Centrosinistra

Minniti ritira la candidatura alle primarie Pd

Le politiche di immigrazione dell'Italia con l'arrivo di Minniti
Marco Minniti

Marco Minniti ha deciso che no, così non si può andare da nessuna parte, lui molla. La decisione arriva dopo una giornata di incontri e, soprattutto, di riflessione con i fedelissimi. “Non voglio fare la fine di Cuperlo e Orlando – ha confidato l’ex ministro ai suoi – se mi devo candidare per prendere il 20%, meglio lasciar perdere”.

Un incontro pomeridiano con Luca Lotti e Lorenzo Guerini non ha cambiato le cose, così come la proposta di un documento sottoscritto da parlamentari e dirigenti di area renziana per confermare il loro sostegno. La rottura, anche personale, tra Minniti e l’ex premier è apparsa ormai a tutti insanabile.

L’ex ministro voleva chiudere al più presto la questione, rispondendo così all’ultimatum che gli è stato posto a metà giornata da Antonello Giacomelli: “Se oggi non ci sono fatti espliciti e conclusivi, da domani, nel rispetto di tutti ma soprattutto nell’interesse stesso del Pd, servirà ragionare su un nuovo assetto del congresso”. E Minniti, quando si tratta di essere esplicito e conclusivo, non si è mai tirato indietro.I

Il ritiro dell’ex ministro, seppur nell’aria da qualche giorno, ha gettato nel caos i renziani. Ora per loro si tratta di escogitare un piano B, da perfezionare nel giro di una settimana (il 12 dicembre scadono i termini per le candidature a segretario). I nomi che circolano, con l’intento soprattutto di provare a fermare l’avanzata di Nicola Zingaretti verso la segreteria, sono quelli di Teresa Bellanova, la cui candidatura come vicesegretario avanzata dai renziani era stata respinta bruscamente da Minniti, di Ettore Rosato, già sherpa franceschiniano approdato al renzismo militante, e di Lorenzo Guerini, l'”Arnaldo” (come Forlani) che in questi anni ha fatto da segretario-ombra, gestendo di fatto tutti gli affari interni sui quali Renzi non aveva tempo o voglia di mettere testa.

Ma non è ancora escluso anche lo spettro dello sciogliete le righe: nessun candidato di area, nessuna indicazione da parte del leader. I renziani, insomma, non esisterebbero più, almeno in questo quadro.

In tutto questo, lui, Renzi, va avanti per la sua strada. Imperterrito, apparentemente quasi divertito dal caos che lo circonda. Da Bruxelles, dove ha svolto il suo giro di incontri con i massimi vertici delle istituzioni e di diverse famiglie europee, ribadisce di non volersi occupare del congresso del Pd. “Non fatevi condizionare da quello che faccio io, voi andate avanti per la vostra strada – ha fatto sapere ai suoi nei giorni scorsi – poi, se vorrete, ci ritroveremo”. I primi calcoli che circolano nei corridoi di Camera e Senato, però, mostrano un consistente ridimensionamento delle truppe parlamentari renziane in caso di addio al Pd.S

“Se deciderà di andarsene, farà solo del male al partito, più che favorire l’uno o l’altro candidato”. Dalle parti di Maurizio Martina, che oggi in una iniziativa con il suo co-candidato Matteo Richetti in un circolo romano ha presentato le proposte per rinnovare lo Statuto del partito, le mosse di Renzi vengono seguite naturalmente con grande attenzione. E con preoccupazione. Certo, con il ritiro di Minniti potrebbero allargarsi ancora di più le faglie che stanno portando consensi dall’area dell’ex segretario a quella del suo ex vice. Ma il rischio è che chiunque vinca si troverebbe a guidare un partito ridotto allo stremo.

Nel frattempo, comunque, il ticket Martina-Richetti continua a crescere nei sondaggi, alimentato sempre più proprio da personalità in uscita dal mondo renziano: Graziano Delrio, Debora Serracchiani, Tommaso Nannicini, Angelo Rughetti, Luca Rizzo Nervo, ex amministratori e dirigenti dal Piemonte e la Lombardia fino a Puglia e Sicilia. Richetti si sta presentando come garante nei confronti di quei militanti che si sentirebbero a disagio accanto a nomi provenienti da una storia diversa, come lo stesso Martina o Matteo Orfini, ma che, delusi dall’ambiguità di Renzi, cercano una exit strategy per mantenere vive le proprie idee dentro il Pd.

Le proposte presentate quest’oggi nel dettaglio da Nannicini provano proprio a intercettare anche quelle sensibilità: un governo ombra anti-nazionalpopulista aperto a contributi esterni al partito, referendum annuali tra gli iscritti sui temi identitari, conferma delle primarie aperte, più spazio, candidature e soldi ai territori.

“Per la prima volta in questo congresso non ci sono punti di riferimento prestabiliti – spiega una fonte vicina a Martina – già i parlamentari sono disorientati, figuriamoci i militanti a livello locale. Si sta verificando un rimescolamento inedito, che apre grandi spazi per noi”. Qualsiasi previsione sull’esito delle primarie, insomma, appare oggi un salto nel buio.

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