Economia

Desaparecidos con sollievo. Nel giorno della gran ritirata Salvini e Di Maio scelgono di sparire

Mentre Cottarelli cerca i nomi per il suo governo si riapre il fronte giallo-verde
Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Nel giorno della gran ritirata, Matteo Salvini e Luigi Di Maio scelgono di sparire, nel tentativo di passare da campioni morali di una trattativa che ha visto l’intero governo cedere quasi su tutta la linea. La storia è nota. Entrambi si inabissano, lasciano solo Giuseppe Conte a snocciolare davanti al Senato la lista della resa, conclusione di una trattativa il cui punto di caduta è stato digerito a fatica sia dall’uno sia dall’altro.

Dal Viminale arrivano di buon mattino foto al limite del nonsense. Ritraggono il ministro dell’Interno in maglione accanto ad Al Bano (sì, quel Al Bano), che con tanto di Panama ha donato al leader della Lega “una bottiglia da 5 litri di Bacchus, riserva speciale Matteo Salvini”.

Il tempo per incontrare il grande vecchio della musica italiana c’è, quello per andare a sostenere Conte riempiendo fisicamente uno spazio vuoto no. Il premier sceglie come pretoriani gli involontari leader del partito della trattativa, Giovanni Tria e Enzo Moavero, e subisce l’assenza dei tori che la corrida avrebbe meritato.

I due vicepremier fanno partire due comunicati stampa a discorso appena terminato, che si vanno ad aggiungere stancamente nella sagra delle dichiarazioni di rito. È Conte a dover passare come il tessitore del compromesso al ribasso, bisogna archiviare la pratica e ripartire. Perché in effetti il premier dal podio di Palazzo Madama sciorina tutti i dettagli del compromesso, annullatori di tante dichiarazioni tranchant e delle trionfalistiche foto della balconata di Palazzo Chigi.

Ma in effetti dagli entourage delle rispettive war room filtra soddisfazione. Perché è stata chiusa (o quasi) una partita potenzialmente spinosa, per le ripercussioni che poteva avere nei rapporti con Bruxelles ma soprattutto all’interno dello stesso governo.

Si tira un sospiro di sollievo, dopo la miriade di frizioni, botta e risposta a brutto muso, vertici notturni che hanno portato più volte la maggioranza sull’orlo dell’implosione. Soprattutto per la messa in sicurezza di reddito di cittadinanza e quota 100 (sia pur con meno risorse), leve del consenso come anche della credibilità della narrazione che i due leader hanno portato avanti in questi mesi.

Si ricomincerà a ballare la rumba, altre faglie divideranno i due leader, il fantacalcio dei “responsabili” impazzerà. Un senatore in Transatlantico ironizza: “Vi ricordate di Giuseppe Tatarella, missino da Cerignola, che si definì ministro dell’Armonia? Ecco, giusto un ministro così gli servirebbe”. Ma per ora la messa in sicurezza della maggioranza è confermata. Andrea Cangini, già giornalista e oggi senatore di Forza Italia, in aula ha segnato il più classico dei gol dell’ex: “Avete venduto l’anima politica al diavolo di Bruxelles”. Quanto scaverà il solco tra i vicepremier, e tra loro e Conte, solo l’alba dell’anno nuovo potrà raccontarlo.


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