandò di qualche tempo l’invasione della Russia (Operazione Barbarossa), tanto che lo stesso Führer, qualche anno dopo, indicò questa occasione come una delle cause della futura sconfitta tedesca.

A seguito di questa esperienza, Mussolini perse l’iniziativa e continuò ad utilizzare l’esercito italiano come supporto all’alleato tedesco, inviando le sue truppe alpine in Russia.

Dopo che in maggio le ultime unità della Prima Armata italiana si arresero in Tunisia, il 10 luglio 1943 una potente forza d’invasione anglo-americana riuscì a sbarcare sulle coste sud della Sicilia. La resistenza delle truppe italiane, demoralizzate e prive di mezzi moderni per contrastare le preponderanti forze alleate, fu debole e ci furono cedimenti di alcuni reparti; il piccolo contingente tedesco poté solo rallentare l’avanzata del corpo di spedizione alleato. Il re e lo stato maggiore capirono ben presto che ormai era ora di esautorare Mussolini, che in soli tre anni di guerra aveva creato una situazione insostenibile. Il 25 luglio, dopo lunghe pressioni, il Duce si vide costretto a convocare il Gran Consiglio del Fascismo che votando l’ordine del giorno Grandi portò alla destituzione e all’arresto di Mussolini (25 luglio) e al ritorno dei poteri militari al re.

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