Ambiente

Il vertice a Caserta non spegne la Terra dei Fuochi

Il vertice a Caserta non spegne la Terra dei Fuochi
Sergio Costa, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio

L’opinione pubblica è giustamente allarmata dai recenti e numerosi incendi in impianti di gestione dei rifiuti, che stanno colpendo ormai l’Italia da Nord a Sud. Il Governo ha provato a correre ai ripari con la firma del protocollo sulla Terra dei Fuochi siglato nel vertice di Caserta. Ma il documento, che coinvolge il Premier, i due Vicepremier e cinque Ministri e che registra un sì a metà anche dalla Regione Campania, è più un patto che divide, invece che unire. Contiene alcune cose da fare ragionevoli, senza centrare però il tema degli impianti e di come si chiude il ciclo dei rifiuti. Il tutto dopo che il vicepremier Matteo Salvini a Napoli alcuni giorni fa, con un intervento che aveva il pregio della chiarezza ed al di là dello slogan “un impianto di termovalorizzazione per ogni provincia campana”, semplificato e in stile Twitter, e sul quale non sono d’accordo, aveva detto, sul tema, due cose condivisibili: di quel tipo di impianti c’è bisogno perchè non si può riciclare tutto. E che gli impianti vanno fatti in tutta Italia e non solo al Nord, dato che l’esportazione dei rifiuti non è una soluzione. Tra l’altro basterebbe applicare il provvedimento del Ministero dell’Ambiente contenuto nel decreto applicativo dell’art 35 della Finanziaria 2014: altri sei impianti da fare. Oltre a quelli già autorizzati e non realizzati. Tutti nel Centro e nel Mezzogiorno del Paese.

La tragica storia della Terra dei fuochi nelle campagne campane, è un ricordo recente e per ogni incendio scatta il sospetto che quella vicenda si stia ripetendo, magari con una più inquietante dimensione nazionale. Ma la situazione attuale appare più complessa e gli strumenti di prevenzione e contrasto vanno adeguati ad una realtà che non è più quella degli anni 80/90.

Una organizzazione strutturata di smaltimento illecito dei rifiuti del nord nelle campagne del sud, in mano alle organizzazioni criminali, è probabilmente stata sradicata in quella specifica forma, molto redditizia ed allora poco rischiosa. Sono migliorati i controlli, è aumentata la consapevolezza degli imprenditori produttori di rifiuti.

Ma intorno alla gestione dei rifiuti (urbani e speciali) continuano ad esistere forme diverse di illegalità, zone d’ombra, aree di opacità che coinvolgono sia le grandi organizzazioni criminali (forse meno di un tempo), che le organizzazioni locali e singoli operatori del settore, produttori di rifiuti, gestori di impianti o appaltatori di servizi di raccolta e trasporto.

Si tratta di aree di illegalità molto diverse fra loro, sempre da perseguire e reprimere, ma sbaglierebbe chi volesse vedere dietro ogni episodio la mano della criminalità. Esiste il recuperatore, piccola impresa del nord, che non riesce a svuotare gli stoccaggi e ricorre a scorciatoie criminali (direttamente o tramite organizzazioni), esiste l’appaltatore che perde la gara e vuole vendicarsi. Esiste il trasportatore che fa sparire un carico poco trasparente. Esistono casi di vendette personali (un dipendente licenziato). Esiste l’organizzazione criminale di alto livello che manda messaggi e segnali, che delimita il territorio.L’azione di prevenzione e contrasto delle forze dell’ordine e della Magistratura deve essere attrezzata a far fronte a ciascuna tipologia di illegalità, in tutta Italia. Di sicuro, come dimostrano i dati di Legambiente, il settore dei rifiuti è ad alto rischio e come tale va osservato con attenzione, a tutti i livelli: enti locali, associazioni di categoria, regioni, autorità di controllo, polizia, magistratura, opinione pubblica. Solo grazie ad una rete capillare di attenzione è possibile smontare una realtà così complessa. Scivolare nella illegalità in questo settore sembra una facile soluzione, ma se l’attenzione è alta, una parte di questi comportamenti potrà essere scongiurata. Le leggi ci sono e gli organi di indagine ben attrezzati.

Ma esiste un problema strutturale, un brodo di coltura dei fenomeni illegali, che deve essere affrontato alla radice, una volta per tutte. Non per diminuire le responsabilità di chi compie reati, ma per dare una risposta efficace e concreta ad un problema complesso.

Primo: l’illegalità (organizzata o individuale) è favorita dalla mancanza di impianti, o da impianti troppo costosi (perché pochi). L’Italia purtroppo presenta ancora un deficit impiantistico serio. Sia per la filiera del recupero che per quella degli smaltimenti. Occorre superare rapidamente questo gap, realizzando quella rete di impianti necessaria per un corretto, regolare e lecito funzionamento del mercato della produzione di beni e di gestione dei rifiuti.

Secondo: l’illegalità è favorita da un quadro normativo troppo complesso e poco chiaro. Occorre semplificare la legislazione italiana, con leggi chiare sia per chi gestisce i rifiuti sia per chi vuole costruire impianti. Molte indagini vengono archiviate, ci dice l’Istat, probabilmente perché più frutto di cavilli giuridici che di reali comportamenti illegali e dannosi per l’ambiente. Chi opera nella correttezza e trasparenza deve poterlo sapere con chiarezza, senza avere costantemente il dubbio che ci sia qualche procedura non conforme.

Terzo: l’illegalità è favorita dalle intermediazioni. Forse le grandi organizzazioni criminali non dispongono di impianti (in Italia) ma possono gestire i vari passaggi da un impianto all’altro, gli stoccaggi, le trasformazioni, i trasporti. L’intermediazione (accompagnata dall’intimidazione) è tipica delle ecomafie e più redditizia. Per questo occorrono impianti “finali” (discariche, termovalorizzatori, compostaggi e digestori anaerobici) e non impianti “intermedi” (selezione, trattamento meccanico biologico, e simili). Questa tipologia di impianti, scelti spesso per evitare di fare gli impianti finali, sono ” macchine” per l’intermediazione dei flussi in uscita (frazione secca, CSS, organico stabilizzato, sovvalli, scarti). Come ci insegna il caso di Roma, dopo i TMB non si sa cosa succede, chi gestisce i flussi dove vanno, con quali garanzie di legalità. In quella zona si addensano operatori poco chiari, che si perdono in mille rivoli.

Quarto: il mercato del recupero e del riciclo, l’economia circolare è una bella cosa, ma è appunto un mercato. Aperto, globale e instabile per natura. Il recente blocco dell’export di riciclabili in Cina sta lì a dimostrarcelo. Occorre quindi una politica che consenta di reggere agli sbalzi di mercato (stoccaggi, diversificazione delle filiere, impianti di smaltimento capaci di far fronte a momenti di crisi).

Una strategia nazionale sui rifiuti deve affrontare queste quattro emergenze (tutte e quattro) e non mettere la testa sotto la sabbia pensando che tutto vada bene e non si debbano fare impianti e semplificare le norme. Solo così si tolgono i presupposti alla illegalità e si potrà meglio combattere i comportamenti criminali.

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